Difficoltà nel rapporto con il cibo e con il corpo: quando mangiare, controllarsi e guardarsi diventano fonte di sofferenza

Il rapporto con il cibo e con il corpo non riguarda soltanto ciò che mangiamo o ciò che vediamo allo specchio. Può diventare un linguaggio attraverso cui esprimiamo emozioni, bisogni, controllo, vergogna, paura, ricerca di sicurezza e rapporto con noi stessi. Anche un comportamento alimentare difficile può essere un segnale: ascoltarlo non significa assecondarlo, ma provare a comprendere cosa sta cercando di regolare o comunicare.

Mangiare dovrebbe essere un gesto naturale.

Abbiamo fame.

Mangiamo.

Ci sentiamo sazi.

Ci fermiamo.

Ma per molte persone il rapporto con il cibo diventa molto più complesso.

Si pensa continuamente a cosa mangiare.

A quanto.

A cosa si è mangiato ieri.

A cosa si potrà mangiare domani.

A quanto bisognerà allenarsi.

A cosa dirà la bilancia.

A come appare il corpo.

A come potrebbe apparire agli altri.

Un pasto può diventare una prova.

Uno specchio un giudice.

Una fotografia una verifica.

Un numero sulla bilancia può cambiare l’umore dell’intera giornata.

E qualcosa che dovrebbe occupare una parte della vita finisce progressivamente per occuparne moltissima.

Non esiste un solo modo di avere un rapporto difficile con il cibo

Le difficoltà possono manifestarsi in forme molto diverse.

C’è chi restringe fortemente ciò che mangia.

Chi alterna controllo rigido e perdita di controllo.

Chi mangia in risposta a emozioni intense.

Chi vive episodi di abbuffata.

Chi teme determinati alimenti.

Chi elimina categorie sempre più numerose di cibi.

Chi organizza la giornata intorno a calorie, peso o attività fisica.

Chi utilizza comportamenti compensatori.

Chi controlla continuamente il proprio corpo.

Chi evita completamente di guardarlo.

Chi non riesce a mangiare davanti agli altri.

Chi prova vergogna dopo aver mangiato.

Chi sente di poter stare bene con sé stesso soltanto raggiungendo un determinato peso o una determinata forma fisica.

Questi comportamenti non sono equivalenti e possono avere gravità molto differenti.

Per questo è importante evitare diagnosi improvvisate e comprendere attentamente la situazione della singola persona.

Il cibo non è soltanto nutrimento

Mangiare possiede anche una dimensione:

affettiva;

sociale;

familiare;

culturale;

sensoriale;

relazionale.

Il cibo può essere associato a:

cura;

festa;

condivisione;

consolazione;

premio;

controllo;

colpa;

vergogna;

appartenenza.

Fin dai primi anni della vita nutrimento e relazione sono profondamente intrecciati.

Questo non significa che ogni difficoltà alimentare abbia necessariamente un significato psicologico nascosto.

I problemi legati all’alimentazione sono complessi e possono coinvolgere fattori biologici, psicologici, familiari, sociali e culturali.

Ma significa che il modo in cui mangiamo può assumere funzioni che vanno oltre la semplice fame.

Anche il comportamento alimentare può essere un segnale

Quando qualcosa nel rapporto con il cibo diventa difficile, possiamo provare a non chiederci soltanto:

“Come faccio a smettere?”

Possiamo aggiungere:

“Che funzione sta svolgendo questo comportamento?”

Forse:

“Sto cercando di calmarmi.”

“Sto cercando di controllare qualcosa.”

“Sto cercando di non sentire.”

“Sto cercando conforto.”

“Ho bisogno di sentirmi abbastanza.”

“Sto cercando di trasformare un disagio emotivo in qualcosa che posso misurare.”

“Il mio corpo è diventato il luogo nel quale combatto una battaglia che riguarda anche altro.”

Non esiste una risposta universale.

Per una persona il controllo alimentare può essere legato alla paura di ingrassare.

Per un’altra alla necessità di sentirsi padrona di qualcosa.

Per un’altra ancora il cibo può rappresentare una modalità per regolare solitudine, rabbia o tristezza.

Il comportamento è simile.

Il significato può essere completamente diverso.

Attenzione: comprendere non significa romanticizzare

È importante essere molto chiari.

Dire che un comportamento alimentare può avere una funzione psicologica non significa considerarlo innocuo.

Restrizione importante, abbuffate frequenti, vomito autoindotto, uso improprio di lassativi o diuretici, esercizio fisico compulsivo e altre condotte possono avere conseguenze mediche significative.

