Autostima, insicurezza e autocritica: quando sentirsi “mai abbastanza” diventa un modo abituale di guardarsi
L’insicurezza non è semplicemente qualcosa da eliminare. Anche il modo in cui guardiamo noi stessi è un segnale: può raccontarci come abbiamo imparato a misurare il nostro valore, quanto dipendiamo dal giudizio degli altri, quali aspettative imponiamo a noi stessi e quali parti di noi facciamo ancora fatica ad accogliere.
Ci sono momenti nei quali tutti dubitiamo di noi stessi.
Prima di una prova importante.
Quando iniziamo qualcosa di nuovo.
Quando riceviamo una critica.
Quando veniamo rifiutati.
Quando ci confrontiamo con qualcuno che ci sembra più capace, più sicuro o più realizzato.
L’insicurezza, entro certi limiti, appartiene all’esperienza umana.
Ma per alcune persone il dubbio non riguarda più soltanto:
“Sarò capace di fare questa cosa?”
Diventa:
“Sono abbastanza?”
Abbastanza bravo.
Abbastanza interessante.
Abbastanza intelligente.
Abbastanza bello.
Abbastanza competente.
Abbastanza desiderabile.
Abbastanza importante per qualcuno.
E quando il problema passa da ciò che facciamo a ciò che pensiamo di essere, anche un piccolo errore può diventare molto doloroso.
Non abbiamo semplicemente sbagliato.
Ci sentiamo sbagliati.
Cos’è davvero l’autostima?
L’autostima viene spesso descritta come il giudizio che abbiamo di noi stessi.
Ma nella vita reale è qualcosa di più complesso.
Riguarda il modo in cui percepiamo:
il nostro valore;
le nostre capacità;
il nostro corpo;
la nostra possibilità di essere amati;
il diritto ad avere bisogni;
la capacità di affrontare difficoltà;
il modo in cui interpretiamo errori, successi e fallimenti.
Avere una buona autostima non significa pensare:
“Sono migliore degli altri.”
E neppure:
“Sono bravissimo in tutto.”
Una forma più stabile di autostima permette piuttosto di pensare:
“Posso avere qualità e limiti senza che il mio valore debba essere continuamente rimesso in discussione.”
Autostima alta non significa sentirsi sempre sicuri
Una persona può avere una relazione sufficientemente buona con sé stessa e sentirsi comunque insicura in alcune situazioni.
Può avere paura di fallire.
Può essere ferita da una critica.
Può sentirsi inadeguata davanti a qualcuno.
La differenza è che quell’esperienza non diventa automaticamente una sentenza sulla propria identità.
“Ho fallito questa prova”
rimane diverso da:
“Sono un fallimento.”
Questa distinzione è fondamentale.
Quando l’autostima diventa fragile
Un’autostima fragile può dipendere moltissimo da ciò che accade all’esterno.
Quando ricevo approvazione:
“Valgo.”
Quando ricevo una critica:
“Non valgo.”
Quando riesco:
“Sono capace.”
Quando fallisco:
“Sono incapace.”
Quando qualcuno mi desidera:
“Sono interessante.”
Quando qualcuno mi rifiuta:
“Non sono abbastanza.”
Il proprio valore diventa così instabile perché deve essere continuamente confermato.
Anche l’insicurezza è un segnale
Quando compare insicurezza possiamo provare a non chiederci soltanto:
“Come faccio a eliminarla?”
Possiamo aggiungere:
“Che cosa mi sta comunicando?”
Forse:
“Ho paura del giudizio.”
“Ho bisogno di essere approvato.”
“Temo di essere rifiutato.”
“Ho imparato che sbagliare è pericoloso.”
“Sto chiedendo a me stesso più di quanto chiederei a chiunque altro.”
“Il mio valore dipende troppo da quello che riesco a fare.”
“Ho paura che, se gli altri mi conoscessero veramente, potrebbero non apprezzarmi.”
