Difficoltà nella regolazione delle emozioni: quando ciò che sentiamo diventa troppo intenso, troppo veloce o difficile da gestire

Le emozioni non sono il problema. Sono segnali. Ci informano su ciò che sta accadendo dentro di noi e nel rapporto con gli altri: qualcosa ci minaccia, ci ferisce, ci manca, supera un nostro confine o tocca un bisogno importante. La difficoltà nasce quando l’emozione diventa così intensa, rapida o persistente da farci perdere la possibilità di comprenderla e scegliere come rispondere.

Ci sono persone che sentono tutto molto intensamente.

Una critica non provoca soltanto dispiacere.

Può diventare vergogna, rabbia, paura di essere rifiutati.

Un messaggio senza risposta non produce soltanto un dubbio.

Può trasformarsi rapidamente in:

“È successo qualcosa.”

“Ce l’ha con me.”

“Non gli importa più.”

“Ho sbagliato.”

Un conflitto può continuare a risuonare per ore.

Un piccolo episodio può occupare tutta la giornata.

E quando l’emozione arriva sembra impossibile pensare ad altro.

Altre persone vivono apparentemente il problema opposto.

Non esplodono.

Non mostrano quasi nulla.

Trattengono.

Controllano.

Si distaccano.

Dicono:

“Non sento niente.”

Finché qualcosa supera il limite e ciò che è stato contenuto emerge improvvisamente.

La regolazione emotiva non significa quindi semplicemente:

“Imparare a calmarsi.”

Significa qualcosa di molto più ampio:

riconoscere ciò che sentiamo, comprenderne il significato, tollerarne l’intensità e scegliere cosa farne.

Cosa significa regolare un’emozione?

Regolare un’emozione non significa eliminarla.

Non significa essere sempre tranquilli.

Non significa non arrabbiarsi.

Non significa non avere paura.

E non significa trasformare immediatamente un’emozione spiacevole in una positiva.

Una buona regolazione emotiva permette di attraversare l’esperienza senza esserne completamente travolti.

Possiamo essere molto arrabbiati senza necessariamente aggredire qualcuno.

Possiamo avere paura senza evitare automaticamente.

Possiamo sentirci feriti senza interrompere immediatamente una relazione.

Possiamo provare vergogna senza concludere:

“Sono sbagliato.”

Possiamo essere tristi senza doverci liberare immediatamente della tristezza.

La domanda diventa:

“Posso sentire questa emozione e contemporaneamente mantenere una possibilità di scelta?”

Ogni emozione è un segnale

Le emozioni si sono sviluppate anche perché aiutano l’essere umano a orientarsi.

La paura può segnalare:

“Potrebbe esserci un pericolo.”

La rabbia:

“Qualcosa ha superato un mio confine.”

La tristezza:

“Ho perso qualcosa che per me era importante.”

La vergogna:

“Temo che qualcosa di me possa essere giudicato o rifiutato.”

Il senso di colpa:

“Potrei aver agito contro qualcosa che considero importante.”

La gioia:

“Questa esperienza mi nutre, mi interessa, mi avvicina a ciò che desidero.”

Ma un segnale non è necessariamente una descrizione perfetta della realtà.

La paura può attivarsi anche quando il pericolo non è presente.

La vergogna può comparire anche quando non abbiamo fatto nulla di sbagliato.

La rabbia può essere comprensibile ma portarci verso comportamenti dannosi.

Per questo dobbiamo imparare contemporaneamente a fare due cose:

ascoltare l’emozione e verificarne il messaggio.

Sentire intensamente non significa essere “troppo emotivi”

Alcune persone possiedono una maggiore sensibilità emotiva.

Possono reagire rapidamente agli stimoli, raggiungere intensità elevate e impiegare più tempo per tornare al proprio livello abituale.

Questo non significa essere deboli.

Ma significa che la regolazione può richiedere maggiori risorse.

Possiamo immaginare tre dimensioni:

quanto facilmente l’emozione si attiva;

quanto intensamente viene vissuta;

quanto tempo impiega a diminuire.

Due persone possono vivere lo stesso episodio e avere curve emotive completamente differenti.

