Non dobbiamo sempre “aggiustarci”: accettarsi senza rinunciare a crescere
Ci sono parti di noi che vorremmo cambiare immediatamente.
Vorremmo essere meno ansiosi.
Meno insicuri.
Meno sensibili.
Meno impulsivi.
Meno bisognosi dell'approvazione degli altri.
Vorremmo smettere di avere paura, di arrabbiarci, di pensare troppo o di reagire sempre nello stesso modo.
E spesso partiamo da una domanda:
“Come faccio a non essere più così?”
Nel mio lavoro, però, trovo altrettanto importante fermarsi un momento prima del cambiamento e provare a formulare una domanda diversa:
“Perché questa parte di me esiste?”
Non per rassegnarsi.
Non per convincersi che tutto debba rimanere com'è.
Ma perché, qualche volta, ciò che cerchiamo con tanta forza di eliminare racconta qualcosa della nostra storia.
E comprenderlo può essere proprio il primo passo per iniziare a cambiare.
Perché sentiamo il bisogno di “aggiustarci”?
Viviamo spesso con un'immagine di come dovremmo essere.
Più sicuri.
Più tranquilli.
Più determinati.
Più capaci di gestire le emozioni.
Più indipendenti.
Ci confrontiamo con gli altri e, inevitabilmente, notiamo ciò che sembra funzionare meglio in loro.
Poi guardiamo noi stessi e individuiamo ciò che manca.
È facile allora iniziare a vivere alcune caratteristiche personali come difetti da correggere.
“Sono troppo sensibile.”
“Mi affeziono troppo.”
“Penso sempre a tutto.”
“Ho bisogno di controllare.”
“Non riesco a fidarmi.”
Ma dietro queste caratteristiche possono esserci significati molto diversi da persona a persona.
Ed è proprio qui che, per me, diventa importante la curiosità.
Prima di cambiare qualcosa, proviamo a comprenderla
Immaginiamo una persona che abbia bisogno di controllare molte situazioni.
Potremmo limitarci a dire che dovrebbe imparare a lasciarsi andare.
Ma perché controlla?
Forse l'imprevisto le provoca una forte ansia.
Forse nella sua storia ha vissuto situazioni nelle quali non sapere cosa sarebbe accaduto significava sentirsi vulnerabile.
Forse organizzare e prevedere è diventato il suo modo per sentirsi al sicuro.
Un'altra persona potrebbe avere difficoltà a fidarsi.
Possiamo dirle semplicemente che dovrebbe aprirsi maggiormente agli altri.
Ma cosa ha imparato, nel corso della propria storia, sulla fiducia?
E ancora: una persona può cercare continuamente approvazione.
La prima tentazione potrebbe essere quella di dirle di non preoccuparsi del giudizio altrui.
Ma forse per molto tempo sentirsi apprezzata è stato uno dei modi attraverso cui ha imparato a riconoscere il proprio valore.
Il comportamento può sembrare simile.
La storia che c'è dietro può essere completamente diversa.
Alcuni nostri modi di essere sono nati per proteggerci
Questo è uno degli aspetti che trovo più interessanti del lavoro psicoterapeutico.
Ciò che oggi ci crea difficoltà può essere stato, in un altro momento della nostra vita, una soluzione.
Non necessariamente una soluzione consapevole.
Piuttosto un modo che abbiamo progressivamente imparato per adattarci alle esperienze e alle relazioni.
Possiamo aver imparato a non mostrare fragilità per proteggerci.
A compiacere gli altri per sentirci accettati.
A controllare per ridurre l'incertezza.
A prendere le distanze per evitare una possibile delusione.
A essere estremamente autosufficienti perché affidarsi a qualcuno ci sembrava rischioso.
A volte continuiamo a utilizzare queste modalità molto tempo dopo che il contesto nel quale si sono sviluppate è cambiato.
E ciò che un tempo ci proteggeva può iniziare a limitarci.