In alcune condizioni alimentari la percezione della gravità può essere ridotta proprio mentre il corpo sta subendo conseguenze importanti.

Per questo, quando la difficoltà è significativa, la valutazione non dovrebbe essere soltanto psicologica.

Può essere necessario un lavoro multidisciplinare che coinvolga, secondo il caso, medico, professionista della nutrizione con competenze specifiche e professionista della salute mentale.

Come si manifesta? I quattro livelli

Possiamo osservare le difficoltà nel rapporto con cibo e corpo attraverso quattro dimensioni:

fisiologica;

cognitiva;

emotiva;

comportamentale.

Questi livelli interagiscono continuamente.

A livello fisiologico: il corpo parla

Possiamo sperimentare:

fame intensa;

difficoltà a riconoscere la fame;

difficoltà a riconoscere la sazietà;

sensazione di pienezza vissuta con forte disagio;

stanchezza;

debolezza;

vertigini;

freddo;

difficoltà di concentrazione;

alterazioni gastrointestinali;

disturbi del sonno;

variazioni dell’energia;

alterazioni ormonali;

riduzione della libido;

agitazione.

Una restrizione alimentare significativa può inoltre aumentare l’attenzione verso il cibo.

Questo è un punto importante.

Pensare continuamente al cibo non dimostra necessariamente mancanza di volontà.

Quando l’organismo riceve energia insufficiente, può aumentare fisiologicamente la motivazione a cercare nutrimento.

Il corpo tenta di proteggerci.

A livello del pensiero: quando il cibo occupa la mente

I pensieri possono diventare rigidi.

“Questo alimento fa ingrassare.”

“Oggi ho mangiato troppo.”

“Domani devo recuperare.”

“Non avrei dovuto mangiarlo.”

“Se aumento di peso non mi sentirò più bene con me stesso.”

“Finché non dimagrisco non posso vestirmi così.”

“Gli altri noteranno il mio corpo.”

“Ho rovinato tutto.”

Può comparire un pensiero dicotomico:

perfetto o fallimento.

Controllo o perdita di controllo.

Cibo buono o cibo cattivo.

Giornata riuscita o giornata rovinata.

Una piccola deviazione dalla regola può quindi trasformarsi in:

“Ormai ho sbagliato, tanto vale continuare.”

A livello emotivo: vergogna, ansia, colpa e bisogno di controllo

Il cibo può attivare:

ansia;

vergogna;

senso di colpa;

tristezza;

rabbia;

frustrazione;

disgusto;

paura;

impotenza.

Ma può anche temporaneamente ridurre alcune emozioni.

Mangiare può dare conforto.

Controllare può dare sicurezza.

Restringere può produrre una sensazione di padronanza.

Allenarsi può diminuire momentaneamente il senso di colpa.

Ed è proprio questa capacità di modificare rapidamente lo stato emotivo che può rendere alcuni comportamenti difficili da interrompere.

A livello comportamentale: ciò che facciamo per sentirci più sicuri

Possiamo:

saltare pasti;

ridurre sempre più gli alimenti;

pesare continuamente il cibo;

contare calorie;

controllare le etichette in modo rigido;

mangiare molto rapidamente;

mangiare di nascosto;

avere episodi di abbuffata;

utilizzare condotte compensatorie;

allenarsi nonostante stanchezza o malessere;

pesarsi frequentemente;

evitare la bilancia;

controllarsi ripetutamente allo specchio;

toccare o misurare parti del corpo;

confrontarsi con altre persone;

evitare fotografie;

evitare vestiti;

rinunciare a situazioni sociali nelle quali è presente il cibo.

Anche comportamenti apparentemente opposti possono avere la stessa funzione:

ridurre temporaneamente l’ansia legata al corpo o all’alimentazione.

Il ciclo restrizione–perdita di controllo

Un meccanismo importante può essere:

restrizione → fame e preoccupazione per il cibo → aumento dell’impulso a mangiare → perdita di controllo → senso di colpa → nuova restrizione.

Dopo aver mangiato più di quanto avevamo stabilito possiamo pensare:

“Domani non mangio.”

Ma una restrizione ulteriore può aumentare la vulnerabilità alla successiva perdita di controllo.

Così ciò che viene utilizzato per riparare il problema può contribuire a mantenerlo.

Fame fisica e fame emotiva

Questa distinzione può essere utile, purché non venga trasformata in una nuova regola rigida.

Mangiamo per molti motivi.

Non soltanto per fame biologica.