La disregolazione emotiva non è una diagnosi

Avere difficoltà nel regolare le emozioni non identifica automaticamente un particolare disturbo psicologico.

Può comparire in moltissime situazioni.

Durante periodi di forte stress.

In presenza di ansia o depressione.

Dopo esperienze traumatiche.

Nelle difficoltà relazionali.

In alcuni funzionamenti di personalità.

In condizioni neurodivergenti.

Durante momenti di cambiamento.

Oppure semplicemente quando le strategie che abbiamo imparato nel corso della vita non sono più sufficienti per ciò che stiamo vivendo.

Per questo bisogna comprendere come funziona quella specifica persona, non applicarle automaticamente un’etichetta.

Come si manifesta? I quattro livelli

Anche la difficoltà nella regolazione emotiva può essere osservata attraverso quattro dimensioni:

fisiologica;

cognitiva;

emotiva;

comportamentale.

Spesso il passaggio da una dimensione all’altra avviene molto rapidamente.

A livello fisiologico: quando il corpo si attiva prima ancora delle parole

Le emozioni sono anche esperienze corporee.

Quando l’attivazione aumenta possiamo sentire:

battito accelerato;

respirazione più rapida;

tensione muscolare;

calore;

sudorazione;

tremore;

pressione al petto;

nodo alla gola;

tensione allo stomaco;

nausea;

agitazione;

irrequietezza;

sensazione di essere “carichi”;

oppure improvviso svuotamento e stanchezza.

A volte il corpo reagisce prima che riusciamo a capire cosa stiamo provando.

La persona dice:

“So soltanto che improvvisamente mi sono sentito malissimo.”

Imparare a riconoscere questi segnali precoci può diventare uno degli strumenti più importanti della regolazione emotiva.

A livello del pensiero: quando l’emozione modifica ciò che vediamo

Quando siamo emotivamente attivati non cambia soltanto ciò che sentiamo.

Cambia anche il modo in cui interpretiamo ciò che accade.

Durante la rabbia:

“Lo fa apposta.”

Durante la paura:

“Succederà qualcosa.”

Durante la vergogna:

“Mi stanno giudicando tutti.”

Durante la tristezza:

“Non cambierà niente.”

Quando l’attivazione è molto elevata, il pensiero tende a diventare più rigido.

Vediamo meno possibilità.

Per questo una decisione presa nel momento di massima intensità emotiva può essere molto diversa da quella che prenderemmo alcune ore dopo.

A livello emotivo: quando un’emozione ne contiene un’altra

Ciò che appare in superficie non sempre coincide con ciò che sta accadendo più profondamente.

Possiamo mostrare rabbia e sotto sentire paura.

Possiamo sentirci irritati e sotto essere profondamente feriti.

Possiamo provare vergogna per il fatto di essere tristi.

Possiamo arrabbiarci con noi stessi perché abbiamo paura.

Possiamo sentirci in colpa perché siamo arrabbiati.

L’esperienza emotiva può quindi diventare stratificata.

Emozione primaria:

“Mi sono sentito ferito.”

Emozione secondaria:

“Mi sono arrabbiato perché mi sono sentito ferito.”

Reazione successiva:

“Mi sono vergognato perché ho reagito male.”

Alla fine può diventare difficile capire da dove tutto sia iniziato.

A livello comportamentale: cosa facciamo quando l’emozione diventa troppo intensa

Quando l’attivazione aumenta possiamo cercare di ridurla rapidamente.

Possiamo:

urlare;

litigare;

interrompere una relazione;

inviare messaggi impulsivamente;

bloccare qualcuno;

isolarsi;

abbuffarsi;

bere;

usare sostanze;

fare acquisti impulsivi;

guidare in modo rischioso;

rompere oggetti;

controllare continuamente qualcuno;

cercare rassicurazioni;

evitare;

chiudersi completamente.

Non tutti questi comportamenti hanno la stessa gravità.

Ma possono condividere una funzione:

ridurre rapidamente un’emozione difficile da tollerare.

Il problema non è soltanto l’emozione: è ciò che succede dopo

Immaginiamo:

Una persona importante non risponde.

Pensiero:

“Mi sta ignorando.”

Emozione:

paura.

Poi rabbia.

Corpo:

forte attivazione.

Comportamento:

invio molti messaggi.