“Sono fatto così” oppure “ho imparato a funzionare così”?
C'è una differenza importante.
Quando diciamo:
“Sono fatto così”
rischiamo di trasformare una modalità in qualcosa di immutabile.
Ma possiamo provare a chiederci:
“Quando ho imparato a reagire così?”
“In quali situazioni succede maggiormente?”
“Da cosa mi protegge?”
“Di cosa avrei bisogno in quel momento?”
Cambiare prospettiva ci permette di passare dal giudizio alla curiosità.
Non siamo più semplicemente davanti a qualcosa di sbagliato da eliminare.
Stiamo cercando di comprendere come funzioniamo e perché.
Accettarsi non significa rassegnarsi
A volte si crea un equivoco intorno al concetto di accettazione.
Accettarsi non significa:
“Sono così e non posso cambiare.”
E nemmeno:
“Qualunque cosa faccia va bene.”
Possiamo riconoscere un nostro comportamento, comprenderne le ragioni e, contemporaneamente, assumerci la responsabilità di modificarlo quando ci fa soffrire o crea difficoltà nelle relazioni.
Anzi, spesso il cambiamento diventa più possibile proprio quando smettiamo di utilizzare tutta la nostra energia per combattere contro noi stessi.
Posso riconoscere:
“Questa è una parte di me.”
E aggiungere:
“Ma non deve necessariamente decidere sempre per me.”
Il problema non è avere paura, rabbia o insicurezza
Le emozioni non sono errori.
Paura, rabbia, tristezza, vergogna, gelosia e insicurezza appartengono all'esperienza umana.
La questione riguarda piuttosto che cosa accade quando le proviamo.
Come reagiamo?
Cosa pensiamo di noi?
Cosa facciamo nelle relazioni?
Cerchiamo di evitarle?
Le tratteniamo fino a esplodere?
Ci giudichiamo perché le proviamo?
Oppure riusciamo gradualmente a riconoscerle, comprenderle e scegliere come rispondere?
L'obiettivo non può essere quello di diventare persone che non provano più emozioni difficili.
Possiamo invece diventare persone che hanno più possibilità di stare con ciò che sentono.
Quando il desiderio di migliorarsi diventa una lotta contro se stessi
Voler crescere è importante.
Ma qualche volta il desiderio di migliorarsi contiene un messaggio implicito:
“Così come sono, non vado bene.”
Da quel momento ogni difficoltà diventa una conferma.
Una giornata di ansia significa che non stiamo facendo abbastanza.
Una ricaduta in un vecchio comportamento significa che non siamo cambiati.
Un momento di insicurezza cancella tutti i progressi fatti.
La crescita, però, raramente procede in linea retta.
Possiamo comprendere qualcosa di noi e ritrovarci comunque, in un momento difficile, a reagire secondo modalità conosciute.
Non significa necessariamente essere tornati al punto di partenza.
Significa che alcuni modi di funzionare hanno una storia e possono aver bisogno di tempo per trasformarsi.
Dalla domanda “cosa c'è che non va in me?” a una domanda diversa
Una domanda come:
“Cosa c'è che non va in me?”
parte già da una conclusione: qualcosa in me è sbagliato.
Possiamo provare a sostituirla con:
“Cosa mi sta succedendo?”
oppure:
“Cosa sta cercando di proteggere questa parte di me?”
Il cambiamento sembra piccolo, ma modifica profondamente lo sguardo.
La prima domanda giudica.
La seconda cerca di comprendere.
E comprendersi non significa assolversi da ogni responsabilità.
Significa avere più informazioni su di sé per poter scegliere diversamente.
Non tutto deve essere eliminato
Ci sono caratteristiche che spesso vorremmo perdere completamente e che, invece, possono avere anche un'altra faccia.
La sensibilità può renderci più vulnerabili in alcune situazioni, ma può permetterci anche di percepire profondamente ciò che accade dentro di noi e nelle relazioni.