L’insicurezza non ci fornisce necessariamente una descrizione corretta di chi siamo.
Ma può comunicarci qualcosa sul modo in cui abbiamo imparato a guardarci.
Il segnale non è la verità
Questo punto è essenziale.
Sentirsi inadeguati non significa esserlo.
Sentirsi poco interessanti non significa non esserlo.
Sentirsi inferiori non significa esserlo.
Le emozioni sono reali.
Le conclusioni che ricaviamo dalle emozioni non sono necessariamente altrettanto accurate.
Posso sentire profondamente:
“Non sono abbastanza.”
e contemporaneamente quella convinzione può derivare da una storia molto più complessa.
Il lavoro psicologico consiste anche nel separare:
ciò che sento
da
ciò che sono.
Come si manifesta una bassa autostima? I quattro livelli
Anche l’insicurezza può essere osservata attraverso quattro dimensioni:
fisiologica;
cognitiva;
emotiva;
comportamentale.
Spesso si alimentano reciprocamente.
A livello fisiologico: quando il giudizio viene vissuto come una minaccia
Immaginiamo di dover parlare davanti ad altre persone.
Oppure di entrare in un ambiente nel quale temiamo di essere giudicati.
Il corpo può reagire con:
aumento del battito;
tensione muscolare;
rossore;
sudorazione;
tremore;
nodo allo stomaco;
sensazione di calore;
agitazione;
blocco;
difficoltà a parlare;
stanchezza dopo situazioni sociali o prestazionali.
Perché?
Perché essere valutati negativamente può essere vissuto dal nostro sistema come una minaccia.
Non necessariamente fisica.
Una minaccia alla nostra immagine, alla nostra appartenenza o al nostro valore.
A livello del pensiero: il giudice interno
La bassa autostima può accompagnarsi a un dialogo interno molto severo.
“Non sei capace.”
“Farai una figuraccia.”
“Gli altri sono migliori.”
“Non hai niente di interessante.”
“Sei sempre il solito.”
“Dovresti essere più avanti.”
“Hai sbagliato ancora.”
“Non meriti questa cosa.”
Può comparire anche una lettura selettiva della realtà.
Dieci persone fanno un complimento.
Una fa una critica.
La mente rimane sulla critica.
Perché quella critica sembra confermare qualcosa che già temiamo.
A livello emotivo: vergogna, paura e tristezza
La bassa autostima non è propriamente un’emozione.
Può però essere accompagnata da:
vergogna;
ansia;
paura del giudizio;
tristezza;
senso di colpa;
invidia;
rabbia verso sé stessi;
frustrazione;
impotenza.
Tra queste, la vergogna può avere un ruolo particolarmente importante.
La colpa tende a dire:
“Ho fatto qualcosa di sbagliato.”
La vergogna può diventare:
“C’è qualcosa di sbagliato in me.”
Ed è molto più difficile difendersi da una critica quando sembra confermare ciò che già pensiamo di essere.
A livello comportamentale: cosa facciamo quando non ci sentiamo abbastanza
L’insicurezza può portarci a:
evitare situazioni;
non esprimerci;
non candidarci;
non chiedere;
non dire ciò che pensiamo;
rimandare;
rinunciare prima ancora di provare;
cercare continuamente rassicurazioni;
compiacere gli altri;
nascondere parti di noi;
perfezionare eccessivamente ciò che facciamo;
controllare continuamente la nostra immagine;
confrontarci con gli altri;
lavorare molto più del necessario;
oppure abbandonare rapidamente.
Due persone con la stessa convinzione:
“Non sono abbastanza”
possono comportarsi in modi completamente diversi.
Una si ritira.
L’altra cerca continuamente di dimostrare il proprio valore.
Quando l’insicurezza porta a evitare
Immaginiamo:
“Potrei candidarmi per quel lavoro.”
Poi:
“Probabilmente non sono abbastanza preparato.”
Non invio la candidatura.
Provo sollievo.
Non rischio un rifiuto.