L’altra persona si sente pressata e si allontana.

A quel punto:

“Vedi? Mi sta abbandonando.”

Il comportamento utilizzato per ridurre la paura può contribuire a creare proprio la situazione temuta.

Quando reagiamo prima di capire cosa stiamo provando

Uno degli obiettivi principali del lavoro sulla regolazione emotiva è creare uno spazio tra:

emozione

e

azione.

All’inizio può essere uno spazio minuscolo.

Cinque secondi.

Un respiro.

Una frase.

Una pausa.

Ma dentro quello spazio compare qualcosa di fondamentale:

la possibilità di scegliere.

La finestra di tolleranza

Possiamo immaginare una zona nella quale siamo sufficientemente attivati da essere presenti, ma non così attivati da perdere la capacità di pensare.

Quando superiamo quella zona possiamo entrare in uno stato di iperattivazione:

agitazione;

rabbia;

panico;

impulsività;

ipercontrollo;

allarme.

Oppure possiamo andare nella direzione opposta, verso una ipoattivazione:

distacco;

spegnimento;

vuoto;

immobilità;

sensazione di non sentire nulla.

Regolare non significa restare sempre perfettamente al centro.

Significa imparare a riconoscere quando ci stiamo allontanando dalla nostra zona di tolleranza e trovare modi per rientrarvi.

Sopprimere non significa regolare

Una persona può sembrare estremamente controllata e avere comunque grandi difficoltà nella regolazione emotiva.

Può pensare:

“Non devo arrabbiarmi.”

“Non devo essere triste.”

“Non devo mostrare debolezza.”

L’emozione viene trattenuta.

Ma non necessariamente elaborata.

Può emergere attraverso:

tensione;

irritabilità;

somatizzazioni;

esplosioni improvvise;

distacco;

stanchezza;

difficoltà relazionali.

La regolazione non consiste nel non sentire.

Consiste nel poter sentire senza essere costretti né a esplodere né a spegnerci.

Quando abbiamo paura delle nostre stesse emozioni

A volte non temiamo soltanto ciò che sta accadendo.

Temiamo ciò che potremmo sentire.

“Se inizio a piangere non smetto più.”

“Se mi arrabbio perdo il controllo.”

“Se ascolto questa tristezza crollo.”

“Se sento davvero questa paura non riuscirò a gestirla.”

L’emozione diventa quindi una minaccia.

E cominciamo a evitare situazioni che potrebbero attivarla.

Ma più consideriamo un’emozione intollerabile, più diventa difficile attraversarla.

Come impariamo a regolare le emozioni?

La regolazione emotiva si sviluppa anche nelle relazioni.

All’inizio della vita non siamo capaci di regolarci completamente da soli.

Abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti.

Qualcuno che riconosca ciò che sentiamo.

Che dia un nome.

Che contenga.

Che rassicuri.

Che non si spaventi troppo davanti alla nostra emozione.

Progressivamente queste esperienze possono diventare capacità interne.

Ma non tutti hanno avuto le stesse possibilità.

Se le emozioni venivano ignorate:

“Non è niente.”

Se venivano ridicolizzate:

“Non fare il bambino.”

Se venivano punite:

“Non permetterti di arrabbiarti.”

Se l’ambiente era imprevedibile:

“Devo capire immediatamente cosa sta succedendo.”

possiamo aver imparato strategie che un tempo erano adattive e che oggi ci creano difficoltà.

Primo livello: imparare a riconoscere l’emozione prima che raggiunga il massimo

Non possiamo regolare ciò che non riconosciamo.

Per questo il primo lavoro consiste spesso nel diventare più precisi.

Non soltanto:

“Sto male.”

Ma:

“Sono arrabbiato.”

“Sono ferito.”

“Sono impaurito.”

“Mi vergogno.”

“Sono deluso.”

Dare un nome all’esperienza permette già di organizzarla.

Esercizio pratico: la mappa dei quattro livelli

Quando vivi un episodio emotivamente intenso, ricostruiscilo successivamente.

CORPO

Cosa ho sentito?

PENSIERO

Cosa mi sono detto?

EMOZIONE

Quale emozione era presente?

COMPORTAMENTO

Cosa ho fatto?

