CFT – Compassion Focused Therapy: cos’è, come funziona, tecniche e ambiti di applicazione
Non sempre abbiamo bisogno di diventare più forti contro noi stessi. A volte abbiamo bisogno di imparare a sostenerci proprio nei momenti in cui ci sentiamo più fragili.
Ti è mai capitato di commettere un errore e continuare a rimproverarti anche quando la situazione era ormai conclusa?
Oppure di sentirti inadeguato, di confrontarti continuamente con gli altri, di avere la sensazione di non fare mai abbastanza?
Forse riesci a essere comprensivo con le persone che ami, ma quando sei tu a sbagliare diventi particolarmente severo.
A un amico che attraversa un momento difficile potresti dire:
“Può capitare di sbagliare. Non significa che tu non abbia valore.”
A te stesso, invece, potresti rivolgere parole molto diverse:
“Non ne faccio mai una giusta.”
“Dovrei essere migliore.”
“Non posso permettermi di essere debole.”
“Gli altri sono sempre più capaci di me.”
Questa differenza può apparire normale, quasi inevitabile.
Molte persone hanno imparato a considerare l'autocritica una forma di disciplina. Credono che essere duri con sé stessi permetta di migliorare, evitare gli errori e mantenere il controllo.
In alcuni momenti, riconoscere i propri limiti e valutare criticamente i propri comportamenti è certamente utile.
Ma cosa accade quando la critica non riguarda più quello che abbiamo fatto, bensì quello che pensiamo di essere?
Quando un errore diventa la prova della nostra incapacità?
Quando una difficoltà viene interpretata come debolezza?
Quando la vergogna ci porta a nascondere parti di noi, evitare relazioni o rinunciare a nuove esperienze?
In questi casi, la voce che dovrebbe aiutarci a migliorare può trasformarsi in una fonte ulteriore di sofferenza.
La Compassion Focused Therapy, conosciuta come CFT o Terapia Focalizzata sulla Compassione, nasce proprio dall'attenzione verso questi processi.
Il suo obiettivo non è insegnare alle persone a giustificarsi, compatirsi o evitare le proprie responsabilità.
È aiutarle a sviluppare un modo differente di entrare in relazione con la propria sofferenza, caratterizzato da comprensione, coraggio, attenzione e capacità di agire.
La domanda centrale diventa:
“Come posso affrontare ciò che mi fa soffrire senza trasformarmi continuamente nel mio peggior giudice?”
Che cos'è la Compassion Focused Therapy?
La Compassion Focused Therapy è un approccio psicoterapeutico sviluppato dallo psicologo clinico britannico Paul Gilbert, a partire dai suoi studi sulla vergogna, sull'autocritica e sui processi evolutivi che influenzano il funzionamento emotivo umano.
La CFT viene generalmente collocata nell'ambito delle terapie cognitivo-comportamentali di terza generazione, pur essendo un modello integrativo che utilizza contributi provenienti da differenti prospettive.
Tra queste troviamo la psicologia evoluzionistica, la teoria dell'attaccamento, la psicologia sociale, la psicologia cognitivo-comportamentale, la mindfulness e gli studi sui sistemi di regolazione emotiva.
Il modello nasce da un'osservazione clinica particolarmente interessante.
Alcune persone riescono a riconoscere razionalmente che determinati pensieri negativi su sé stesse non sono realistici, ma continuano a sentirsi profondamente sbagliate.
Una persona potrebbe comprendere che un errore non dimostra la sua incapacità.
Potrebbe anche riconoscere di possedere qualità, risorse e competenze.
Eppure, emotivamente, continuare a sentirsi inferiore.
Perché?
Perché comprendere qualcosa razionalmente non significa necessariamente riuscire a sentirla emotivamente.
Una persona può sapere di meritare rispetto senza riuscire a trattarsi con rispetto.
Può comprendere di non essere colpevole di un'esperienza dolorosa e continuare a vergognarsene.
Può riconoscere il proprio valore e, contemporaneamente, sentirsi inadeguata.
La CFT cerca di intervenire proprio su questa distanza tra comprensione cognitiva ed esperienza emotiva.
Non si limita a modificare ciò che pensiamo di noi.
Cerca di sviluppare anche le capacità emotive necessarie per sostenerci, proteggerci e affrontare le difficoltà.
Che cosa significa realmente compassione?
Nel linguaggio quotidiano, la parola compassione viene talvolta associata alla pietà.
Potremmo immaginare una persona che prova dispiacere per la sofferenza di qualcun altro, ma rimane sostanzialmente passiva.
Nella CFT il significato è molto diverso.
La compassione viene intesa come la capacità di riconoscere e comprendere la sofferenza, accompagnata dalla motivazione a prevenirla o alleviarla.
Sono quindi presenti due aspetti fondamentali.
Il primo riguarda la disponibilità a entrare in contatto con la sofferenza.
Il secondo riguarda la capacità di fare qualcosa di utile per affrontarla.
Immaginiamo di vedere una persona cara particolarmente affaticata.
Potremmo riconoscere la sua stanchezza, comprendere che sta attraversando un momento difficile e offrirle ascolto.
Ma potremmo anche aiutarla a riconoscere i propri limiti, incoraggiarla a riposare o sostenerla nell'affrontare una situazione che sta evitando.
La compassione non consiste soltanto nel consolare.
Comprende anche il coraggio di affrontare quello che è necessario.
Lo stesso principio può essere applicato a noi stessi.
Essere compassionevoli non significa dirsi continuamente che va tutto bene.
A volte significa riconoscere che qualcosa non va e decidere di intervenire.
Significa poter dire:
“Sto attraversando un momento difficile e ho bisogno di comprendere cosa mi sta accadendo.”
Ma anche:
“Questo comportamento mi sta facendo male. Posso assumermi la responsabilità di modificarlo senza umiliarmi.”
La compassione non è il contrario della responsabilità. È un modo di esercitarla senza aggiungere sofferenza inutile.
Perché la mente umana può diventare così critica?
Uno dei punti più interessanti della CFT riguarda la prospettiva evoluzionistica.
La mente umana non si è sviluppata esclusivamente per renderci felici.
Una parte importante dei nostri processi psicologici si è evoluta per individuare pericoli, anticipare minacce, proteggere la nostra posizione all'interno del gruppo e favorire la sopravvivenza.
Essere sensibili al giudizio degli altri, per esempio, può essere compreso anche considerando l'importanza che l'appartenenza sociale ha avuto nella storia evolutiva della nostra specie.
Per gli esseri umani, vivere all'interno di un gruppo ha rappresentato una risorsa fondamentale.
Essere esclusi, rifiutati o perdere il sostegno degli altri poteva comportare conseguenze molto importanti.
Questo contribuisce a spiegare perché alcune esperienze apparentemente soltanto sociali possano provocare reazioni emotive intense.
Una critica ricevuta sul lavoro può generare ansia.
Un rifiuto affettivo può attivare vergogna.
Un confronto sociale può produrre sentimenti di inferiorità.
Un errore può essere percepito come una minaccia alla propria immagine.
La mente non si limita a registrare l'evento.
Cerca di interpretarne il significato e di prevedere eventuali conseguenze.
Il problema emerge quando questi processi diventano particolarmente rigidi e finiscono per attivarsi anche in situazioni nelle quali non esiste un pericolo concreto proporzionato alla reazione.
Il concetto di “tricky brain”: una mente complessa e difficile da gestire
Paul Gilbert utilizza il concetto di tricky brain, che possiamo tradurre come mente complessa, difficile o talvolta ingannevole.
La nostra mente possiede straordinarie capacità.
Possiamo ricordare, immaginare, pianificare, riflettere, confrontare esperienze e attribuire significati.
Ma proprio queste capacità possono generare sofferenza.
Possiamo preoccuparci per eventi che non sono ancora accaduti.
Possiamo rivivere mentalmente situazioni concluse molti anni prima.
Possiamo immaginare continuamente come gli altri ci giudichino.
Possiamo costruire rappresentazioni negative di noi stessi e reagire emotivamente come se fossero verità indiscutibili.
Immaginiamo una persona che abbia commesso un errore durante una riunione.
L'evento dura pochi minuti.
La mente, però, può continuare a riproporlo per giorni.
“Avranno pensato che sono incompetente.”
“Adesso perderanno fiducia in me.”
“Perché devo sempre sbagliare?”
“Non avrei dovuto parlare.”
Il disagio iniziale viene alimentato da un processo continuo di anticipazioni, confronti e autocritiche.