La prudenza può diventare paura, ma può essere anche capacità di valutare.
L'autonomia può trasformarsi in difficoltà ad affidarsi, ma rimane una risorsa importante.
Persino la rabbia, quando riusciamo ad ascoltarla senza esserne dominati, può segnalarci che un nostro limite è stato oltrepassato.
Il lavoro non consiste sempre nell'eliminare una caratteristica.
A volte significa renderla più flessibile, in modo che non sia l'unica risposta disponibile.
Cambiare significa avere più possibilità
Questo è uno dei modi in cui penso al cambiamento psicologico.
Non diventare necessariamente una persona completamente diversa.
Ma ampliare le possibilità.
Se prima davanti al conflitto potevo soltanto tacere, posso imparare anche a parlare.
Se davanti alla paura potevo soltanto evitare, posso gradualmente imparare anche a restare.
Se avevo bisogno di compiacere l'altro, posso iniziare a considerare anche ciò che desidero io.
Se essere vulnerabile significava sentirmi debole, posso sperimentare che posso mostrarmi senza perdere il mio valore.
Il vecchio modo di reagire può ancora comparire.
Ma non è più l'unica strada che conosco.
Ed è proprio lì che può nascere una maggiore libertà.
Psicoterapia: comprendere prima di correggere
Nel mio modo di intendere la psicoterapia, non incontro una persona pensando innanzitutto a ciò che dovrebbe essere corretto.
Cerco di capire chi ho davanti.
La sua storia.
Le emozioni.
Le relazioni.
I bisogni.
Le risorse.
E quei modi di pensare, sentire e reagire che nel tempo hanno assunto un significato.
La psicoterapia psicodinamica mi porta naturalmente a interrogarmi su questi aspetti: ciò che viviamo oggi non nasce nel vuoto.
Allo stesso tempo, quando può essere utile, integro strumenti che aiutano a lavorare concretamente sulle emozioni, sui pensieri, sugli schemi e sui comportamenti.
Perché comprendere la propria storia è importante.
Ma lo è anche poter costruire qualcosa di nuovo nel presente.
Forse non hai bisogno di “aggiustarti”
Forse alcune parti di te hanno bisogno prima di tutto di essere conosciute.
Puoi scoprire perché sono nate.
Cosa hanno cercato di fare per te.
Quando continuano ad aiutarti.
E quando, invece, ti impediscono di vivere come vorresti.
A quel punto il cambiamento non nasce più necessariamente dalla lotta contro se stessi.
Può nascere dalla possibilità di dirsi:
“Adesso comprendo un po' meglio perché funziono così. E proprio perché lo comprendo, posso iniziare a scegliere anche qualcosa di diverso.”
🌱 Non sempre dobbiamo aggiustarci.
A volte abbiamo bisogno di conoscerci abbastanza da capire cosa vogliamo conservare, cosa possiamo trasformare e cosa possiamo finalmente smettere di combattere.
Quando può essere utile un percorso psicologico
Se senti di essere spesso in lotta con alcune parti di te, continui a giudicarti per il modo in cui provi emozioni o reagisci nelle relazioni, oppure riconosci comportamenti che vorresti cambiare ma che continuano a ripetersi, un percorso psicologico può aiutarti a comprenderli più profondamente.
Nel mio lavoro parto dalla persona, non dall'idea di come dovrebbe essere.
Cerchiamo insieme di comprendere la storia e il significato di ciò che sta accadendo, riconoscendo sia le difficoltà sia le risorse, per costruire gradualmente modalità nuove e più consapevoli di stare con se stessi e con gli altri.
🌿 Se ti riconosci in queste parole e senti il desiderio di conoscerti più profondamente, puoi contattarmi per un primo colloquio. Partiremo da ciò che stai vivendo e valuteremo insieme, nel rispetto della tua storia e dei tuoi tempi, il percorso più adatto a te.