Ma non posso neppure scoprire cosa sarebbe successo.
Il cervello può quindi imparare:
“Ho evitato una situazione nella quale avrei potuto scoprire di non valere.”
La convinzione rimane intatta.
Quando l’insicurezza produce perfezionismo
Non tutti coloro che hanno una bassa autostima sembrano insicuri.
Alcune persone appaiono estremamente competenti.
Precise.
Ambiziose.
Instancabili.
Ma dentro può esserci una regola:
“Valgo soltanto se faccio tutto bene.”
Il risultato non viene vissuto come una soddisfazione.
Diventa una necessità.
Quando riesco:
“Era il minimo.”
Quando sbaglio:
“Vedi? Non sei abbastanza.”
In questo modo anche il successo fatica a nutrire realmente l’autostima.
Quando diventiamo dipendenti dall’approvazione
È umano desiderare di essere apprezzati.
Il problema emerge quando l’approvazione diventa indispensabile per sentirci sufficientemente sicuri.
Un messaggio senza risposta.
Un’espressione diversa.
Una critica.
Una persona distante.
Possono immediatamente attivare:
“Ho fatto qualcosa?”
“È arrabbiato con me?”
“Non gli interesso più?”
“Ho sbagliato?”
L’attenzione si sposta continuamente verso l’altro per capire quanto valiamo.
Compiacere gli altri per sentirsi accettati
A volte l’autostima fragile porta a diventare molto bravi a capire cosa desiderano gli altri.
Diciamo sì.
Ci adattiamo.
Evitiamo conflitti.
Mettiamo da parte bisogni e opinioni.
Può esserci una regola implicita:
“Se sono facile da amare, non mi abbandoneranno.”
Oppure:
“Se sono utile, avrò valore.”
Ma nel tempo può emergere una domanda dolorosa:
“Mi vogliono bene per quello che sono o per quello che faccio per loro?”
Il confronto con gli altri
Il confronto può essere utile.
Ci permette di orientarci.
Ma può diventare una misura continua del nostro valore.
Scorriamo i social.
Guardiamo vite, corpi, carriere, relazioni, viaggi, successi.
Poi confrontiamo il loro momento migliore con la nostra quotidianità completa.
E concludiamo:
“Sono indietro.”
Il problema non è soltanto confrontarsi.
È utilizzare continuamente il confronto per rispondere alla domanda:
“Quanto valgo?”
Il paradosso dell’autocritica
Molte persone pensano che criticarsi sia necessario.
“Se smettessi di essere severo con me stesso diventerei pigro.”
“Se mi accontentassi non migliorerei.”
L’autocritica viene utilizzata come una forma di motivazione.
A volte può effettivamente produrre prestazioni.
Ma può farlo attraverso paura, vergogna e pressione.
La domanda diventa:
posso crescere senza dovermi continuamente svalutare?
L’autostima non si costruisce ripetendosi frasi positive
Guardarsi allo specchio dicendo:
“Sono fantastico.”
può avere poco effetto se dentro sentiamo esattamente il contrario.
Il lavoro sull’autostima non consiste semplicemente nel sostituire:
“Non valgo niente”
con:
“Sono perfetto.”
Entrambe sono affermazioni assolute.
Una relazione più stabile con sé stessi può permettere:
“Ho aspetti di me che apprezzo e altri sui quali voglio lavorare. Posso sbagliare senza trasformare ogni errore in una sentenza sul mio valore.”
Da dove nasce il modo in cui guardiamo noi stessi?
Non esiste una causa unica.
Il modo in cui costruiamo il nostro valore può essere influenzato da:
temperamento;
esperienze familiari;
relazioni;
scuola;
bullismo;
critiche;
rifiuti;
confronti;
aspettative culturali;
successi e fallimenti;
esperienze traumatiche;
immagine corporea;
social media;
relazioni sentimentali.
Ma non basta sapere cosa è successo.
Conta anche come abbiamo interpretato ciò che è successo.