La CFT invita a riconoscere che non abbiamo scelto volontariamente tutte le caratteristiche della nostra mente, le nostre predisposizioni emotive o le esperienze che hanno contribuito a formarci.
Questo non elimina la nostra responsabilità.
Permette però di distinguere tra ciò che abbiamo ereditato o appreso e ciò che possiamo progressivamente modificare.
Non siamo responsabili di aver sviluppato automaticamente ogni nostro schema emotivo. Possiamo però lavorare per comprendere questi schemi e imparare a rispondere in modo differente.
I tre sistemi di regolazione emotiva nella CFT
Uno dei modelli più conosciuti della Compassion Focused Therapy descrive tre grandi sistemi funzionali coinvolti nella regolazione delle emozioni.
Si tratta del sistema di minaccia e protezione, del sistema di ricerca delle risorse e delle ricompense e del sistema di calma, sicurezza e affiliazione.
Questi tre sistemi non devono essere considerati come tre strutture cerebrali perfettamente separate.
Rappresentano un modello psicologico utile per comprendere differenti modalità attraverso cui l'organismo orienta attenzione, emozioni, motivazioni e comportamenti.
Tutti e tre sono importanti.
Le difficoltà possono emergere quando il loro funzionamento diventa poco flessibile o fortemente sbilanciato.
1. Il sistema di minaccia e protezione
Il sistema di minaccia ha il compito di individuare potenziali pericoli e prepararci a rispondere.
Quando percepiamo una minaccia, possiamo sperimentare ansia, paura, rabbia, vergogna o disgusto.
L'attenzione tende a concentrarsi sui segnali di pericolo.
Il corpo può prepararsi a reagire.
I pensieri cercano di prevedere quello che potrebbe accadere.
I comportamenti possono orientarsi verso l'attacco, la fuga, l'evitamento, il blocco o la sottomissione.
Questo sistema è indispensabile.
Se attraversiamo una strada e vediamo arrivare improvvisamente un'automobile, abbiamo bisogno di una risposta rapida.
Ma le minacce possono essere anche psicologiche e relazionali.
Una persona potrebbe percepire come minaccioso il rischio di essere giudicata, criticata, abbandonata o umiliata.
Immaginiamo qualcuno che teme particolarmente il fallimento.
Ogni volta che deve affrontare una nuova responsabilità, il sistema di minaccia si attiva.
Compaiono pensieri come:
“Se sbaglio, tutti capiranno che non valgo.”
La persona può reagire cercando di controllare ogni dettaglio, lavorando eccessivamente oppure evitando completamente la situazione.
Nel breve periodo queste strategie possono offrire una sensazione di protezione.
Nel lungo periodo rischiano di rafforzare l'idea che commettere un errore sia intollerabile.
2. Il sistema di ricerca delle risorse e delle ricompense
Il secondo sistema viene spesso chiamato drive system.
È associato alla motivazione, alla ricerca di opportunità, al raggiungimento degli obiettivi e alle esperienze di ricompensa.
Ci aiuta a esplorare, imparare, costruire, impegnarci e perseguire ciò che desideriamo.
Quando questo sistema è attivo possiamo sentirci energici, motivati, incuriositi ed entusiasti.
Pensiamo alla soddisfazione di imparare una nuova competenza, raggiungere un obiettivo professionale o completare un progetto importante.
Il sistema delle ricompense svolge quindi una funzione positiva.
Tuttavia può diventare problematico quando viene utilizzato continuamente per compensare sentimenti di inferiorità o insicurezza.
Una persona potrebbe convincersi:
“Se raggiungerò questo risultato, finalmente mi sentirò abbastanza.”
Raggiunge l'obiettivo.
Per qualche tempo prova soddisfazione.
Poi compare un nuovo confronto.
Un nuovo traguardo.
Una nuova aspettativa.
La sensazione di non essere abbastanza ritorna.
In questo caso, la ricerca del successo può essere alimentata non soltanto dal desiderio di crescere, ma anche dalla necessità di sfuggire alla vergogna.
La persona continua a correre, ma fatica a sperimentare una sicurezza emotiva indipendente dai risultati.
3. Il sistema di calma, sicurezza e affiliazione
Il terzo sistema viene generalmente indicato come soothing system, o sistema di calma, rassicurazione e sicurezza affiliativa.
È collegato alle esperienze di accudimento, vicinanza, sostegno, protezione e connessione.
Non coincide semplicemente con il piacere derivante dal raggiungimento di un obiettivo.
Riguarda piuttosto la possibilità di sentirsi sufficientemente al sicuro, accolti e sostenuti.
Possiamo comprenderlo pensando alla differenza tra due esperienze.
Nella prima riceviamo una promozione e proviamo entusiasmo.
Nella seconda attraversiamo un momento difficile e una persona significativa ci ascolta senza giudicarci.
La prima esperienza può attivare soprattutto la soddisfazione legata alla ricompensa.
La seconda può favorire una sensazione di sicurezza e conforto.
Nella CFT si cerca di sviluppare proprio questa capacità di rassicurazione, anche nella relazione con sé stessi.
Una persona può imparare a riconoscere:
“Sto vivendo una situazione difficile, ma posso affrontarla senza aggredirmi.”
Questo non elimina necessariamente la paura.
Può però contribuire a creare condizioni emotive nelle quali diventa più semplice riflettere e scegliere.
Quando i tre sistemi perdono equilibrio
Immaginiamo una persona particolarmente perfezionista.
Il suo sistema di minaccia si attiva ogni volta che percepisce la possibilità di sbagliare.
Per proteggersi dalla vergogna, aumenta l'impegno.
Lavora di più.
Controlla continuamente.
Cerca risultati sempre migliori.
Il sistema della ricompensa viene utilizzato per allontanare la minaccia.
Il riposo, invece, può essere vissuto come qualcosa di pericoloso.
“Se mi fermo, rimango indietro.”
“Se non produco, non valgo.”
La persona può ottenere risultati importanti, ma sperimentare raramente una reale condizione di tranquillità.
La CFT non cerca di eliminare la motivazione.
Cerca di favorire un maggiore equilibrio.
Lavorare per raggiungere un obiettivo è diverso dal lavorare perché non ci si sente mai abbastanza.
Riprendere le proprie attività dopo un errore è diverso dal punirsi continuamente per averlo commesso.
Il cambiamento non consiste nel rinunciare a migliorare, ma nel non dover utilizzare la paura e la vergogna come unici strumenti di motivazione.
Vergogna e autocritica: due processi centrali nella CFT
La Compassion Focused Therapy attribuisce particolare importanza alla vergogna e all'autocritica.
Sono esperienze frequenti e, entro certi limiti, comprensibili.
Possono però diventare particolarmente dolorose quando influenzano stabilmente il modo in cui una persona percepisce sé stessa e le proprie relazioni.
La differenza tra colpa e vergogna
La colpa riguarda prevalentemente la valutazione negativa di un comportamento.
Potremmo pensare:
“Ho fatto qualcosa di sbagliato.”
La vergogna coinvolge più direttamente l'immagine di sé.
Il pensiero diventa:
“Sono sbagliato.”
Questa distinzione non è assoluta, ma aiuta a comprendere processi psicologici differenti.
La colpa può favorire il desiderio di riparare un comportamento.
La vergogna intensa può invece produrre il desiderio di nascondersi, evitare gli altri o svalutarsi.
Immaginiamo una persona che abbia ferito qualcuno con una frase impulsiva.
Una risposta orientata alla colpa potrebbe essere:
“Ho reagito male. Posso chiedere scusa e cercare di comprendere perché è successo.”
Una risposta dominata dalla vergogna potrebbe diventare:
“Sono una persona orribile. Rovino sempre tutto.”
Nel primo caso rimane possibile assumersi una responsabilità concreta.
Nel secondo, la persona rischia di trasformare un comportamento in una condanna globale della propria identità.
Vergogna interna e vergogna esterna
La CFT distingue anche due dimensioni della vergogna.
La vergogna interna riguarda il modo in cui giudichiamo noi stessi.
Può manifestarsi attraverso convinzioni come:
“Non sono abbastanza intelligente.”
“Non sono interessante.”
“Non merito affetto.”
La vergogna esterna riguarda invece il modo in cui immaginiamo di essere percepiti dagli altri.
Per esempio:
“Se mi conoscessero davvero, mi rifiuterebbero.”
“Si accorgeranno delle mie debolezze.”
“Penseranno che non valgo niente.”
Queste due dimensioni possono alimentarsi reciprocamente.
Una persona che si considera inadeguata può interpretare più facilmente gli atteggiamenti altrui come segnali di disapprovazione.
A sua volta, il timore del giudizio esterno può intensificare la svalutazione personale.