Possiamo mangiare perché:

ci piace;

siamo in compagnia;

festeggiamo;

siamo annoiati;

siamo tristi;

abbiamo bisogno di conforto.

Mangiare in risposta a un’emozione non è automaticamente patologico.

La difficoltà emerge quando il cibo diventa l’unica o principale strategia disponibile per regolare ciò che sentiamo, soprattutto se produce sofferenza o perdita di controllo.

Il corpo come misura del proprio valore

A volte la domanda:

“Mi piace il mio corpo?”

nasconde una domanda più profonda:

“Mi piaccio?”

Oppure:

“Sono desiderabile?”

“Sono abbastanza?”

“Posso essere accettato?”

Il peso o la forma corporea possono diventare una misura apparentemente concreta di qualcosa di molto più difficile da misurare:

il valore personale.

E allora ogni cambiamento del corpo assume un significato enorme.

“Quando avrò quel corpo starò bene”

Possiamo costruire una promessa.

“Quando perderò peso…”

uscirò di più.

Mi vestirò come voglio.

Andrò al mare.

Cercherò una relazione.

Farò fotografie.

Mi sentirò sicuro.

Inizierò finalmente a vivere.

Il rischio è mettere la propria vita in attesa di un corpo futuro.

Il corpo diventa una condizione:

“Prima devo essere diverso. Poi potrò vivere.”

L’immagine corporea non coincide con il corpo reale

L’immagine corporea riguarda il modo in cui percepiamo, pensiamo e sentiamo il nostro corpo.

Non è una fotografia oggettiva.

Può cambiare anche senza che il corpo cambi.

La stessa persona può guardarsi al mattino e sentirsi relativamente bene.

Poche ore dopo, dopo un confronto, una fotografia o un commento, può percepirsi completamente diversa.

Il corpo non è cambiato in poche ore.

È cambiato il modo in cui viene vissuto.

Il confronto

Il confronto può diventare continuo.

Corpi sui social.

Persone in palestra.

Amici.

Partner precedenti.

Fotografie.

Versioni passate di noi stessi.

La mente cerca continuamente una posizione:

“Sono meglio o peggio?”

Ma un corpo non è una graduatoria.

E soprattutto il confronto tende a essere profondamente selettivo.

Confrontiamo spesso ciò che ci piace meno di noi con ciò che idealizziamo nell’altro.

Body checking: controllare per sentirsi sicuri

Guardarsi continuamente allo specchio.

Pesarsi.

Misurarsi.

Toccare alcune parti del corpo.

Fotografarsi da diverse angolazioni.

Controllare come cadono i vestiti.

Questi comportamenti possono sembrare utili per sapere:

“Come sto?”

Ma il sollievo può durare pochissimo.

Dopo qualche tempo dobbiamo controllare di nuovo.

Come accade in altri problemi legati all’ansia, il controllo può diventare parte del mantenimento della preoccupazione.

Anche evitare il corpo può mantenere la difficoltà

Altre persone fanno l’opposto.

Non si guardano.

Evitano fotografie.

Non si pesano mai.

Indossano soltanto alcuni vestiti.

Evitano il mare.

Evitano l’intimità.

L’evitamento protegge dal disagio immediato.

Ma può rafforzare il messaggio:

“Il mio corpo è qualcosa che non posso tollerare.”

Primo livello: osservare senza giudicare

Prima di modificare il comportamento possiamo iniziare a comprenderlo.

Non:

“Perché non ho forza di volontà?”

Ma:

“Cosa accade prima?”

Esercizio pratico: la mappa del rapporto con il cibo

Quando avviene un episodio che ti mette in difficoltà, ricostruisci:

SITUAZIONE

Cosa stava succedendo?

CORPO

Avevo fame? Ero stanco? Teso? Agitato?

PENSIERO

Cosa mi sono detto?

EMOZIONE

Cosa stavo provando?

COMPORTAMENTO

Cosa ho fatto?

CONSEGUENZA

Come mi sono sentito subito dopo?

E alcune ore dopo?

Infine:

SEGNALE

“Che funzione potrebbe aver avuto questo comportamento?”

Non per giustificarlo.

Per comprenderlo.

Secondo livello: mindfulness – tornare all’esperienza

La mindfulness può aiutare a riconoscere sensazioni corporee, pensieri ed emozioni senza trasformarli immediatamente in ordini.

Per esempio:

“Sto notando il pensiero che questo cibo sia pericoloso.”

È diverso da:

“Questo cibo è pericoloso.”

Oppure:

“Sto notando vergogna verso il mio corpo.”

È diverso da:

“Il mio corpo è vergognoso.”

