Essere ottimisti non significa pensare sempre positivo: il coraggio di affrontare la vita e continuare a costruire
Se dovessi raccontare un aspetto del mio carattere che sento particolarmente mio, parlerei sicuramente dell'ottimismo.
Mi piace guardare avanti, immaginare nuove possibilità, costruire progetti e affrontare la vita con entusiasmo e passione.
Sono una persona che ama coinvolgersi in ciò che fa. Quando credo in qualcosa, mi piace dedicarle tempo, energie e attenzione. Apprezzo le persone che hanno voglia di mettersi in gioco, che coltivano interessi e che, nonostante le difficoltà, cercano di mantenere viva la curiosità verso la vita.
Ma c'è una precisazione alla quale tengo molto.
Il mio ottimismo non nasce dall'idea che tutto debba andare sempre bene.
Non credo che basti sorridere per superare un problema, né che sia sufficiente pensare positivo per modificare una situazione difficile.
La vita può essere complicata. Possiamo attraversare delusioni, perdite, cambiamenti indesiderati e momenti nei quali diventa difficile persino immaginare una prospettiva differente.
Eppure, credo profondamente nella possibilità di continuare a costruire.
A volte significa trovare una soluzione. Altre volte accettare qualcosa che non possiamo cambiare. Altre ancora riconoscere che abbiamo bisogno di fermarci, chiedere aiuto o modificare la direzione che stavamo seguendo.
Per me essere ottimisti non significa ignorare le difficoltà, ma riconoscerle senza perdere completamente la fiducia nelle possibilità che abbiamo davanti.
È un modo di guardare la vita che sento vicino alla mia personalità e che accompagna anche il mio lavoro di psicologo e psicoterapeuta.
Che cos'è l'ottimismo realistico?
Quando parliamo di ottimismo, spesso immaginiamo una persona che tende a vedere il lato positivo di ogni situazione.
Ma non tutte le forme di ottimismo sono uguali.
Esiste una differenza importante tra un atteggiamento che ci porta a negare i problemi e uno che ci permette di riconoscerli mantenendo una prospettiva aperta sul futuro.
L'ottimismo realistico consiste proprio nella capacità di considerare le difficoltà senza interpretarle necessariamente come definitive, insuperabili o rappresentative dell'intera nostra vita.
Non significa aspettarsi sempre il risultato migliore.
Significa riconoscere che gli esiti possono essere differenti, che alcune situazioni possono evolvere e che spesso abbiamo la possibilità di intervenire su almeno una parte di ciò che stiamo vivendo.
Pensiamo a una persona che affronta un insuccesso professionale.
Una visione rigidamente pessimistica potrebbe portarla a concludere: «Non sono capace, non riuscirò mai a realizzare nulla».
Un ottimismo poco realistico potrebbe invece spingerla a ignorare completamente l'accaduto, convincendosi che tutto si risolverà senza alcun cambiamento.
Una prospettiva più equilibrata potrebbe essere: «Questa esperienza è stata difficile e mi ha deluso. Posso però cercare di comprenderne le ragioni, riconoscere ciò che dipende da me e valutare quali possibilità ho a disposizione».
È questo il tipo di atteggiamento che considero importante.
Non negare la realtà, ma cercare di affrontarla con consapevolezza.
Il pensiero positivo non deve diventare un obbligo
Viviamo in un contesto nel quale sentiamo spesso ripetere espressioni come «Pensa positivo», «Devi essere forte» oppure «Se vuoi davvero qualcosa, puoi ottenerla».
Comprendo il desiderio di incoraggiare chi sta attraversando un momento difficile.
Ma credo che queste frasi, se utilizzate senza considerare la situazione e il vissuto della persona, possano diventare poco utili.
A volte possono persino far sentire inadeguato chi non riesce a essere ottimista.
Se una persona sta vivendo un lutto, una delusione importante o un periodo di intensa sofferenza emotiva, non ha necessariamente bisogno di sentirsi dire che deve vedere il lato positivo.
Può avere bisogno di essere ascoltata.
Di poter esprimere tristezza, rabbia, paura o scoraggiamento senza sentirsi giudicata.
Di riconoscere che ciò che sta vivendo è difficile e che non esiste un obbligo di stare bene immediatamente.