L'autocritica: quando la voce interiore diventa un aggressore
L'autocritica non è sempre negativa.
Riconoscere un errore, valutare un comportamento e individuare possibili miglioramenti sono capacità fondamentali.
La difficoltà emerge quando il dialogo interno assume caratteristiche umilianti, punitive o persecutorie.
Una cosa è pensare:
“Avrei potuto gestire meglio questa situazione.”
Un'altra è dirsi:
“Non sono capace di fare niente.”
Nel primo caso viene valutato un comportamento.
Nel secondo viene attaccata la persona.
La CFT cerca di comprendere anche la funzione dell'autocritica.
Perché una persona ha sviluppato una voce interiore così severa?
Che cosa cerca di ottenere?
Da quale paura potrebbe tentare di proteggerla?
Talvolta l'autocritica nasce come una strategia appresa.
Una persona può aver sperimentato un ambiente nel quale gli errori venivano puniti, il successo rappresentava una condizione per ricevere approvazione oppure manifestare vulnerabilità esponeva a giudizi negativi.
In queste condizioni potrebbe aver imparato:
“Se mi critico prima degli altri, posso evitare di essere umiliato.”
Oppure:
“Se non mi concedo mai di sbagliare, nessuno potrà rimproverarmi.”
Una strategia inizialmente orientata alla protezione può così trasformarsi in un meccanismo che mantiene la sofferenza.
Le diverse funzioni dell'autocritica
Non tutte le forme di autocritica sono identiche.
A volte la critica cerca di correggere un comportamento attraverso la pressione.
“Devi impegnarti di più.”
“Non puoi permetterti questo errore.”
Altre volte assume una funzione fortemente svalutante.
“Non vali niente.”
“Sei un fallimento.”
In altri casi può essere associata a sentimenti di rabbia verso sé stessi o al desiderio di punirsi.
Comprendere queste differenze è importante.
Una voce critica che cerca di evitare il fallimento può richiedere un lavoro diverso rispetto a una voce profondamente ostile, alimentata da vergogna e disprezzo personale.
La CFT non propone semplicemente di sostituire ogni pensiero negativo con una frase rassicurante.
Invita a esplorare la relazione tra la parte critica, le paure che la alimentano e la parte della persona che ne subisce le conseguenze.
Perché essere gentili con sé stessi può risultare difficile?
Potrebbe sembrare naturale desiderare una relazione interiore più comprensiva.
Eppure non sempre accade.
Alcune persone sperimentano disagio proprio quando provano a rivolgersi parole rassicuranti.
Potrebbero pensare:
“Se smetto di criticarmi, diventerò pigro.”
“Se mi perdono, continuerò a sbagliare.”
“Non merito di essere trattato bene.”
“Essere comprensivo con me stesso significa essere debole.”
Per altre persone, invece, la compassione può evocare tristezza, rabbia o ricordi dolorosi.
Ricevere attenzione e vicinanza può ricordare qualcosa che è mancato.
Un gesto di cura può rendere più evidente un bisogno affettivo rimasto a lungo insoddisfatto.
La CFT definisce questi fenomeni come paure, blocchi e resistenze alla compassione.
Non vengono considerati semplicemente ostacoli da superare con la volontà.
Diventano parte del lavoro terapeutico.
Se una persona prova disagio davanti alla gentilezza, può essere importante comprendere quale significato abbia attribuito nel corso della propria storia alla vulnerabilità, alla dipendenza, all'affetto e alla protezione.
In alcuni casi, prima di sviluppare maggiore autocompassione, è necessario costruire gradualmente una sensazione di sicurezza nella relazione terapeutica.
I tre flussi della compassione
Un altro concetto fondamentale della CFT riguarda i tre flussi della compassione.
La compassione può muoversi in direzioni differenti.
Non riguarda esclusivamente il modo in cui trattiamo noi stessi.
Coinvolge anche la capacità di prenderci cura degli altri e di ricevere il loro sostegno.
1. Compassione verso gli altri
È la capacità di riconoscere la sofferenza altrui e rispondere in modo attento, comprensivo e utile.
Può manifestarsi nell'ascolto, nel sostegno emotivo, nella disponibilità ad aiutare o nella capacità di affrontare insieme una difficoltà.
Ma anche questo flusso richiede equilibrio.
Una persona può essere estremamente disponibile verso gli altri e trascurare costantemente i propri bisogni.
In questi casi, la cura può intrecciarsi con la paura di deludere, di essere abbandonati o di perdere l'approvazione.
Essere compassionevoli non significa rinunciare ai propri confini.
2. Compassione ricevuta dagli altri
Riguarda la capacità di accogliere attenzione, affetto, rassicurazione e aiuto.
Per alcune persone è particolarmente difficile.
Possono offrire sostegno senza problemi, ma sentirsi a disagio quando sono loro ad averne bisogno.
Potrebbero minimizzare le difficoltà.
Rifiutare gli aiuti.
Nascondere la sofferenza.
Interpretare la vicinanza come un segno di debolezza.
La CFT esplora anche queste difficoltà.
Imparare a ricevere sostegno può essere importante quanto imparare a offrirlo.
3. Compassione verso sé stessi
È la capacità di riconoscere la propria sofferenza e rispondere con attenzione, comprensione e disponibilità ad agire.
Non significa considerarsi sempre nel giusto.
Significa riuscire a mantenere un atteggiamento rispettoso verso sé stessi anche quando emergono errori, limiti e difficoltà.
Possiamo chiederci:
“Se una persona a cui voglio bene si trovasse nella mia stessa situazione, come cercherei di aiutarla?”
La risposta può diventare un punto di partenza per esplorare la differenza tra il modo in cui ci prendiamo cura degli altri e il modo in cui trattiamo noi stessi.
Le due dimensioni fondamentali della compassione
Nel modello della CFT la compassione comprende due grandi dimensioni.
La prima riguarda il riconoscimento e la comprensione della sofferenza.
La seconda riguarda le capacità necessarie per affrontarla.
Questa distinzione è particolarmente importante perché evita di ridurre la compassione a una semplice emozione positiva.
La capacità di entrare in contatto con la sofferenza
Riconoscere la sofferenza richiede attenzione.
Dobbiamo accorgerci di ciò che stiamo vivendo.
Richiede anche disponibilità a non allontanarci immediatamente da ciò che è difficile.
Per esempio, una persona potrebbe riconoscere di sentirsi sola, invece di riempire continuamente ogni momento con attività e distrazioni.
Oppure potrebbe accorgersi che dietro la rabbia nei confronti di qualcuno è presente il dolore di essersi sentita rifiutata.
La compassione comprende sensibilità, empatia, capacità di tollerare il disagio, comprensione e atteggiamento non giudicante.
Non significa necessariamente condividere o approvare ogni comportamento.
Significa poter osservare la sofferenza senza reagire immediatamente con rifiuto o condanna.
La capacità di agire per alleviare la sofferenza
Comprendere il proprio dolore rappresenta soltanto una parte del processo.
Occorre anche sviluppare comportamenti utili.
Una persona può riconoscere di essere esausta e decidere di riposare.
Può comprendere che una relazione è dannosa e iniziare a stabilire confini.
Può riconoscere la propria paura e affrontare gradualmente una situazione importante.
Può accorgersi di aver sbagliato e cercare di riparare.
In questo senso, la CFT valorizza una compassione attiva.
A volte la risposta compassionevole è rassicurante.
Altre volte richiede fermezza.
A volte significa concedersi una pausa.
Altre volte significa trovare il coraggio di fare qualcosa che stiamo evitando.
Le principali tecniche della Compassion Focused Therapy
La CFT utilizza differenti strumenti cognitivi, emotivi, corporei, immaginativi e comportamentali.
Le tecniche non vengono applicate necessariamente tutte, né sempre nello stesso ordine.
La scelta dipende dalla formulazione clinica, dalla storia personale, dagli obiettivi terapeutici e dalla capacità della persona di tollerare determinate esperienze.
Il punto centrale non consiste nell'eseguire esercizi piacevoli, ma nello sviluppare progressivamente una motivazione compassionevole e le competenze per tradurla nella vita quotidiana.
1. La psicoeducazione sui tre sistemi emotivi
Una delle prime attività può consistere nell'aiutare la persona a riconoscere come funzionano i propri sistemi di minaccia, ricerca delle ricompense e sicurezza.
Immaginiamo qualcuno che riferisca:
“Non riesco mai a fermarmi. Anche quando sono stanco, penso che dovrei fare qualcosa.”
Il terapeuta potrebbe esplorare che cosa accade emotivamente quando la persona prova a riposare.
