Conoscere se stessi: perché è importante e cosa significa davvero

A volte pensiamo di conoscerci perché sappiamo raccontare chi siamo.

Sappiamo descrivere il nostro carattere, ciò che ci piace, il lavoro che facciamo, le persone importanti della nostra vita.

Eppure può capitare di sorprenderci davanti a noi stessi.

“Perché ho reagito così?”

“Perché questa cosa mi ha ferito così tanto?”

“Perché finisco sempre per comportarmi nello stesso modo?”

“Perché desidero una cosa e poi faccio esattamente il contrario?”

Sono domande che trovo particolarmente interessanti nel mio lavoro.

Perché conoscere se stessi non significa soltanto sapere come siamo.

Significa iniziare a comprendere anche perché siamo diventati così, cosa accade dentro di noi e quanto siamo liberi di scegliere qualcosa di diverso.

Cosa significa davvero conoscere se stessi?

Conoscersi non significa riuscire a trovare una spiegazione per qualsiasi cosa facciamo.

E nemmeno analizzarsi continuamente.

Significa sviluppare una maggiore capacità di riconoscere il proprio mondo interno: emozioni, pensieri, bisogni, desideri, paure, contraddizioni e modi di stare nelle relazioni.

Significa poterci accorgere, per esempio, che dietro una nostra rabbia c'è anche una delusione.

Che dietro il bisogno di controllare può esserci una paura.

Che dietro una continua disponibilità verso gli altri può esserci anche il timore di deluderli.

Che dietro un'apparente indifferenza può esserci il tentativo di proteggerci da qualcosa che ci coinvolge molto più di quanto vorremmo ammettere.

Non per trovare sempre qualcosa di nascosto.

Ma per imparare a non fermarci necessariamente alla prima spiegazione che diamo di noi stessi.

“Sono fatto così”

È una frase che utilizziamo spesso.

“Sono una persona ansiosa.”

“Sono troppo sensibile.”

“Non riesco a fidarmi.”

“Ho sempre bisogno di controllare.”

“Sono uno che non chiede mai aiuto.”

Queste descrizioni possono contenere qualcosa di vero.

Ma raccontano soltanto una parte della storia.

Nel mio modo di intendere la psicoterapia, trovo più interessante chiedersi:

“Quando ho imparato a funzionare così?”

“In quali situazioni questa parte di me emerge maggiormente?”

“Cosa provo quando accade?”

“Da cosa potrebbe cercare di proteggermi?”

Passiamo così da un'identità rigida a qualcosa che possiamo osservare e comprendere.

Non semplicemente:

“Io sono così.”

Ma:

“In alcune situazioni tendo a reagire così. Proviamo a capire perché.”

E questa differenza può aprire uno spazio importante per il cambiamento.

La nostra storia continua a vivere nel presente

Ognuno di noi arriva nel presente portando con sé una storia.

Le relazioni che abbiamo vissuto, il modo in cui siamo stati accolti, ciò che abbiamo imparato sulle emozioni, le esperienze di vicinanza e di distanza, i successi, le delusioni, le perdite e i cambiamenti contribuiscono alla costruzione del nostro modo di vedere noi stessi e gli altri.

Questo non significa che il passato determini inevitabilmente chi saremo.

Ma può aiutarci a comprendere perché alcune situazioni, oggi, assumano per noi un significato particolare.

Una critica può essere vissuta da qualcuno come un semplice disaccordo e da un'altra persona come una profonda conferma di non essere abbastanza.

Una distanza momentanea può essere tollerata oppure attivare immediatamente il timore di essere abbandonati.

Una richiesta di aiuto può sembrare naturale oppure farci sentire vulnerabili e dipendenti.

La situazione presente conta.

Ma conta anche la storia con cui arriviamo a quella situazione.

Conoscere le proprie emozioni

Una parte importante della conoscenza di sé riguarda la capacità di riconoscere ciò che proviamo.

Può sembrare semplice.

Non sempre lo è.

A volte diciamo di essere arrabbiati quando siamo feriti.

Diciamo che non ci interessa quando siamo delusi.

Ci sentiamo agitati ma non riusciamo a capire cosa ci abbia attivato.

Oppure sappiamo perfettamente cosa stiamo provando, ma pensiamo che non dovremmo sentirlo.

Conoscersi significa anche imparare a chiedersi:

“Che cosa sto sentendo?”