Questo è un aspetto che considero fondamentale anche nel mio modo di intendere le relazioni.
Sono una persona calorosa e mi piace incoraggiare gli altri, ma non penso che sostenere qualcuno significhi necessariamente offrirgli una soluzione o cercare di farlo sorridere a tutti i costi.
A volte il sostegno più importante consiste semplicemente nell'esserci, ascoltare e rispettare i tempi dell'altra persona.
La fiducia autentica non ci chiede di nascondere la sofferenza. Ci permette di riconoscerla senza considerarla l'unica dimensione possibile della nostra esperienza.
La resilienza psicologica: affrontare senza diventare invulnerabili
Un concetto strettamente collegato all'ottimismo realistico è quello di resilienza psicologica.
La resilienza riguarda i processi attraverso i quali una persona può adattarsi e affrontare situazioni difficili, stressanti o potenzialmente traumatiche, utilizzando risorse personali e relazionali.
Spesso, però, viene interpretata come la capacità di sopportare qualsiasi cosa senza mostrare fragilità.
Non è così.
Essere resilienti non significa non soffrire.
Non significa non avere paura, non sentirsi scoraggiati o riuscire sempre a reagire immediatamente.
Una persona può attraversare un periodo di grande difficoltà e, contemporaneamente, sviluppare modalità per affrontarlo.
Può avere bisogno di aiuto.
Può sentirsi vulnerabile.
Può impiegare tempo per ritrovare un equilibrio.
La resilienza non è una qualità fissa che alcune persone possiedono e altre no.
È un processo dinamico, influenzato dalle esperienze, dalle risorse disponibili, dal contesto e dalle relazioni.
Personalmente trovo importante questa prospettiva perché ci permette di allontanarci dall'idea che dobbiamo essere sempre forti.
Credo che la forza possa manifestarsi anche nella capacità di riconoscere un limite, chiedere sostegno o accettare che una situazione richieda tempo.
A volte continuare a costruire significa fare un passo avanti.
Altre volte significa concedersi il tempo necessario per riprendere fiato.
Guardarsi dentro anche quando le cose non vanno come vorremmo
Uno degli aspetti che considero più importanti del mio carattere è la disponibilità a mettermi in discussione.
Mi piace riflettere su ciò che vivo, soprattutto quando una situazione non procede come desideravo.
Non perché sia sempre semplice riconoscere un errore o accettare una delusione.
Ma perché credo che questi momenti possano diventare occasioni preziose per comprendere qualcosa di noi.
Quando un progetto non funziona, possiamo limitarci a cercare un responsabile oppure provare a capire che cosa sia accaduto.
Quando una relazione attraversa un conflitto, possiamo concentrarci esclusivamente sul comportamento dell'altro oppure interrogarci anche sulle nostre reazioni.
Quando ci sentiamo bloccati, possiamo convincerci di non avere possibilità oppure cercare di comprendere quali paure, aspettative o convinzioni stiano influenzando le nostre scelte.
Naturalmente, questo non significa attribuirci la responsabilità di tutto ciò che accade.
Esistono situazioni sulle quali abbiamo un controllo limitato o nullo.
Ma credo che imparare a distinguere ciò che dipende da noi da ciò che non possiamo modificare sia una parte importante della maturità emotiva.
Per me ottimismo e introspezione sono profondamente collegati.
Il primo mi permette di mantenere aperta una prospettiva sul futuro.
La seconda mi aiuta a comprendere con maggiore lucidità il presente.
Guardarsi dentro non significa cercare continuamente ciò che non va, ma riconoscere ciò che possiamo comprendere, accettare o cambiare.
Perché a volte perdiamo fiducia nelle nostre possibilità?
Ci sono momenti nei quali, nonostante il desiderio di stare meglio, possiamo sentirci incapaci di modificare la nostra situazione.
A volte questo accade dopo una serie di esperienze negative.
Altre volte è collegato a convinzioni profonde che abbiamo sviluppato su noi stessi.
Possiamo pensare di non essere abbastanza capaci, di non meritare qualcosa di positivo oppure di essere destinati a ripetere sempre gli stessi errori.
Queste convinzioni possono influenzare il modo in cui interpretiamo gli eventi.
Una difficoltà temporanea può diventare la conferma di un'incapacità generale.