Potrebbe emergere un pensiero:
“Se mi fermo, sono inutile.”
La pausa attiva una minaccia.
Per evitare il senso di inutilità, la persona ritorna immediatamente all'attività.
In questo modo, il lavoro non riguarda soltanto la gestione del tempo.
Riguarda il rapporto tra riposo, valore personale e paura del giudizio.
Comprendere questo funzionamento permette di riconoscere che alcune abitudini possono essere sostenute da processi emotivi molto più profondi.
2. La mappa personale dei tre sistemi
Un esercizio consiste nel ricostruire alcune situazioni quotidiane e osservare quale sistema emotivo risulta maggiormente coinvolto.
Prendiamo un esempio.
Una persona riceve un messaggio dal proprio responsabile:
“Domani dobbiamo parlare.”
La mente interpreta immediatamente la frase come una possibile critica.
Compaiono preoccupazione, tensione e pensieri catastrofici.
Il sistema di minaccia è particolarmente attivo.
La persona cerca allora di recuperare una sensazione di controllo.
Rilegge tutte le attività svolte, controlla le email, prepara spiegazioni e prova ad anticipare ogni possibile contestazione.
Questi comportamenti possono essere orientati alla protezione.
L'intervento terapeutico aiuta a riconoscere il processo e a costruire risposte alternative.
Per esempio, la persona può imparare a distinguere tra un pericolo concretamente identificato e un'anticipazione mentale.
Può riconoscere il bisogno di rassicurazione.
Può decidere di prepararsi ragionevolmente senza trascorrere l'intera serata a controllare.
3. Il Soothing Rhythm Breathing
Il Soothing Rhythm Breathing è una tecnica respiratoria utilizzata nella CFT per favorire una condizione di maggiore calma e disponibilità alla compassione.
Non consiste nel forzare il respiro.
La persona viene generalmente invitata a trovare una posizione sufficientemente comoda, orientare l'attenzione al corpo e lasciare che la respirazione assuma gradualmente un ritmo tranquillo e regolare.
Può essere utile rallentare leggermente i movimenti, ammorbidire eventuali tensioni non necessarie e osservare il contatto del corpo con la superficie che lo sostiene.
L'obiettivo non è raggiungere uno stato perfetto di rilassamento.
È creare condizioni favorevoli a una risposta meno dominata dall'allarme.
Per esempio, una persona particolarmente autocritica può sperimentare questa modalità respiratoria prima di affrontare un pensiero difficile.
Il lavoro successivo potrebbe riguardare il modo in cui rispondere a quel pensiero.
Se concentrarsi sul respiro provoca disagio, vertigini o maggiore attivazione, l'esercizio può essere modificato o sostituito con altre forme di orientamento al presente.
4. La mindfulness compassionevole
La mindfulness permette di sviluppare la capacità di osservare pensieri, emozioni e sensazioni corporee.
Nella CFT questa consapevolezza viene collegata alla motivazione compassionevole.
Non si tratta soltanto di notare ciò che accade.
Si cerca anche di sviluppare un atteggiamento disponibile e non ostile verso l'esperienza osservata.
Immaginiamo una persona che provi ansia.
Una risposta autocritica potrebbe essere:
“Non dovrei essere così ansioso. Sono sempre il solito.”
Attraverso la consapevolezza, la persona può iniziare a riconoscere:
“Sto provando ansia.”
Attraverso la prospettiva compassionevole può aggiungere:
“Questa situazione per me è difficile. Posso cercare di comprendere cosa mi sta spaventando.”
L'ansia non viene necessariamente eliminata.
Cambia il modo in cui la persona entra in relazione con essa.
5. La costruzione del Sé compassionevole
Una delle tecniche centrali della CFT riguarda lo sviluppo del Compassionate Self, o Sé compassionevole.
Si tratta di una modalità intenzionale di relazione con sé stessi, caratterizzata da saggezza, coraggio, attenzione, fermezza e capacità di cura.
Il terapeuta può invitare la persona a immaginare come potrebbe comportarsi una versione di sé capace di affrontare le difficoltà con maggiore comprensione.
Non deve essere una figura perfetta.
Non è una persona che non prova mai paura, rabbia o tristezza.
È una modalità del Sé che cerca di rispondere alla sofferenza senza esserne completamente sopraffatta.
La persona può esplorare:
Come parlerebbe questa parte di me?
Che atteggiamento avrebbe?
Quale tono di voce utilizzerebbe?
Come affronterebbe un errore?
Che cosa farebbe davanti a una situazione difficile?
Una persona che abitualmente pensa:
“Non ce la farò mai”
potrebbe provare a sviluppare una risposta diversa:
“Questa situazione mi spaventa. Posso prepararmi, chiedere aiuto se necessario e affrontarla gradualmente.”
Non si cerca di costruire un ottimismo artificiale.
Si cerca di sviluppare una posizione interiore maggiormente capace di sostenere l'azione.
6. L'immaginazione compassionevole
La CFT utilizza esercizi immaginativi per favorire esperienze emotive di sicurezza, sostegno e comprensione.
Una possibilità consiste nell'immaginare una figura compassionevole.
Questa figura non deve necessariamente corrispondere a una persona realmente conosciuta.
Può rappresentare qualità come attenzione, saggezza, affidabilità, coraggio e assenza di giudizio umiliante.
La persona può immaginare che questa figura comprenda il suo dolore e desideri sinceramente aiutarla.
Per alcune persone l'esercizio può risultare rassicurante.
Per altre può provocare diffidenza, tristezza o disagio.
Queste reazioni non indicano necessariamente che l'esercizio sia stato eseguito male.
Possono fornire informazioni importanti sul rapporto della persona con la vicinanza, la fiducia e la possibilità di ricevere cura.
In presenza di esperienze traumatiche o difficoltà significative legate all'attaccamento, il lavoro immaginativo richiede particolare attenzione e gradualità.
7. Il luogo sicuro o rassicurante
Un altro esercizio può consistere nell'immaginare un luogo nel quale la persona riesca a sperimentare una sufficiente sensazione di tranquillità.
Può essere un ambiente naturale.
Una stanza.
Un luogo realmente conosciuto.
Oppure uno spazio completamente immaginario.
Non è necessario che rappresenti un luogo perfetto.
L'importante è che favorisca, quando possibile, una sensazione di maggiore stabilità.
La persona può esplorare i colori, i suoni, la temperatura e gli altri elementi sensoriali.
L'esercizio può essere utilizzato come preparazione ad attività emotivamente più impegnative.
Tuttavia, per alcune persone immaginare luoghi sicuri può essere difficile o persino attivante.
In questi casi può essere preferibile lavorare su elementi concreti di orientamento e sicurezza nel presente.
8. La lettera compassionevole
La scrittura rappresenta un altro strumento utilizzabile nella CFT.
La persona può essere invitata a scrivere una lettera rivolta a sé stessa assumendo una prospettiva compassionevole.
Immaginiamo qualcuno che abbia attraversato un fallimento professionale.
La sua voce abituale potrebbe affermare:
“Hai sprecato tutto. Non sei capace.”
Una lettera compassionevole potrebbe iniziare così:
“So quanto fosse importante per te questo progetto e comprendo la delusione che stai vivendo. Hai investito energie, aspettative e speranze. Il risultato non è stato quello desiderato, ma questo non significa che tu sia privo di capacità. Possiamo cercare di comprendere cosa non ha funzionato e decidere come procedere.”
La lettera non nega la realtà.
Riconosce l'esperienza emotiva e cerca di costruire una risposta utile.
L'obiettivo non è convincersi artificialmente di essere straordinari.
È imparare a non trasformare ogni difficoltà in una svalutazione globale di sé.
9. Il lavoro con il critico interiore
La CFT dedica particolare attenzione alla relazione tra il Sé critico e la parte del Sé che viene criticata.
Il terapeuta può invitare la persona a riconoscere le caratteristiche della propria voce autocritica.
Quali parole utilizza?
Con quale tono parla?
Quando compare?
Che cosa teme possa accadere se smettesse di criticare?
Quali emozioni provoca?
Immaginiamo una persona che, dopo aver commesso un errore, pensi:
“Sei un incapace.”
Il lavoro può aiutare a distinguere la funzione apparentemente protettiva della critica dalle sue conseguenze effettive.
Forse la voce critica teme che la persona diventi superficiale.
Forse cerca di evitare altri fallimenti.
Ma il modo in cui si esprime produce vergogna, paura e demotivazione.
Il terapeuta può aiutare a sviluppare una posizione compassionevole capace di riconoscere quella paura senza continuare ad attaccare la persona.