Poi aggiungi:

SEGNALE

Che cosa stava cercando di comunicarmi questa emozione?

Infine:

BISOGNO

Di cosa avevo bisogno in quel momento?

Non significa che il bisogno debba essere immediatamente soddisfatto.

Significa iniziare a riconoscerlo.

Secondo livello: mindfulness – osservare l’onda emotiva

Un’emozione può essere immaginata come un’onda.

Sale.

Raggiunge un’intensità.

Poi cambia.

Quando siamo dentro l’onda possiamo avere la sensazione:

“Rimarrò così.”

Ma le emozioni sono processi dinamici.

Esercizio pratico: dare un nome all’onda

Quando l’emozione è gestibile, prova a dirti:

“Sto notando rabbia.”

Poi:

“Dove la sento nel corpo?”

Non cercare immediatamente di eliminarla.

Osserva:

intensità;

sensazioni;

impulsi.

Poi chiediti:

“Sta aumentando, diminuendo o rimanendo stabile?”

Stai imparando che puoi osservare un’emozione senza essere completamente coincidente con essa.

Terzo livello: DBT – fermarsi prima dell’azione

La DBT ha sviluppato numerosi strumenti specifici per la regolazione emotiva e la tolleranza della sofferenza.

Uno dei più semplici è STOP.

S – STOP

Non agire immediatamente.

T – TAKE A STEP BACK

Fai un passo indietro.

O – OBSERVE

Osserva corpo, pensieri, emozioni e impulso.

P – PROCEED MINDFULLY

Scegli consapevolmente cosa fare.

L’obiettivo non è negare l’emozione.

È evitare che i primi secondi dell’emozione decidano automaticamente ciò che accadrà dopo.

Quando l’attivazione è troppo alta: partire dal corpo

Quando siamo estremamente attivati, ragionare può non essere sufficiente.

In quei momenti può essere utile intervenire prima sul sistema fisiologico.

Ridurre gli stimoli.

Allontanarsi temporaneamente dalla situazione, quando possibile e sicuro.

Rallentare.

Muovere il corpo.

Orientarsi verso ciò che ci circonda.

Utilizzare tecniche di respirazione o rilassamento quando appropriate.

Il principio è semplice:

prima recuperiamo una sufficiente possibilità di pensare, poi affrontiamo il problema.

DBT: controllare i fatti

Un’emozione può essere comprensibile e contemporaneamente basarsi su un’interpretazione incompleta.

Per esempio:

“Non mi ha risposto.”

Fatto.

“Mi sta ignorando perché non gli importa di me.”

Interpretazione.

Possiamo chiederci:

Quali sono i fatti?

Quali sono le mie interpretazioni?

Esistono altre spiegazioni possibili?

Non serve convincersi che vada tutto bene.

Serve evitare di trattare automaticamente un’interpretazione come un fatto.

DBT: azione opposta

Quando l’emozione non corrisponde pienamente ai fatti oppure la sua intensità non è utile, possiamo sperimentare un comportamento opposto all’impulso.

Vergogna:

vorrei nascondermi.

Se non ho realmente fatto qualcosa di cui vergognarmi, posso provare a non nascondermi.

Paura:

vorrei evitare.

Se la situazione è sicura, posso avvicinarmi gradualmente.

Tristezza:

vorrei isolarmi completamente.

Posso provare un piccolo movimento verso una persona o un’attività.

L’azione può influenzare l’emozione.

Quarto livello: ACT – posso avere questa emozione senza farmi guidare completamente da lei

L’ACT non cerca di trasformare ogni emozione spiacevole in qualcosa di piacevole.

La domanda diventa:

“Posso fare spazio a ciò che sento e contemporaneamente muovermi verso ciò che conta?”

Posso avere paura e parlare.

Posso sentirmi ferito e comunicare senza aggredire.

Posso sentire vergogna e rimanere presente.

Posso essere triste e prendermi cura di qualcosa che per me ha valore.

Esercizio pratico: emozione, impulso, valore

Completa:

“Sto sentendo…”

Poi:

“Questa emozione mi spinge a…”

Poi:

“Se seguissi soltanto l’impulso farei…”

Infine:

“Ma ciò che conta per me in questa situazione è…”

E:

“Quale comportamento rappresenta meglio quel valore?”