Un rifiuto può essere vissuto come la dimostrazione di non avere valore.
Un errore può portarci a mettere in discussione tutta la nostra identità.
Dal punto di vista psicologico, trovo importante comprendere come queste rappresentazioni di sé si siano costruite e quali esperienze continuino a mantenerle.
Il mio orientamento psicodinamico attribuisce particolare attenzione alla storia personale, alle esperienze relazionali e ai significati emotivi che influenzano il nostro modo di percepirci.
A volte una persona non ha semplicemente bisogno di sentirsi dire che deve avere più fiducia.
Ha bisogno di comprendere perché quella fiducia sia diventata così difficile da sperimentare.
E, progressivamente, di costruire esperienze che le permettano di sviluppare un'immagine di sé più articolata e realistica.
La flessibilità psicologica: cambiare direzione senza perdere sé stessi
Un'altra capacità che considero strettamente collegata all'ottimismo è la flessibilità psicologica.
Essere flessibili significa riuscire ad adattare pensieri e comportamenti alle situazioni, mantenendo un rapporto consapevole con le proprie emozioni e con ciò che consideriamo importante.
Non significa rinunciare ai propri valori o cambiare continuamente idea.
Significa riconoscere quando una modalità di affrontare le situazioni non è più utile e valutare alternative.
Possiamo desiderare profondamente qualcosa e scoprire che il percorso immaginato inizialmente non è più praticabile.
Possiamo aver costruito un progetto e doverlo modificare.
Possiamo riconoscere che un obiettivo, pur essendo stato importante in passato, non corrisponde più ai nostri bisogni attuali.
In questi momenti, la rigidità può portarci a vivere ogni cambiamento come una sconfitta.
La flessibilità, invece, può aiutarci a distinguere tra il valore che desideriamo perseguire e il modo specifico attraverso il quale avevamo immaginato di realizzarlo.
È una prospettiva che sento molto vicina al mio modo di vivere.
Mi piace costruire, progettare e investire con passione nelle cose in cui credo.
Ma penso che la capacità di modificare una direzione, quando necessario, non rappresenti necessariamente una rinuncia.
A volte può essere proprio ciò che ci permette di continuare a crescere.
Accettare ciò che non possiamo cambiare
Uno degli aspetti più difficili della vita riguarda il rapporto con ciò che non dipende da noi.
Possiamo impegnarci, fare progetti, prendere decisioni e cercare di orientarci verso ciò che desideriamo.
Ma non possiamo controllare completamente gli eventi, le scelte degli altri o il modo in cui le situazioni si evolvono.
A volte continuiamo a lottare contro una realtà che non possiamo modificare.
Altre volte confondiamo l'accettazione con la rassegnazione.
Per me è importante distinguere questi due aspetti.
Accettare non significa necessariamente approvare ciò che è accaduto o smettere di desiderare qualcosa di differente.
Significa riconoscere la realtà della situazione, anche quando è dolorosa, per poter scegliere come rapportarci ad essa.
Possiamo accettare la fine di una relazione senza considerarla giusta.
Possiamo riconoscere un limite senza smettere di coltivare altre possibilità.
Possiamo prendere atto di una perdita senza negare il dolore che comporta.
Nell'Acceptance and Commitment Therapy, uno degli approcci che possono integrare il lavoro psicoterapeutico, l'accettazione viene intesa come disponibilità a entrare in contatto con la propria esperienza interna, senza dover necessariamente eliminarla prima di agire in direzione dei propri valori.
Trovo significativo questo principio.
Perché a volte aspettiamo di non avere più paura, di sentirci completamente sicuri o di aver superato ogni difficoltà prima di fare una scelta importante.
Eppure, in alcune situazioni possiamo iniziare a muoverci verso ciò che conta per noi anche mentre conviviamo con emozioni difficili.
La passione come energia per costruire
C'è un'altra dimensione che considero importante: la passione.
Mi piace dedicarmi alle cose in cui credo, coltivare interessi e vivere con partecipazione ciò che faccio.
La passione per la psicologia, per esempio, nasce dalla curiosità verso l'essere umano, dal desiderio di comprendere le persone e dalla fiducia nelle loro potenzialità.
Ma credo che la passione possa esprimersi anche nelle attività quotidiane, nelle relazioni, nello sport, nei progetti e nei piccoli interessi personali.