“Comprendo che vuoi evitare altri errori. Ma umiliarmi non è il modo più utile per imparare.”
10. La tecnica delle tre sedie
Il lavoro con le sedie permette di rendere più concreta l'esplorazione dei diversi aspetti del Sé.
Una modalità utilizzata nella CFT prevede di distinguere tre posizioni.
La prima rappresenta la parte autocritica.
La seconda rappresenta la parte che riceve le critiche.
La terza rappresenta il Sé compassionevole.
Immaginiamo una persona che si rimproveri continuamente per non aver raggiunto determinati obiettivi.
Dalla posizione critica potrebbe emergere:
“Non fai mai abbastanza. Sei sempre indietro.”
Dalla posizione criticata potrebbe emergere:
“Mi sento esausto. Ho paura di deludere tutti.”
Dalla posizione compassionevole, la persona viene aiutata a riconoscere entrambi gli aspetti.
Può comprendere che la critica cerca di proteggerla dal fallimento.
Può riconoscere la sofferenza della parte criticata.
E può sviluppare una risposta differente:
“Capisco quanto sia importante per me riuscire. Ma continuare a umiliarmi mi sta facendo male. Ho bisogno di impegnarmi con maggiore equilibrio e imparare ad affrontare gli errori.”
L'esercizio non serve semplicemente a far vincere una parte sull'altra.
Cerca di favorire una relazione interna meno conflittuale e maggiormente integrata.
11. Il lavoro con i Sé emotivi
Le persone possono sperimentare emozioni differenti e apparentemente contraddittorie davanti alla stessa situazione.
Pensiamo a un conflitto con una persona cara.
Una parte può essere arrabbiata.
Un'altra può essere triste.
Un'altra ancora può avere paura di essere abbandonata.
La CFT può utilizzare tecniche esperienziali per distinguere queste diverse risposte emotive.
La persona viene aiutata a comprendere che cosa cerca di comunicare ogni emozione, quali bisogni esprime e quali comportamenti tende ad attivare.
La rabbia potrebbe cercare di difendere un confine.
La tristezza potrebbe segnalare una perdita.
La paura potrebbe anticipare il rischio di rifiuto.
Il Sé compassionevole cerca di riconoscere il significato di queste esperienze e aiutare la persona a scegliere una risposta utile.
Non tutte le emozioni devono determinare automaticamente il comportamento.
Possiamo comprendere la rabbia senza necessariamente aggredire.
Possiamo riconoscere la paura senza evitare ogni confronto.
Possiamo accogliere la tristezza senza concludere che non esista una possibilità di cambiamento.
12. Il ragionamento compassionevole
Il ragionamento compassionevole riguarda la capacità di esaminare una situazione mantenendo un atteggiamento realistico, rispettoso e orientato alla soluzione.
Non equivale al pensiero positivo.
Immaginiamo una persona che abbia ricevuto una critica.
Il pensiero automatico potrebbe essere:
“Non sono capace.”
Un ragionamento compassionevole potrebbe esplorare:
“Quale parte della critica è utile?”
“Quale parte potrebbe essere eccessiva?”
“Che cosa posso imparare?”
“Quale comportamento posso modificare?”
“Come posso affrontare questa esperienza senza svalutarmi completamente?”
La differenza principale riguarda la funzione del pensiero.
Non viene utilizzato per punire.
Viene utilizzato per comprendere e agire.
13. L'attenzione compassionevole
Quando siamo autocritici tendiamo spesso a concentrare l'attenzione sugli errori, sulle mancanze e sui confronti sfavorevoli.
Possiamo ricordare con precisione una critica ricevuta e trascurare numerosi segnali di apprezzamento.
L'attenzione compassionevole cerca di rendere più flessibile questo processo.
Non significa ignorare i problemi.
Significa imparare a considerare anche risorse, capacità, bisogni e possibilità di sostegno.
Una persona potrebbe osservare:
“Oggi ho commesso un errore, ma sono riuscito anche ad affrontare una conversazione difficile.”
Oppure:
“Sto attraversando un periodo complicato e, nonostante questo, continuo a cercare soluzioni.”
Queste osservazioni non cancellano la sofferenza.
Aiutano a evitare che l'intera rappresentazione di sé venga organizzata esclusivamente intorno alle difficoltà.
14. Il comportamento compassionevole
La compassione diventa particolarmente significativa quando produce cambiamenti concreti.
Per una persona potrebbe significare chiedere aiuto.
Per un'altra imparare a riposare.
Per un'altra ancora affrontare una conversazione evitata da tempo.
Una persona particolarmente compiacente potrebbe aver bisogno di imparare a dire no.
Una persona che tende a isolarsi potrebbe aver bisogno di avvicinarsi gradualmente agli altri.
Una persona che utilizza continuamente il lavoro per sentirsi degna potrebbe aver bisogno di costruire spazi personali non legati alla produttività.
La domanda è:
“Quale comportamento sarebbe realmente utile per prendermi cura di me in questa situazione?”
La risposta non coincide sempre con ciò che produce sollievo immediato.
A volte il comportamento più compassionevole è anche quello che richiede maggiore coraggio.
La compassione non significa essere sempre rassicuranti
Uno degli equivoci più frequenti riguarda l'idea che la compassione consista nel consolarsi continuamente.
In realtà, una risposta compassionevole può essere anche ferma.
Immaginiamo una persona che continui a rimandare una decisione importante.
Una posizione eccessivamente indulgente potrebbe essere:
“Non importa. Puoi continuare a evitare.”
Una posizione punitiva potrebbe essere:
“Sei un incapace. Non combinerai mai niente.”
Una posizione compassionevole potrebbe invece diventare:
“Comprendo che questa decisione ti spaventi. Evitarla continuamente, però, sta aumentando la tua sofferenza. Possiamo affrontarla gradualmente, senza pretendere che tu non abbia paura.”
La compassione sostiene il cambiamento.
Non elimina la responsabilità.
Non giustifica automaticamente ogni comportamento.
Non richiede di tollerare situazioni dannose.
Può aiutare anche a riconoscere quando è necessario proteggersi, stabilire un limite o interrompere una relazione.
CFT e ansia
Nei problemi d'ansia può essere presente un'attivazione frequente del sistema di minaccia.
La persona può anticipare pericoli, interpretare negativamente alcune sensazioni e cercare continuamente rassicurazioni.
L'autocritica può aggiungere un ulteriore livello di sofferenza.
“Non dovrei essere ansioso.”
“Gli altri riescono ad affrontare queste situazioni.”
“Sono troppo debole.”
La CFT può aiutare a riconoscere la funzione protettiva dell'ansia e a sviluppare una risposta meno ostile verso sé stessi.
Una persona può imparare a distinguere tra il bisogno di protezione e la necessità di evitare ogni situazione difficile.
L'intervento può essere integrato con tecniche specifiche per i disturbi d'ansia, comprese strategie di esposizione quando indicate.
La compassione, in questo caso, può sostenere il coraggio necessario per affrontare gradualmente ciò che viene temuto.
CFT e attacchi di panico
Negli attacchi di panico la persona può sperimentare una paura intensa delle proprie sensazioni corporee.
Il timore di avere un nuovo attacco può alimentare attenzione costante al corpo, preoccupazioni e comportamenti di evitamento.
A queste difficoltà può aggiungersi la vergogna.
“Perché non riesco a controllarmi?”
“Gli altri penseranno che sono debole.”
“Dovrei essere capace di gestire queste situazioni.”
La prospettiva compassionevole può aiutare a ridurre l'atteggiamento punitivo verso le proprie reazioni.
Tuttavia, la CFT non sostituisce automaticamente i trattamenti specifici per il disturbo di panico.
Può rappresentare una componente integrativa, soprattutto quando autocritica, vergogna e difficoltà di autoregolazione contribuiscono al mantenimento della sofferenza.
CFT e depressione
Nella depressione possono essere presenti sentimenti di inutilità, colpa, inadeguatezza e autocritica.
Una persona può interpretare le proprie difficoltà come la dimostrazione di essere incapace.
La riduzione delle energie può essere vissuta come pigrizia.
La perdita di motivazione può alimentare ulteriori rimproveri.
“Non faccio niente.”
“Sto deludendo tutti.”
“Non valgo abbastanza.”
La CFT può contribuire a modificare il rapporto con questi vissuti.
Il lavoro non consiste semplicemente nel rassicurare la persona.
Può comprendere il riconoscimento della sofferenza, la riduzione dell'autocritica punitiva, lo sviluppo di capacità di rassicurazione e il recupero graduale di comportamenti di cura.