In questo modo non chiediamo all’emozione di sparire prima di scegliere.

Schema Therapy: quando l’emozione appartiene anche a una parte di noi

A volte una situazione presente attiva qualcosa di molto più grande della situazione stessa.

Una critica può farci sentire improvvisamente piccoli.

Una distanza può trasformarsi immediatamente in abbandono.

Un errore può attivare una voce estremamente punitiva.

La Schema Therapy descrive queste configurazioni anche attraverso i mode, stati nei quali pensieri, emozioni, sensazioni e comportamenti tendono a organizzarsi insieme.

Possiamo riconoscere:

una parte vulnerabile;

una parte arrabbiata;

una parte impulsiva;

una parte distaccata;

una voce critica o punitiva;

e progressivamente rafforzare una modalità di Adulto Sano capace di riconoscere l’emozione senza esserne travolta.

Esercizio pratico: quale parte di me si è attivata?

Dopo un episodio intenso chiediti:

“Quanti anni mi sembrava di avere emotivamente in quel momento?”

Poi:

“Cosa temevo?”

“Cosa desideravo dall’altra persona?”

“Cosa mi sono detto?”

“Quale parte di me aveva bisogno di essere protetta?”

Infine:

“Cosa potrebbe dire oggi la mia parte adulta a quella parte vulnerabile?”

EFT – non soltanto calmare l’emozione, ma comprenderla

A questo livello possiamo chiederci:

“Qual è l’emozione più profonda?”

La rabbia può dire:

“Mi hai ferito.”

La gelosia:

“Ho paura di perderti.”

Il controllo:

“Ho paura di non essere al sicuro.”

L’irritazione:

“Sono esausto e non riesco a riconoscere il mio bisogno.”

La vergogna:

“Ho paura che, se mi vedessi davvero, non mi accetteresti.”

L’emozione non viene soltanto ridotta.

Viene esplorata.

Esercizio pratico: se l’emozione potesse parlare

Completa lentamente:

“Sono arrabbiato perché…”

oppure:

“Ho paura perché…”

Poi:

“La parte che mi fa più male è…”

Poi:

“Quello che avrei voluto è…”

E infine:

“Quello di cui avrei bisogno è…”

Molto spesso, sotto un’emozione intensa, emerge un bisogno relazionale o personale che non era ancora stato riconosciuto.

Emozioni primarie e secondarie

Questa distinzione può essere molto utile.

Immaginiamo:

una persona importante ci critica.

Prima emozione:

dolore.

Subito dopo:

rabbia.

Poi:

vergogna per essersi arrabbiati.

Se lavoriamo soltanto sulla rabbia rischiamo di non incontrare mai il dolore che l’ha preceduta.

Domandarsi:

“Cosa ho sentito un attimo prima?”

può aprire uno spazio completamente diverso.

Psicoterapia psicodinamica: perché questa emozione diventa così intensa proprio qui?

Quando abbiamo imparato a riconoscere e tollerare maggiormente le emozioni possiamo andare ancora più in profondità.

Non soltanto:

“Come posso calmarmi?”

Ma:

“Perché questa situazione mi colpisce così profondamente?”

Perché una distanza diventa immediatamente abbandono?

Perché una critica viene vissuta come umiliazione?

Perché un conflitto significa:

“La relazione finirà”?

Perché chiedere aiuto produce vergogna?

Perché la rabbia è così difficile da tollerare?

Perché ho bisogno di controllare ciò che provo?

Qui l’emozione diventa una porta attraverso cui esplorare la storia della persona.

Il presente può riattivare qualcosa del passato

Questo non significa che ogni reazione intensa derivi dall’infanzia.

Ma può accadere che una situazione attuale tocchi esperienze relazionali precedenti.

Qualcuno si allontana oggi.

E dentro di noi si riattiva una sensazione antica:

“Quando ho bisogno degli altri, rimango solo.”

Qualcuno ci critica.

E qualcosa risponde:

“Non sono mai abbastanza.”

Qualcuno è arrabbiato con noi.

E sentiamo:

“Se l’altro è arrabbiato, perderò il suo affetto.”