Non tutto deve avere necessariamente un obiettivo straordinario.
A volte dedicare tempo a qualcosa che ci piace rappresenta già un modo importante di prenderci cura della nostra vita.
Naturalmente, anche la passione ha bisogno di equilibrio.
Possiamo investire molte energie in un progetto e dimenticare il bisogno di riposo.
Possiamo desiderare intensamente un risultato e diventare eccessivamente severi con noi stessi quando non lo raggiungiamo.
Per questo considero importante accompagnare l'entusiasmo con la consapevolezza.
Mi piace costruire con passione, ma credo che sia altrettanto importante riconoscere i propri limiti, rispettare i propri tempi e mantenere spazio per ciò che ci fa stare bene.
Il mio modo di lavorare sulla fiducia e sulle possibilità di cambiamento
Nel mio studio di psicologia e psicoterapia a Carovigno incontro persone che, per ragioni differenti, possono aver perso fiducia in sé stesse o nelle proprie possibilità.
Alcune attraversano periodi di ansia, tristezza o scoraggiamento.
Altre vivono difficoltà relazionali, esperienze di insuccesso o cambiamenti che hanno messo in discussione la propria identità.
Altre ancora si sentono bloccate, pur desiderando profondamente modificare qualcosa della propria vita.
Nel mio lavoro considero importante non proporre un ottimismo forzato.
Non penso che il compito dello psicoterapeuta sia convincere una persona che tutto andrà bene.
Preferisco accompagnarla a comprendere ciò che sta vivendo, riconoscere le emozioni che emergono e individuare, quando possibile, risorse e alternative.
Il mio approccio psicodinamico integrato mi porta a esplorare il significato delle difficoltà, le esperienze personali e le modalità attraverso le quali la persona ha imparato ad affrontare la sofferenza.
Quando appropriato, utilizzo anche strumenti provenienti da ACT, DBT, mindfulness e Schema Therapy per lavorare sulla regolazione emotiva, sulla flessibilità psicologica e sul rapporto con pensieri e convinzioni limitanti.
L'obiettivo non è eliminare ogni emozione spiacevole.
È favorire una maggiore capacità di comprendere sé stessi, affrontare le difficoltà e scegliere comportamenti coerenti con i propri bisogni e valori.
In questo processo considero fondamentale la fiducia nelle potenzialità della persona.
Non una fiducia ingenua, ma una fiducia che nasce dalla possibilità di riconoscere risorse, sviluppare capacità e costruire cambiamenti realistici.
Continuare a credere nella vita, anche quando è complicata
Se dovessi riassumere il significato che attribuisco all'ottimismo, parlerei soprattutto di fiducia.
Fiducia nella possibilità di imparare dalle esperienze.
Nella capacità di riconoscere i propri limiti senza identificarsi completamente con essi.
Nel valore delle relazioni, della passione e dei progetti personali.
E nella possibilità di costruire qualcosa di significativo anche quando la vita non segue esattamente la direzione che avevamo immaginato.
Non penso che dobbiamo essere sempre forti.
Non credo che sia necessario trovare un insegnamento positivo in ogni esperienza dolorosa.
E non considero la sofferenza qualcosa da minimizzare.
Credo, però, che possiamo imparare a guardare le nostre difficoltà senza perdere completamente di vista ciò che siamo e ciò che possiamo ancora diventare.
Personalmente continuerò ad affrontare la vita con curiosità, entusiasmo e voglia di costruire.
Cercherò di guardarmi dentro quando qualcosa non funziona, di riconoscere i miei errori e di mantenere viva la fiducia nelle possibilità.
Perché l'ottimismo, per me, non è una promessa che tutto andrà bene.
È la scelta di non lasciare che le difficoltà decidano da sole il significato della nostra vita.
Con consapevolezza, coraggio, passione e, quando possibile, anche con un sorriso.
Dott. Eugenio Uggenti
Psicologo e Psicoterapeuta a Carovigno (Brindisi)
Nel mio studio a Carovigno e attraverso percorsi online, quando appropriati, accompagno le persone nella comprensione delle proprie difficoltà emotive e relazionali, valorizzando consapevolezza, flessibilità psicologica e possibilità di cambiamento.