Nei quadri depressivi più gravi è necessaria una valutazione clinica appropriata e, quando indicato, un trattamento integrato.
CFT e perfezionismo
Il perfezionismo può assumere forme differenti.
Avere standard elevati non è necessariamente problematico.
Le difficoltà emergono quando il valore personale dipende rigidamente dalla capacità di raggiungerli.
Una persona potrebbe pensare:
“Se non faccio tutto perfettamente, ho fallito.”
Oppure:
“Se commetto un errore, significa che non sono abbastanza.”
La CFT può aiutare a distinguere tra il desiderio sano di migliorare e il bisogno di evitare la vergogna.
La persona può mantenere obiettivi importanti senza trasformare ogni risultato in un giudizio sulla propria identità.
Può imparare a riconoscere l'errore come un'informazione utile, non necessariamente come una minaccia al proprio valore.
CFT e bassa autostima
Quando una persona possiede una rappresentazione stabilmente negativa di sé, può essere difficile costruire un dialogo interno rassicurante.
Non sempre è sufficiente individuare le proprie qualità.
Una persona può riconoscere di possedere competenze, ma continuare a sentirsi inferiore.
La CFT propone di lavorare non soltanto sulla valutazione personale, ma anche sulla relazione che la persona intrattiene con sé stessa.
L'obiettivo non è convincersi di essere superiori o straordinari.
È sviluppare la possibilità di riconoscere il proprio valore umano senza doverlo continuamente dimostrare attraverso risultati, confronti o approvazioni.
CFT e trauma psicologico
Le esperienze traumatiche possono influenzare profondamente il rapporto con la sicurezza, con gli altri e con sé stessi.
Alcune persone sviluppano sentimenti di vergogna, colpa e responsabilità per eventi dolorosi che hanno subito.
Possono percepire sé stesse come deboli, danneggiate o indegne di ricevere cura.
La CFT può contribuire a lavorare su questi vissuti.
Tuttavia, è importante evitare l'idea che basti utilizzare esercizi compassionevoli per elaborare un trauma.
Per alcune persone, l'immaginazione di figure protettive o l'attenzione alle esperienze di cura può inizialmente provocare maggiore attivazione emotiva.
Il lavoro deve quindi essere adattato alle condizioni individuali.
Nei disturbi correlati al trauma, la CFT può essere integrata all'interno di un trattamento appropriato, senza sostituire automaticamente gli interventi specificamente raccomandati.
CFT e disturbi alimentari
Nei disturbi alimentari possono assumere un ruolo importante la vergogna corporea, l'autocritica, il confronto sociale e la paura di non essere abbastanza.
Una persona può giudicare il proprio corpo con particolare severità.
Può utilizzare comportamenti rigidi per tentare di recuperare controllo o valore personale.
La CFT è stata studiata anche in questo ambito, soprattutto per il lavoro sull'autocritica e sulla vergogna.
Gli interventi possono aiutare a costruire una relazione meno punitiva con sé stessi.
Resta fondamentale considerare che i disturbi alimentari richiedono una valutazione specialistica e, frequentemente, interventi multidisciplinari.
CFT e dipendenze
Nelle dipendenze, vergogna e autocritica possono contribuire a mantenere cicli di sofferenza.
Una persona può utilizzare una sostanza o un comportamento per ridurre temporaneamente emozioni difficili.
Successivamente può sperimentare colpa, vergogna e svalutazione.
Queste emozioni possono aumentare il bisogno di cercare nuovamente sollievo.
Un possibile ciclo diventa:
Sofferenza emotiva → ricerca di sollievo → comportamento problematico → vergogna e autocritica → nuova sofferenza.
La CFT può offrire strumenti per esplorare questo processo e sviluppare risposte meno punitive verso le proprie difficoltà.
Non significa giustificare il consumo o ignorarne le conseguenze.
Significa cercare di affrontare il comportamento senza alimentare ulteriormente il disprezzo verso sé stessi.
Gli interventi compassionevoli possono integrare i trattamenti per le dipendenze, ma non sostituiscono le cure specifiche, comprese quelle mediche quando necessarie.
CFT e difficoltà relazionali
Le relazioni costituiscono un ambito particolarmente importante per la CFT.
La paura dell'abbandono, del rifiuto o dell'umiliazione può attivare il sistema di minaccia.
Una persona può reagire cercando rassicurazioni continue.
Un'altra può allontanarsi emotivamente.
Un'altra ancora può diventare compiacente, rinunciando ai propri bisogni pur di mantenere la relazione.
La prospettiva compassionevole può aiutare a comprendere queste strategie senza ridurle a difetti caratteriali.
Può favorire la capacità di riconoscere i propri bisogni, tollerare la vulnerabilità, comunicare in modo più chiaro e stabilire confini adeguati.
La compassione verso gli altri non richiede di sacrificare continuamente sé stessi.
Allo stesso modo, prendersi cura di sé non significa ignorare i bisogni altrui.
CFT e dolore cronico
Il dolore persistente può influenzare il rapporto con il corpo, con le attività quotidiane e con la propria identità.
Alcune persone reagiscono imponendosi di continuare a fare tutto come prima.
Possono interpretare il riposo come debolezza.
“Devo resistere.”
“Non posso fermarmi.”
“Se rallento, significa che sto cedendo.”
Questa modalità può contribuire a cicli di sovraccarico, peggioramento dei sintomi e frustrazione.
La CFT può aiutare a sviluppare un atteggiamento meno punitivo verso i propri limiti e a sostenere comportamenti di cura più equilibrati.
Naturalmente non sostituisce la valutazione e il trattamento medico del dolore.
Come può svolgersi concretamente una seduta CFT?
Immaginiamo una persona che si rivolga allo psicoterapeuta perché si sente costantemente inadeguata.
Durante il colloquio racconta:
“Ogni volta che sbaglio qualcosa, continuo a pensarci per giorni. Mi sento stupido. Anche quando gli altri mi rassicurano, penso che lo facciano soltanto per gentilezza.”
Il terapeuta potrebbe inizialmente esplorare un episodio concreto.
La persona racconta di aver commesso un errore durante una riunione.
Subito dopo ha provato vergogna.
Ha iniziato a immaginare giudizi negativi.
La sera ha continuato a ripensare all'accaduto.
Il giorno successivo ha evitato di intervenire in una nuova riunione.
Attraverso il modello CFT è possibile riconoscere diversi processi.
Il sistema di minaccia si è attivato davanti alla possibilità di essere giudicati.
L'autocritica ha cercato di prevenire altri errori attraverso la svalutazione.
La vergogna ha favorito l'evitamento.
L'evitamento ha ridotto temporaneamente il disagio, ma ha rafforzato la paura di esporsi.
Il terapeuta potrebbe allora chiedere:
“Quando ti dici che sei stupido, che cosa speri di ottenere da questa critica?”
La persona potrebbe rispondere:
“Vorrei evitare di sbagliare ancora.”
Il terapeuta può aiutare a riconoscere che quella voce possiede una funzione apparentemente protettiva.
Successivamente potrebbe esplorare:
“E quando ti parli in questo modo, come ti senti?”
“Peggio. Mi blocco.”
Questo passaggio permette di distinguere l'intenzione della critica dalle sue conseguenze.
Il lavoro potrebbe proseguire attraverso la costruzione di una risposta compassionevole.
Non necessariamente:
“Non hai sbagliato.”
Ma:
“Hai commesso un errore e ti sei sentito esposto. È comprensibile che per te sia stato difficile. Possiamo capire cosa imparare senza trasformare questo episodio in una condanna di te stesso.”
Successivamente si potrebbe lavorare sul comportamento.
La persona potrebbe scegliere di intervenire nuovamente in una riunione, anche in presenza di una certa insicurezza.
Il cambiamento riguarderebbe quindi differenti livelli.
La comprensione della propria reazione.
Il rapporto con la voce autocritica.
La regolazione emotiva.
La capacità di sostenersi.
La possibilità di affrontare concretamente una situazione temuta.
La relazione terapeutica nella CFT
Nella Compassion Focused Therapy la relazione terapeutica possiede un ruolo centrale.
Non rappresenta soltanto il contesto nel quale vengono applicate le tecniche.
Può diventare essa stessa un'esperienza importante di sicurezza, comprensione e regolazione emotiva.
Una persona abituata a essere criticata potrebbe aspettarsi giudizi anche dal terapeuta.
Potrebbe temere di mostrare alcune emozioni.
Potrebbe sentirsi inadeguata quando non riesce a completare un esercizio.