Due persone possono vivere esperienze simili e costruire convinzioni differenti su sé stesse.
Come si lavora sull’autostima?
Anche qui possiamo procedere dal livello più immediato verso quello più profondo.
Prima impariamo a riconoscere ciò che accade.
Poi lavoriamo sui comportamenti che mantengono l’insicurezza.
Successivamente possiamo avvicinarci agli schemi, alle emozioni e alla storia nella quale il nostro modo di guardarci si è formato.
Primo livello: riconoscere il momento in cui il valore personale entra in gioco
Non basta sapere:
“Ho poca autostima.”
È molto più utile capire:
quando?
Con chi?
Dopo cosa?
In quali situazioni?
Esercizio pratico: la mappa dell’insicurezza
Quando senti di non essere abbastanza, prova successivamente a ricostruire:
SITUAZIONE
Cosa è successo?
CORPO
Cosa ho sentito?
PENSIERO
Cosa mi sono detto?
EMOZIONE
Cosa ho provato?
COMPORTAMENTO
Cosa ho fatto?
BISOGNO
Di cosa avevo bisogno?
SEGNALE
Che cosa mi sta comunicando questa insicurezza?
Per esempio:
“Una persona non ha risposto al mio messaggio.”
Pensiero:
“Non gli interesso.”
Emozione:
ansia e tristezza.
Comportamento:
controllo continuamente il telefono.
Segnale:
“Il silenzio dell’altro mette rapidamente in discussione il mio valore.”
A questo punto abbiamo qualcosa su cui lavorare.
Secondo livello: mindfulness – osservare il giudice interno
Quando compare:
“Non sei abbastanza bravo”
possiamo provare a non entrare immediatamente nella discussione.
Riconosciamo:
“È comparso un giudizio su di me.”
Non dobbiamo necessariamente credergli.
E non dobbiamo neppure eliminarlo.
Possiamo osservarlo.
Esercizio pratico: fatto o giudizio?
Dividi un foglio in due parti.
FATTO
“Ho ricevuto una critica sul lavoro.”
GIUDIZIO
“Non sono capace.”
Oppure:
FATTO
“Quella persona non mi ha richiamato.”
GIUDIZIO
“Non sono interessante.”
Questo esercizio permette di vedere quanto rapidamente trasformiamo un evento in una definizione di noi stessi.
Terzo livello: DBT – agire diversamente dall’insicurezza
L’insicurezza può spingerci a nasconderci, evitare, chiedere rassicurazioni o compiacere.
Quando questi comportamenti non sono giustificati dalla situazione reale possiamo sperimentare una risposta differente.
Esercizio pratico: un piccolo comportamento opposto
Chiediti:
“Cosa mi sta chiedendo di fare l’insicurezza?”
Tacere?
Non partecipare?
Dire sì anche se vorrei dire no?
Chiedere rassicurazione?
Poi:
“Quale piccolo comportamento farei se non dovessi dimostrare il mio valore?”
Esprimere un’opinione.
Fare una domanda.
Accettare un complimento senza sminuirlo.
Dire un piccolo no.
Provare qualcosa senza aspettare di sentirsi completamente sicuri.
Quarto livello: ACT – il valore personale non deve essere risolto prima di vivere
La mente può dire:
“Quando sarò più sicuro di me farò quella cosa.”
Ma possiamo trascorrere anni aspettando.
L’ACT propone un’altra possibilità:
“Posso sentirmi insicuro e contemporaneamente fare qualcosa che conta per me.”
Esercizio pratico: se non dovessi dimostrare niente
Chiediti:
“Se oggi non dovessi dimostrare a nessuno di essere abbastanza, cosa farei diversamente?”
Forse parleresti più liberamente.
Diresti di no.
Proveresti qualcosa di nuovo.
Smetteresti di controllare continuamente come appari.
Chiederesti qualcosa.
Ti concederesti di riposare.
Poi scegli un piccolo comportamento coerente con quella direzione.