“Cosa ha attivato questa emozione?”

“Che significato ha per me?”

“Di cosa potrei avere bisogno?”

Le emozioni non sono istruzioni che dobbiamo necessariamente seguire.

Ma possono offrirci informazioni importanti sul nostro modo di vivere ciò che sta accadendo.

Riconoscere i propri bisogni

Possiamo diventare molto bravi a riconoscere ciò che gli altri vogliono da noi.

Un po' meno a comprendere ciò di cui abbiamo bisogno noi.

Abbiamo bisogno di vicinanza?

Di autonomia?

Di riconoscimento?

Di sicurezza?

Di poter mettere un confine?

Di sentirci ascoltati?

Di concederci semplicemente una pausa?

Riconoscere un bisogno non significa pretendere che venga sempre soddisfatto.

Significa sapere che esiste.

Perché quando non riconosciamo i nostri bisogni, questi non necessariamente scompaiono.

Possono emergere attraverso irritazione, frustrazione, insoddisfazione o comportamenti dei quali fatichiamo a comprendere il significato.

Conoscere anche le proprie contraddizioni

Essere umani significa essere anche contraddittori.

Possiamo desiderare una relazione e contemporaneamente avere paura dell'intimità.

Volere maggiore autonomia e cercare continuamente conferme.

Desiderare un cambiamento e temere di perdere ciò che conosciamo.

Voler dire di no e, nello stesso momento, avere paura di deludere.

Una parte di noi può desiderare qualcosa mentre un'altra cerca di proteggerci proprio da quella possibilità.

Conoscersi significa anche riuscire a fare spazio a queste contraddizioni senza dover necessariamente decidere che una parte sia quella “giusta” e l'altra quella “sbagliata”.

A volte la domanda più utile è:

“Cosa stanno cercando di dirmi entrambe?”

Gli schemi che tendono a ripetersi

Ci sono momenti in cui cambiano le persone, cambiano i luoghi e cambiano le circostanze, ma noi finiamo per provare qualcosa di sorprendentemente familiare.

Possiamo ritrovarci sempre nel ruolo di chi rincorre.

Di chi si prende cura.

Di chi evita il conflitto.

Di chi teme di essere lasciato.

Di chi si allontana quando qualcuno diventa troppo importante.

Di chi cerca continuamente di dimostrare il proprio valore.

Quando qualcosa tende a ripetersi, non significa che siamo destinati a viverlo per sempre.

Ma può essere interessante fermarsi e chiedersi:

“Cosa porto io, della mia storia, dentro queste situazioni?”

È una domanda diversa dal colpevolizzarsi.

Non significa attribuirsi tutta la responsabilità di ciò che accade nelle relazioni.

Significa riconoscere che anche noi partecipiamo, con le nostre aspettative, paure, bisogni e modalità relazionali, alla costruzione delle esperienze che viviamo.

Conoscersi non significa giudicarsi

Questo è un punto per me fondamentale.

Possiamo conoscere molto bene i nostri difetti ed essere comunque molto lontani da una reale conoscenza di noi stessi.

Perché osservarsi soltanto attraverso il giudizio significa vedere prevalentemente ciò che riteniamo sbagliato.

“Sono troppo fragile.”

“Sono sempre il solito.”

“Non imparerò mai.”

La curiosità produce domande diverse:

“Perché questa situazione è così difficile per me?”

“Cosa succede dentro di me in quel momento?”

“Quando ho già provato qualcosa di simile?”

“Cosa potrei fare diversamente questa volta?”

Comprendersi non significa giustificare qualsiasi comportamento.

Significa creare le condizioni per assumersi responsabilità senza trasformare ogni difficoltà in una condanna verso se stessi.

Perché conoscere se stessi può aiutarci a cambiare

Quando non riconosciamo ciò che accade dentro di noi, tendiamo più facilmente a reagire in modo automatico.

Accade qualcosa.

Proviamo un'emozione.

Interpretiamo la situazione.

Reagiamo.

E soltanto dopo ci domandiamo perché abbiamo fatto proprio quella cosa.

La consapevolezza può introdurre un piccolo spazio tra ciò che accade e la nostra risposta.

Possiamo accorgerci:

“Quando mi sento criticato, tendo immediatamente a difendermi.”

Oppure:

“Quando temo che qualcuno si allontani, cerco continue rassicurazioni.”