Oppure potrebbe cercare continuamente di dimostrarsi un buon paziente.
Il terapeuta può aiutare a riconoscere questi processi nel momento in cui emergono.
La relazione offre così l'opportunità di sperimentare un modo diverso di affrontare la vulnerabilità.
Non significa che il terapeuta debba rassicurare continuamente.
Significa costruire uno spazio nel quale sia possibile esplorare difficoltà, responsabilità e conflitti senza ricorrere automaticamente alla svalutazione.
CFT e terapia cognitivo-comportamentale
La CFT condivide con la terapia cognitivo-comportamentale l'attenzione verso pensieri, emozioni e comportamenti.
Tuttavia, attribuisce particolare importanza ai sistemi motivazionali e affettivi che influenzano il rapporto con sé stessi.
Una persona può riconoscere che il pensiero “sono incapace” è eccessivo.
Ma continuare a sperimentare un senso profondo di inadeguatezza.
La CFT può affiancare al lavoro cognitivo esercizi esperienziali finalizzati a sviluppare una diversa risposta emotiva.
In questo modo non si lavora soltanto su ciò che la persona pensa.
Si lavora anche sul modo in cui riesce a sostenersi quando quel pensiero compare.
CFT e ACT: compassione e flessibilità psicologica
La Compassion Focused Therapy e l'Acceptance and Commitment Therapy presentano diversi punti di incontro.
Entrambe attribuiscono importanza al rapporto con le esperienze interne e cercano di ridurre alcune modalità rigide di risposta alla sofferenza.
L'ACT si concentra in particolare sullo sviluppo della flessibilità psicologica.
La CFT approfondisce soprattutto la costruzione di motivazioni e competenze compassionevoli.
Immaginiamo una persona che pensi:
“Non sono abbastanza bravo.”
Attraverso l'ACT potrebbe imparare a riconoscere quel contenuto come un pensiero e a scegliere un comportamento coerente con i propri valori.
Attraverso la CFT potrebbe esplorare anche l'origine della propria autocritica e sviluppare una risposta più comprensiva.
“Questa paura di non essere abbastanza mi accompagna da molto tempo. Posso riconoscerla senza continuare ad attaccarmi.”
Le due prospettive possono integrarsi.
La flessibilità permette di non essere completamente guidati dai pensieri.
La compassione può offrire un modo più sicuro e incoraggiante di affrontare le emozioni che accompagnano il cambiamento.
CFT e DBT: regolazione emotiva e validazione
La Dialectical Behavior Therapy, o DBT, attribuisce particolare importanza alla regolazione emotiva, alla tolleranza della sofferenza, alla mindfulness e all'efficacia interpersonale.
La CFT può contribuire a sviluppare un atteggiamento meno giudicante verso le emozioni.
Immaginiamo una persona che sperimenti rabbia intensa.
La DBT può offrire strumenti per riconoscere l'attivazione, ridurre l'impulsività e scegliere comportamenti più efficaci.
La CFT può aiutare a comprendere la sofferenza presente dietro quella rabbia e a ridurre l'autocritica che spesso compare successivamente.
La persona può imparare a riconoscere:
“Ho provato una rabbia molto intensa. Posso assumermi la responsabilità del mio comportamento senza considerarmi una persona irrimediabilmente sbagliata.”
CFT ed EFT: il rapporto con le emozioni
L'Emotion Focused Therapy, o EFT, considera le emozioni una via fondamentale per comprendere bisogni, significati e processi di cambiamento.
La CFT può dialogare con questa prospettiva soprattutto nel lavoro sulla vergogna e sull'autocritica.
Entrambi gli approcci possono utilizzare tecniche esperienziali, comprese modalità di lavoro con le sedie.
Un'emozione dolorosa non viene necessariamente affrontata cercando di eliminarla.
Può essere esplorata, compresa e trasformata attraverso nuove esperienze emotive.
La CFT introduce in questo processo un'attenzione specifica alla motivazione compassionevole.
CFT e Schema Therapy
La Schema Therapy approfondisce gli schemi disfunzionali sviluppati nel corso della vita e le differenti modalità attraverso cui la persona cerca di affrontarli.
Alcuni di questi schemi possono essere particolarmente collegati alla vergogna, all'inadeguatezza e alla paura dell'abbandono.
Pensiamo allo schema di inadeguatezza o vergogna.
Una persona può sentirsi profondamente difettosa e aspettarsi che gli altri la rifiutino quando conosceranno le sue debolezze.
Il lavoro CFT può contribuire allo sviluppo di una risposta interna maggiormente protettiva e comprensiva.
Anche nel lavoro con le modalità critiche e punitive, la prospettiva compassionevole può offrire strumenti utili.
L'integrazione richiede però di mantenere una formulazione clinica coerente e di non confondere automaticamente i concetti dei differenti modelli.
CFT e psicoterapia psicodinamica
La prospettiva psicodinamica attribuisce particolare importanza ai significati inconsci, alle esperienze relazionali, ai conflitti interni e alla storia attraverso cui si è sviluppato il funzionamento della persona.
Una voce autocritica può essere esplorata anche considerando le relazioni interiorizzate e le esperienze affettive che hanno contribuito alla sua formazione.
Una persona potrebbe aver imparato molto presto che l'amore, l'approvazione o la sicurezza dipendono dal raggiungimento di determinate aspettative.
Potrebbe quindi aver sviluppato un atteggiamento severo verso sé stessa, anche quando le condizioni originarie non sono più presenti.
Il lavoro psicodinamico può aiutare a comprendere il significato di questa configurazione.
La CFT può aggiungere strumenti per sviluppare concretamente una relazione interna differente.
In questo senso, le due prospettive possono dialogare.
La comprensione della storia personale permette di riconoscere perché certe modalità emotive e relazionali si siano sviluppate.
Il lavoro compassionevole può aiutare la persona a non continuare a riprodurle automaticamente.
Che cosa dice la ricerca scientifica sulla CFT?
Negli ultimi anni la Compassion Focused Therapy è stata oggetto di un crescente numero di studi.
Le ricerche hanno esaminato soprattutto il suo contributo alla riduzione dell'autocritica e della vergogna, allo sviluppo dell'autocompassione e al miglioramento di alcuni sintomi psicologici.
Una revisione sistematica con meta-analisi pubblicata nel 2023 sul Journal of Affective Disorders, che ha incluso 15 studi, ha riportato risultati promettenti su autocompassione, capacità di rassicurarsi e diverse dimensioni della sofferenza psicologica.
Un'altra meta-analisi del 2023 ha rilevato una riduzione dell'autocritica e un miglioramento delle capacità di auto-rassicurazione.
Una revisione sistematica pubblicata nel 2025, basata su 21 studi condotti su popolazioni cliniche adulte, ha riportato miglioramenti nell'autocompassione e riduzioni dell'autocritica, pur evidenziando risultati meno consistenti su altre dimensioni, come alcuni aspetti della vergogna e i flussi interpersonali della compassione.
Queste evidenze sono incoraggianti.
Tuttavia, è importante considerare alcuni limiti.
Diversi studi presentano campioni relativamente piccoli, differenze nei protocolli utilizzati e limitazioni metodologiche.
Sono necessari ulteriori studi controllati e valutazioni degli effetti a lungo termine.
La CFT non deve quindi essere presentata come una terapia superiore a tutte le altre o automaticamente indicata per qualsiasi condizione.
La scelta del trattamento dipende dal problema clinico, dalle caratteristiche della persona, dalle evidenze disponibili e dalle competenze del professionista.
Quanto dura una terapia CFT?
Non esiste una durata valida per tutte le persone.
Sono stati sviluppati programmi strutturati e percorsi di gruppo relativamente brevi, ma la CFT può essere utilizzata anche all'interno di trattamenti più articolati.
La durata dipende da diversi fattori.
Per una persona che presenta principalmente autocritica e difficoltà nel rapporto con sé stessa può essere possibile sviluppare un lavoro focalizzato.
Quando invece sono presenti esperienze traumatiche, difficoltà relazionali profonde, disturbi complessi o schemi molto radicati, il percorso può richiedere tempi differenti.
Inoltre, non tutte le persone riescono ad accedere immediatamente alle esperienze compassionevoli.
A volte è necessario lavorare inizialmente sulla sicurezza, sulla fiducia e sulla tolleranza emotiva.
L'efficacia del percorso non dovrebbe essere misurata soltanto attraverso il numero delle sedute.
È più utile considerare i cambiamenti che la persona riesce progressivamente a sviluppare nella propria vita.