Schema Therapy: da dove arriva il “non sono abbastanza”?
Qui possiamo scendere più in profondità.
Alcune persone portano dentro convinzioni molto antiche:
“Sono difettoso.”
“Non sono amabile.”
“Gli altri sono migliori.”
“Devo essere perfetto per essere accettato.”
“I miei bisogni vengono dopo.”
“Se mostro chi sono verrò rifiutato.”
Queste convinzioni possono essere collegate a schemi sviluppati nel tempo.
Esercizio pratico: completare la frase
Scrivi rapidamente:
“Per sentirmi una persona di valore devo…”
Non pensarci troppo.
Potrebbe emergere:
avere successo;
essere apprezzato;
essere utile;
essere desiderabile;
non sbagliare;
essere forte;
non deludere nessuno;
avere il controllo;
essere sempre disponibile.
Poi chiediti:
“Cosa penso di me quando non riesco a rispettare questa regola?”
Qui spesso compare lo schema.
Il Critico e l’Adulto Sano
La Schema Therapy permette anche di distinguere la voce critica da una parte adulta capace di proteggere, comprendere e guidare.
Critico:
“Hai fatto una figuraccia.”
Adulto Sano:
“Ho commesso un errore. Posso capire cosa imparare senza umiliarmi.”
Critico:
“Gli altri sono migliori.”
Adulto Sano:
“Posso riconoscere le capacità degli altri senza usarle come prova della mia inferiorità.”
L’obiettivo non è costruire una voce che dica:
“Sei perfetto.”
È costruirne una che dica:
“Non devi essere perfetto per avere valore.”
EFT – cosa c’è sotto l’autocritica?
Se riusciamo ad andare oltre:
“Sono incapace”
potremmo incontrare emozioni più vulnerabili.
“Ho paura di non essere amato.”
“Mi vergogno.”
“Ho paura che gli altri vedano qualcosa di sbagliato in me.”
“Sono triste perché avrei voluto sentirmi apprezzato.”
“Sono arrabbiato perché sono stato continuamente giudicato.”
L’autocritica può talvolta funzionare come una copertura.
Sotto può esserci una parte molto più fragile.
Esercizio pratico: parlare alla parte che non si sente abbastanza
Completa:
“Quando penso di non essere abbastanza, la parte più dolorosa è…”
Poi:
“Ho paura che gli altri…”
Poi:
“Quello di cui avrei bisogno è…”
E infine:
“Se potessi parlare a quella parte di me senza giudicarla, le direi…”
Non cercare necessariamente una frase positiva.
Cerca una frase vera.
Psicoterapia psicodinamica: come ho imparato a guardarmi?
Arrivando al livello più profondo possiamo modificare la domanda.
Non più soltanto:
“Come aumento la mia autostima?”
Ma:
“Come si è costruito il modo in cui guardo me stesso?”
Come venivano accolti i miei errori?
Come venivano riconosciuti i miei successi?
Mi sentivo visto per ciò che ero o soprattutto per ciò che facevo?
Quanto contava il rendimento?
Era possibile mostrare fragilità?
Potevo avere bisogni?
Potevo essere arrabbiato?
Potevo deludere qualcuno senza temere di perdere il suo affetto?
Mi sono sentito confrontato con altri?
Criticato?
Idealizzato?
Ignorato?
E soprattutto:
“Quanto di quel modo di guardarmi continua oggi a vivere dentro di me?”
Quando il giudice esterno diventa interno
Da bambini dipendiamo profondamente dallo sguardo degli altri.
Attraverso quello sguardo impariamo anche qualcosa su noi stessi.
Con il tempo non serve più necessariamente che qualcuno ci critichi.
Possiamo farlo da soli.
Una voce originariamente esterna può diventare interna:
“Dovresti fare di più.”
“Non è abbastanza.”
“Non devi sbagliare.”
“Non deludere.”
La persona adulta può continuare a vivere secondo regole che un tempo avevano una funzione relazionale.