L’intensità dell’emozione presente può essere alimentata anche dalla storia che porta con sé.

Esercizio psicodinamico: seguire l’emozione nella propria storia

Dopo che l’emozione si è sufficientemente ridotta, prova a chiederti:

“Questa sensazione mi è familiare?”

“Quando mi sono sentito così altre volte?”

“In quali relazioni?”

“Cosa temevo allora?”

“Cosa desideravo?”

“Come reagivo?”

Poi:

“Sto facendo qualcosa di simile anche oggi?”

Non dobbiamo forzare collegamenti.

Ma possiamo lasciare che emergano eventuali ripetizioni.

Quando reagiamo sempre nello stesso modo

Alcune sequenze emotive possono ripetersi.

Mi sento trascurato → provo paura → mi arrabbio → attacco → l’altro si allontana → mi sento abbandonato.

Oppure:

Mi sento criticato → provo vergogna → mi chiudo → non spiego cosa provo → l’altro mi percepisce distante → aumenta il conflitto.

Oppure:

Ho bisogno di qualcosa → temo di pesare → non lo chiedo → accumulo frustrazione → esplodo → mi sento in colpa.

Quando riconosciamo la sequenza possiamo iniziare a modificarla.

Dal sintomo al significato

Possiamo partire da:

“Esplodo per qualsiasi cosa.”

Poi:

“Quando sento che non mi ascoltano mi arrabbio moltissimo.”

Più profondamente:

“Prima della rabbia mi sento ignorato.”

Ancora:

“Quando mi sento ignorato provo una sensazione fortissima di non contare.”

E forse:

“Quella sensazione mi accompagna da molto tempo.”

A quel punto non stiamo più lavorando soltanto sull’esplosione.

Stiamo comprendendo ciò che l’esplosione sta cercando di proteggere o comunicare.

Regolare non significa invalidare

Esiste un rischio nel parlare di regolazione emotiva.

Far passare il messaggio:

“Devi imparare a controllarti.”

Ma non è questo il punto.

Se una persona è arrabbiata perché è stata trattata ingiustamente, il lavoro non consiste nel convincerla a non essere arrabbiata.

Possiamo aiutarla a:

riconoscere la rabbia;

comprenderne il messaggio;

verificare ciò che sta accadendo;

tollerarne l’intensità;

comunicarla;

utilizzarla per proteggere un confine;

senza necessariamente trasformarla in un comportamento distruttivo.

L’emozione può essere valida.

Il comportamento deve comunque poter essere scelto.

Responsabilità emotiva non significa colpevolizzarsi

Non scegliamo sempre ciò che proviamo.

Ma possiamo progressivamente aumentare la responsabilità su ciò che facciamo con quello che proviamo.

Possiamo dire:

“La mia rabbia ha senso.”

E contemporaneamente:

“Il modo in cui ho agito ha ferito qualcuno e devo assumermene la responsabilità.”

Le due cose possono essere vere insieme.

Comprendere non significa giustificare qualsiasi comportamento.

Quando chiedere aiuto

Può essere utile rivolgersi a un professionista quando le emozioni diventano frequentemente ingestibili, compromettono relazioni, lavoro o quotidianità, producono comportamenti impulsivi importanti oppure portano a periodi di forte chiusura e sofferenza.

È particolarmente importante chiedere aiuto quando alla disregolazione si associano autolesionismo, abuso di sostanze, comportamenti pericolosi, aggressività grave o pensieri suicidari.

In presenza di un rischio immediato per sé o per altre persone è necessario rivolgersi tempestivamente ai servizi sanitari di emergenza.

Non tutto deve essere affrontato allo stesso livello

Il lavoro sulla regolazione emotiva può procedere gradualmente.

La psicoeducazione permette di comprendere come funzionano le emozioni e riconoscere i segnali precoci.

La mindfulness aiuta a osservare l’esperienza senza reagire automaticamente.

La DBT offre strumenti specifici per tolleranza della sofferenza, regolazione emotiva, controllo degli impulsi ed efficacia interpersonale.

L’ACT aiuta a fare spazio alle emozioni mantenendo una direzione legata ai propri valori.

La Schema Therapy permette di riconoscere parti vulnerabili, modalità impulsive, distacco e voci critiche interiorizzate.