Il mio modo di integrare la CFT nella psicoterapia
Nel mio lavoro, la prospettiva psicodinamica rappresenta la cornice principale attraverso cui cerco di comprendere la persona, la sua storia, le relazioni e i significati delle esperienze che vive.
Quando incontro una persona particolarmente autocritica, non considero quella voce interiore soltanto un insieme di pensieri da modificare.
Mi interessa comprendere come si sia sviluppata.
Quali esperienze abbiano contribuito a renderla così severa.
Quali emozioni cerchi di controllare.
Quali paure si nascondano dietro il bisogno di giudicarsi continuamente.
A volte dietro il perfezionismo emerge la paura di deludere.
Dietro l'autocritica può esserci il timore di essere rifiutati.
Dietro la difficoltà a chiedere aiuto può esserci una storia nella quale mostrare vulnerabilità non è stato possibile o non è stato sufficientemente accolto.
Comprendere questi aspetti è importante.
Ma non sempre comprendere l'origine di una modalità emotiva è sufficiente per modificarla.
Una persona può riconoscere perché sia diventata particolarmente severa con sé stessa e continuare, nei momenti difficili, a reagire nello stesso modo.
È proprio qui che gli strumenti della CFT possono offrire un contributo.
Dopo aver esplorato il significato dell'autocritica, possiamo lavorare sul modo in cui la persona risponde concretamente a quella voce.
Dopo aver compreso la vergogna, possiamo aiutarla a non trasformare ogni esperienza difficile in una conferma della propria inadeguatezza.
Dopo aver riconosciuto la paura dell'abbandono, possiamo lavorare sulla possibilità di costruire relazioni nelle quali sia presente una maggiore sicurezza emotiva.
Gli strumenti compassionevoli possono quindi affiancarsi al lavoro psicodinamico, alla mindfulness e, quando appropriato, ai contributi dell'ACT, della DBT, dell'EFT e della Schema Therapy.
Non considero l'integrazione come una semplice somma di tecniche.
Ogni intervento deve avere un significato all'interno del percorso terapeutico.
Il punto non è utilizzare il maggior numero possibile di strumenti.
È comprendere di che cosa abbia bisogno quella persona, in quel momento della sua vita.
La storia personale aiuta a comprendere perché abbiamo imparato a trattarci in un certo modo. La compassione può aiutarci a costruire una relazione differente con noi stessi.
Domande frequenti sulla Compassion Focused Therapy
La CFT insegna a volersi bene?
La CFT cerca di sviluppare una relazione più comprensiva, responsabile e orientata alla cura verso sé stessi. Non richiede di sentirsi sempre soddisfatti della propria persona o di apprezzare ogni propria caratteristica.
Essere compassionevoli significa giustificare i propri errori?
No. La compassione permette di riconoscere gli errori e assumersene la responsabilità senza trasformarli automaticamente in una svalutazione globale della propria identità.
La CFT può ridurre l'autocritica?
La riduzione dell'autocritica rappresenta uno degli obiettivi principali della CFT. Le ricerche disponibili riportano risultati promettenti, anche se gli effetti possono variare e sono necessari ulteriori studi.
Qual è la differenza tra compassione e autocompassione?
La compassione può essere rivolta agli altri, ricevuta dagli altri oppure rivolta verso sé stessi. L'autocompassione riguarda specificamente quest'ultima direzione.
CFT e mindfulness sono la stessa cosa?
No. La mindfulness rappresenta uno degli strumenti che possono essere utilizzati nella CFT. La terapia comprende anche una formulazione evoluzionistica, il lavoro sui sistemi emotivi, sulla vergogna, sull'autocritica e lo sviluppo di competenze compassionevoli.
La CFT è utile per chi si sente sempre inadeguato?
Può essere particolarmente pertinente quando il senso di inadeguatezza è associato a vergogna, autocritica e difficoltà nel rapporto con sé stessi. È comunque necessaria una valutazione individuale.
La CFT può essere utilizzata insieme ad altre psicoterapie?
Sì. Diversi suoi strumenti possono essere integrati in altri percorsi, quando esiste una formulazione clinica coerente e il terapeuta possiede competenze adeguate.
Devo immaginare qualcosa durante la terapia?
Non necessariamente. La CFT utilizza anche esercizi immaginativi, ma questi non rappresentano l'unica modalità di intervento. Il lavoro viene adattato alla persona e alle sue esigenze.
Se provo disagio davanti alla compassione significa che la terapia non funziona?
Non necessariamente. Per alcune persone la vicinanza, la gentilezza e la possibilità di ricevere cura possono attivare emozioni difficili. Queste reazioni possono essere esplorate gradualmente all'interno del percorso terapeutico.
La CFT aiuta a gestire la rabbia?
Può contribuire a comprendere le emozioni associate alla minaccia e a sviluppare risposte meno punitive e impulsive. Quando necessario, può essere integrata con interventi specifici per la regolazione emotiva.
La CFT può aiutare a stabilire confini nelle relazioni?
Sì. Una risposta compassionevole non consiste sempre nell'assecondare gli altri. Può comprendere la capacità di proteggere i propri bisogni, comunicare in modo assertivo e riconoscere situazioni dannose.
La CFT può essere utilizzata online?
Diversi interventi basati sulla CFT sono stati adattati anche a modalità online. La scelta dipende dalle condizioni cliniche, dal tipo di intervento e dall'adeguatezza del contesto terapeutico.
Imparare a non essere il proprio nemico
Molte persone trascorrono una parte importante della propria vita cercando di diventare migliori.
Più capaci.
Più forti.
Più sicure.
Più apprezzate.
Più efficienti.
Non c'è necessariamente nulla di sbagliato nel desiderare di crescere.
Il problema emerge quando ogni tentativo di miglioramento nasce dalla convinzione di non essere abbastanza.
Quando la paura diventa l'unico motore dell'impegno.
Quando un errore cancella tutte le cose positive.
Quando la fragilità viene vissuta come una colpa.
Quando ci rivolgiamo parole che difficilmente utilizzeremmo con qualcuno a cui vogliamo bene.
La Compassion Focused Therapy propone una possibilità diversa.
Possiamo imparare a riconoscere la nostra sofferenza senza vergognarcene automaticamente.
Possiamo comprendere la funzione delle nostre paure senza lasciare che guidino ogni decisione.
Possiamo assumerci le nostre responsabilità senza umiliarci.
Possiamo desiderare di migliorare senza doverci considerare continuamente sbagliati.
Possiamo essere determinati e, contemporaneamente, comprensivi.
Possiamo essere coraggiosi senza pretendere di non provare paura.
Possiamo essere vulnerabili senza concludere di essere deboli.
Essere compassionevoli verso sé stessi non significa rinunciare a cambiare.
Significa imparare a non utilizzare la sofferenza come unico strumento per riuscirci.
Forse, allora, la domanda da porci non è soltanto:
“Come posso diventare una persona migliore?”
Ma anche:
“Come posso imparare ad accompagnare me stesso, con maggiore comprensione e coraggio, mentre cerco di crescere?”
Perché il cambiamento psicologico non riguarda sempre la necessità di correggere qualcosa che non va.
A volte riguarda la possibilità di costruire un rapporto diverso con parti di noi che, per molto tempo, abbiamo imparato soltanto a criticare.
E forse uno dei passaggi più importanti consiste proprio in questo:
imparare a stare dalla propria parte senza smettere di assumersi la responsabilità della propria vita.
Dott. Eugenio Uggenti – Psicoterapeuta
Ricevo in studio a Carovigno (Brindisi). Il percorso psicoterapeutico viene costruito considerando la storia, le esigenze e gli obiettivi della persona, integrando, quando appropriato, differenti strumenti clinici.
Riferimenti scientifici essenziali
Gilbert, P. (2014). The origins and nature of compassion focused therapy. British Journal of Clinical Psychology, 53(1), 6–41.
Millard, L. A., Wan, M. W., Smith, D. M., & Wittkowski, A. (2023). The effectiveness of compassion focused therapy with clinical populations: A systematic review and meta-analysis. Journal of Affective Disorders, 326, 168–192. https://doi.org/10.1016/j.jad.2023.01.010
Effect of compassion-focused therapy on self-criticism and self-soothing: A meta-analysis. British Journal of Clinical Psychology (2023). https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10087030/
The Effectiveness of Compassion Focused Therapy for the Three Flows of Compassion, Self-Criticism, and Shame in Clinical Populations: A Systematic Review. Behavioral Sciences (2025). https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC12382812/
Bell, T., Montague, J., Elander, J., & Gilbert, P. (2021). Multiple emotions, multiple selves: compassion focused therapy chairwork. The Cognitive Behaviour Therapist.