Comprendere questo processo può essere profondamente liberatorio.
Esercizio psicodinamico: di chi è questa voce?
Quando compare una frase autocritica ricorrente, prova a fermarti.
“Non sei abbastanza.”
“Dovresti fare meglio.”
“Non puoi permetterti di sbagliare.”
Poi chiediti:
“Questa voce mi ricorda qualcuno?”
Non necessariamente una persona specifica.
Potrebbe ricordare un clima familiare.
Un modo di essere guardato.
Una relazione.
Un periodo della vita.
Poi:
“Cosa dovevo essere per sentirmi apprezzato?”
E ancora:
“Quanto continuo oggi a chiedermi di essere quella persona?”
Autostima e relazioni
Il modo in cui vediamo noi stessi emerge molto chiaramente nelle relazioni.
Possiamo cercare persone che ci rassicurino continuamente.
Oppure persone critiche, confermando inconsapevolmente ciò che già pensiamo di noi.
Possiamo tollerare troppo per paura di essere lasciati.
Possiamo evitare l’intimità perché temiamo che, conoscendoci davvero, l’altro possa rifiutarci.
Possiamo diventare indispensabili.
Oppure estremamente indipendenti.
Per questo lavorare sull’autostima significa spesso lavorare anche sul modo in cui entriamo nelle relazioni e utilizziamo lo sguardo dell’altro per definire noi stessi.
Dal sintomo al significato
Possiamo partire da:
“Ho paura di parlare durante una riunione.”
Poi:
“Temo di dire qualcosa di stupido.”
Ancora:
“Gli altri penserebbero che non sono competente.”
Ancora:
“Se pensassero che non sono competente mi sentirei inferiore.”
E forse:
“Ho bisogno di essere competente per sentirmi degno di rispetto.”
A quel punto non stiamo più lavorando soltanto sulla paura di parlare.
Stiamo esplorando il rapporto tra:
prestazione e valore personale.
Per un’altra persona il percorso potrebbe essere completamente diverso.
Ed è proprio questo il punto.
Non dobbiamo diventare la versione migliore di noi stessi per poterci accettare
Esiste un rischio anche nel lavoro sull’autostima.
Trasformarlo nell’ennesimo progetto di perfezionamento.
“Devo diventare più sicuro.”
“Devo imparare ad amarmi.”
“Devo smettere di essere insicuro.”
Ancora una volta compare:
“Devo essere diverso per andare bene.”
Forse il cambiamento più profondo comincia quando possiamo pensare:
“Posso crescere senza considerare la persona che sono oggi un errore da correggere.”
Non tutto deve essere affrontato allo stesso livello
Possiamo lavorare progressivamente.
La psicoeducazione permette di riconoscere come funziona l’autostima.
La mindfulness aiuta a osservare giudizi e autocritica senza identificarci completamente con essi.
La DBT può aiutarci a modificare comportamenti di evitamento, sottomissione o ricerca continua di rassicurazione.
L’ACT permette di agire secondo i propri valori anche in presenza di insicurezza.
La Schema Therapy aiuta a riconoscere schemi di inadeguatezza, punitività, standard severi, ricerca di approvazione e altre modalità profonde.
L’EFT permette di incontrare vergogna, tristezza, rabbia e bisogni emotivi che possono trovarsi sotto l’autocritica.
La psicoterapia psicodinamica permette di comprendere come il modo in cui guardiamo noi stessi si sia costruito nella nostra storia e continui a manifestarsi nelle relazioni presenti, compresa quella terapeutica.
Non serve applicare tutto a tutti.
Serve comprendere dove si trova la persona e quale livello ha bisogno di essere raggiunto.
Domande frequenti sull’autostima
Avere poca autostima è un disturbo?
No. La bassa autostima non costituisce di per sé una diagnosi. Può però accompagnare differenti forme di sofferenza psicologica e avere un impatto significativo sulla vita.