L’EFT aiuta ad avvicinarsi alle emozioni primarie e ai bisogni che esse comunicano.

La psicoterapia psicodinamica permette di comprendere come il nostro modo di vivere, esprimere e regolare le emozioni si sia costruito nella storia personale e continui a manifestarsi nelle relazioni presenti.

Non significa utilizzare tutte queste tecniche con ogni persona.

Significa costruire un percorso nel quale la regolazione e la comprensione possano procedere insieme.

Domande frequenti sulla regolazione emotiva

Essere molto emotivi significa avere un problema?

No. Intensità emotiva e difficoltà di regolazione non sono la stessa cosa. Una persona può sentire profondamente ed essere comunque capace di comprendere e gestire ciò che prova.

Regolare significa controllare le emozioni?

Non nel senso di reprimerle. Significa riconoscerle, tollerarle e poter scegliere come rispondere.

Perché reagisco in modo molto forte a cose apparentemente piccole?

Perché l’intensità della risposta non dipende soltanto dall’evento presente. Possono contribuire stress, vulnerabilità biologica, significati personali, esperienze precedenti e condizioni del momento.

Perché capisco di aver esagerato soltanto dopo?

Quando l’attivazione emotiva è molto elevata la capacità di valutare alternative può ridursi. Per questo imparare a riconoscere precocemente i segnali corporei può essere particolarmente utile.

Trattenere tutto significa essere bravi a regolare le emozioni?

No. La soppressione emotiva e la regolazione sono processi differenti.

La DBT può aiutare?

Sì. La regolazione emotiva e la tolleranza della sofferenza costituiscono componenti centrali della DBT.

Devo capire sempre da dove arriva un’emozione?

No. A volte è più importante imparare prima a tollerarla e gestirla. L’approfondimento può avvenire successivamente.

Le emozioni intense possono cambiare?

Sì. È possibile sviluppare nuove capacità di riconoscimento, regolazione e comprensione emotiva attraverso esperienza, relazioni e psicoterapia.

Non dobbiamo scegliere tra sentire e controllarci

A volte viviamo come se esistessero soltanto due possibilità.

O trattengo tutto.

Oppure:

esplodo.

O non sento.

Oppure sento troppo.

O controllo.

Oppure perdo il controllo.

Il lavoro psicologico può costruire progressivamente una terza possibilità:

sentire senza essere travolti.

Possiamo imparare a riconoscere ciò che accade nel corpo.

Dare un nome all’emozione.

Distinguere i fatti dalle interpretazioni.

Fermarci prima di agire.

Tollerare l’onda.

Comprendere l’impulso.

Scegliere un comportamento coerente con ciò che conta.

E successivamente possiamo andare più in profondità.

“Perché questa situazione mi tocca così tanto?”

“Cosa sto cercando di proteggere?”

“Quale bisogno sta emergendo?”

“Cosa c’è sotto la rabbia?”

“Cosa temo quando qualcuno si allontana?”

“Perché per me è così difficile mostrare vulnerabilità?”

“Dove ho imparato che alcune emozioni non potevano essere espresse?”

A quel punto l’emozione smette progressivamente di essere soltanto qualcosa da controllare.

Diventa qualcosa che possiamo ascoltare, comprendere e trasformare.

Perché le emozioni non sono nemiche da sconfiggere.

Sono segnali.

E imparare a regolarle non significa abbassarne continuamente il volume.

Significa imparare a comprenderne il linguaggio senza lasciare che decidano, da sole, la direzione della nostra vita.

Se ti riconosci in queste parole

Se senti che rabbia, paura, tristezza, vergogna o altre emozioni diventano frequentemente troppo intense, ti portano a reagire in modi che poi rimpiangi oppure, al contrario, senti di doverle continuamente trattenere e controllare, può essere utile fermarsi a comprendere cosa sta accadendo.

In psicoterapia possiamo lavorare inizialmente su strumenti concreti per riconoscere e regolare ciò che senti e, gradualmente, approfondire il significato che quelle emozioni hanno nella tua storia, nei tuoi bisogni e nelle tue relazioni.

Se vuoi iniziare questo percorso, puoi contattarmi per un primo colloquio.

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