Riconoscere il meccanismo non significa riuscire immediatamente a modificarlo.

Ma significa poter iniziare a vederlo mentre accade.

Ed è molto difficile scegliere qualcosa di diverso se non riusciamo prima ad accorgerci di ciò che stiamo facendo.

Conoscersi non significa diventare perfetti

La conoscenza di sé non elimina le fragilità.

Non ci rende immuni dalla paura, dalla rabbia, dall'insicurezza o dalla possibilità di sbagliare.

E non dovrebbe essere questo l'obiettivo.

Possiamo conoscerci profondamente e avere ancora giornate difficili.

Possiamo aver lavorato molto su noi stessi e ritrovare, in alcune situazioni, vecchie modalità.

La differenza può essere nella capacità di riconoscerle prima, comprenderle e avere più possibilità di scelta.

Per me crescere non significa arrivare a una versione definitiva di noi stessi.

Significa poter diventare progressivamente più consapevoli del nostro funzionamento senza smettere di considerarci persone in evoluzione.

Psicoterapia e conoscenza di sé

Non sempre si arriva in psicoterapia perché esiste una difficoltà precisa da risolvere.

A volte si arriva perché qualcosa dentro di noi suscita curiosità.

Perché sentiamo che alcuni comportamenti continuano a ripetersi.

Perché vogliamo comprendere meglio le nostre relazioni.

Oppure perché la vita che stiamo costruendo funziona apparentemente, ma non ci rappresenta fino in fondo.

È anche per questo che considero la psicoterapia qualcosa di più di uno spazio dedicato esclusivamente alla sofferenza.

Può diventare un luogo nel quale esplorare il proprio mondo interno e collegare ciò che viviamo oggi con la nostra storia.

Nel mio lavoro parto da una base psicodinamica proprio perché considero importante comprendere questi collegamenti, le dinamiche relazionali e ciò che tende a ripetersi.

Quando è utile, integro anche strumenti provenienti da altri approcci per lavorare concretamente sulle emozioni, sugli schemi, sui pensieri e sui comportamenti.

Non perché esista una tecnica adatta a tutti.

Ma perché ogni persona arriva con una storia diversa e il percorso deve essere costruito intorno a quella persona.

Conoscersi per essere più liberi, non per controllarsi di più

C'è un rischio anche nella ricerca della consapevolezza: trasformarla in un altro modo per controllarsi.

Analizzare ogni emozione.

Cercare una spiegazione per qualsiasi pensiero.

Domandarsi continuamente se stiamo facendo la cosa giusta.

Conoscersi non significa sorvegliarsi.

La consapevolezza dovrebbe aiutarci ad avere più libertà, non meno.

A poter dire:

“Riconosco questa parte di me. So da dove può arrivare. Posso ascoltarla senza essere obbligato a seguirla.”

È qui che la conoscenza di sé può diventare qualcosa di vivo.

Non un insieme di definizioni su chi siamo.

Ma una relazione più profonda con noi stessi.

🌱 Perché forse conoscere se stessi significa proprio questo: imparare a riconoscere la propria storia senza sentirsi condannati a ripeterla, ascoltare ciò che accade dentro di noi e costruire, poco alla volta, modi più consapevoli e autentici di vivere il presente.

Quando può essere utile iniziare un percorso

Non è necessario avere già tutte le parole per spiegare ciò che stai vivendo.

E non è necessario arrivare con un problema perfettamente definito.

A volte il punto di partenza può essere semplicemente una domanda:

“Vorrei capire meglio perché sono così.”

Nel primo colloquio possiamo partire proprio da lì: dalla tua esperienza, dalle domande che ti porti dietro e da ciò che senti di voler comprendere o cambiare.

La psicoterapia può diventare uno spazio nel quale esplorare tutto questo senza perdere di vista la cosa che considero più importante: dietro ogni difficoltà, ogni comportamento e ogni domanda c'è una persona, con il proprio mondo interno e la propria storia.

🌿 Se senti il desiderio di conoscerti più profondamente o c'è qualcosa di te che continua a interrogarti, puoi contattarmi per un primo colloquio. Partiremo da ciò che stai vivendo e valuteremo insieme, nel rispetto della tua unicità e dei tuoi tempi, il percorso più adatto a te.

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Non dobbiamo sempre “aggiustarci”: accettarsi senza rinunciare a crescere