Una persona apparentemente sicura può avere una bassa autostima?
Sì. Prestazioni elevate, perfezionismo, ricerca di successo o forte autonomia possono talvolta convivere con un senso di valore personale molto fragile.
L’autostima dipende dall’infanzia?
Le prime relazioni possono avere un ruolo importante, ma non rappresentano l’unico fattore. Esperienze successive possono modificare profondamente il modo in cui percepiamo noi stessi.
Devo imparare a pensare sempre positivamente di me?
No. L’obiettivo non è sostituire un giudizio negativo con un’idealizzazione positiva, ma sviluppare una rappresentazione più realistica, complessa e sufficientemente stabile di sé.
Perché i complimenti non mi bastano?
Se possediamo una convinzione negativa molto radicata, possiamo svalutare le informazioni che la contraddicono e prestare maggiore attenzione a quelle che sembrano confermarla.
Perché mi confronto continuamente con gli altri?
Il confronto può diventare un modo per cercare continuamente una risposta alla domanda sul proprio valore. Comprenderne la funzione è spesso più utile che cercare semplicemente di vietarselo.
Essere autocritici aiuta a migliorare?
L’autocritica può talvolta spingere alla prestazione, ma quando diventa severa e globale può aumentare vergogna, ansia, evitamento e sofferenza. È possibile motivarsi anche senza svalutarsi.
Si può cambiare il modo in cui ci vediamo?
Sì. Le rappresentazioni di sé possono modificarsi attraverso nuove esperienze, relazioni, comportamenti e un lavoro psicoterapeutico sui significati più profondi.
Non devi dimostrare continuamente di meritare il tuo posto
Quando l’autostima è fragile possiamo trascorrere moltissima energia cercando prove.
Che siamo capaci.
Che siamo amabili.
Che siamo interessanti.
Che siamo desiderabili.
Che siamo abbastanza.
Ogni successo ci tranquillizza per un po’.
Poi arriva una critica.
Un confronto.
Un errore.
Un silenzio.
E dobbiamo ricominciare.
Forse il cambiamento non consiste nell’accumulare finalmente abbastanza prove da poter dire:
“Adesso so con certezza di valere.”
Può consistere nel costruire un rapporto con noi stessi nel quale il nostro valore non debba essere continuamente sottoposto a esame.
Possiamo iniziare osservando:
cosa accade nel corpo quando ci sentiamo giudicati;
quali pensieri utilizziamo per definirci;
quali emozioni si attivano;
cosa facciamo per proteggerci o ottenere approvazione.
E possiamo chiederci:
“Cosa mi sta comunicando questa insicurezza?”
Poi possiamo andare più in profondità:
“Quando ho imparato che dovevo essere così per andare bene?”
“Da chi sto ancora cercando approvazione?”
“Di chi è la voce che mi dice che non basta?”
“Cosa temo accadrebbe se mostrassi anche le mie fragilità?”
“Chi sarei se non dovessi continuamente dimostrare il mio valore?”
L’obiettivo non è arrivare a considerarci perfetti.
È qualcosa di molto più realistico e, forse, molto più profondo:
poter riconoscere limiti, errori, fragilità e qualità senza trasformare continuamente tutto questo in un verdetto su quanto meritiamo di essere amati, rispettati e di occupare il nostro posto nel mondo.
Se ti riconosci in queste parole
Se senti che il giudizio verso te stesso, l’insicurezza o il bisogno di approvazione stanno condizionando le tue scelte, le relazioni o il modo in cui vivi te stesso, non è necessario aspettare di sentirti “abbastanza in difficoltà” per chiedere aiuto.
In psicoterapia possiamo partire proprio da ciò che accade oggi — pensieri, emozioni, corpo e comportamenti — per comprendere gradualmente anche da dove nasce quel modo così severo di guardarti e costruire una relazione con te stesso più libera e meno dipendente dal giudizio.
Se vuoi iniziare questo percorso, puoi contattarmi per un primo colloquio.