Questa piccola distanza può essere importante.

Esercizio pratico: descrivere senza valutare

Per alcuni secondi prova a osservare una sensazione corporea utilizzando parole descrittive.

Non:

“È orribile.”

Ma:

“Sento tensione.”

Non:

“Sono enorme.”

Ma:

“Sto notando una forte insoddisfazione verso il mio corpo.”

Non stiamo cercando di convincerci ad amare ciò che vediamo.

Stiamo distinguendo l’esperienza dal giudizio.

Terzo livello: DBT – riconoscere la funzione del comportamento

Quando il cibo viene utilizzato per regolare emozioni intense, può essere utile chiedersi:

“Quale emozione sto cercando di modificare?”

Rabbia?

Vuoto?

Solitudine?

Ansia?

Vergogna?

Noia?

Poi:

“Quale impulso sento?”

E:

“Posso aspettare alcuni minuti prima di decidere cosa fare?”

La pausa non deve diventare un modo per impedire a sé stessi di mangiare quando si ha fame.

Serve a distinguere, quando possibile, l’automatismo dalla scelta.

DBT: costruire alternative di regolazione

Se un comportamento alimentare svolge una funzione emotiva, eliminarlo senza costruire alternative può essere estremamente difficile.

Se mangiare mi calma, devo imparare anche altri modi di calmarmi.

Se controllare il corpo mi rassicura, devo costruire altri modi per tollerare l’incertezza.

Se restringere mi dà una sensazione di controllo, dobbiamo comprendere dove nella vita mi sento senza controllo.

Non basta togliere il comportamento.

Bisogna capire cosa stava facendo per me.

Quarto livello: ACT – smettere di aspettare il corpo giusto per vivere

L’ACT può aiutarci a spostare la domanda.

Da:

“Come devo essere per poter vivere bene?”

a:

“Quale vita voglio costruire anche mentre il rapporto con il mio corpo è ancora difficile?”

Esercizio pratico: cosa sto rimandando?

Completa:

“Quando avrò il corpo che desidero finalmente…”

Scrivi tutto.

Poi osserva la lista.

Uscire.

Vestirti diversamente.

Conoscere persone.

Fare fotografie.

Andare al mare.

Essere più spontaneo.

Poi chiediti:

“Quale piccolissima parte di questa vita posso iniziare a recuperare oggi?”

Non dobbiamo aspettare di amarci completamente per iniziare a vivere.

ACT: il corpo non deve diventare un progetto infinito

Possiamo prenderci cura del corpo.

Nutrirlo.

Allenarlo.

Curarlo.

Desiderare di modificarne alcuni aspetti.

Ma esiste una differenza tra:

prendersi cura del corpo

e

vivere continuamente come se il corpo fosse un problema da risolvere.

Possiamo provare a spostare gradualmente l’attenzione da:

“Come appare?”

a:

“Cosa mi permette di fare?”

Camminare.

Abbracciare.

Nuotare.

Respirare.

Lavorare.

Ballare.

Sentire.

Vivere.

Gli interventi specifici sui problemi alimentari

Quando sono presenti veri disturbi dell’alimentazione, il trattamento non dovrebbe essere ridotto a generici esercizi sull’autostima o sulla gestione delle emozioni.

Esistono interventi psicoterapeutici specifici sostenuti dalle evidenze scientifiche, e la scelta dipende dal problema, dall’età, dalla gravità e dalle condizioni mediche.

In alcuni casi è fondamentale anche il ripristino di un’alimentazione sufficientemente regolare.

Perché una mente sottoalimentata può diventare più:

rigida;

ossessivamente concentrata sul cibo;

irritabile;

ansiosa;

depressa;

difficile da coinvolgere nel lavoro psicologico.

Non sempre possiamo aspettare di “risolvere prima le cause profonde” per intervenire sul comportamento alimentare.

La sicurezza fisica viene prima.

Schema Therapy: quando il corpo diventa il luogo dell’inadeguatezza

A un livello più profondo possono emergere schemi come:

Inadeguatezza/Vergogna

“C’è qualcosa di sbagliato in me.”

Ricerca di approvazione

“Valgo se gli altri mi trovano desiderabile.”

Standard severi

“Devo avere un certo corpo.”

Punitività

“Ho mangiato troppo, devo pagare.”

Deprivazione emotiva

“Nessuno riuscirà davvero a darmi ciò di cui ho bisogno.”

Il comportamento alimentare può diventare collegato a queste convinzioni.

Esercizio pratico: “Valgo se…”

Completa:

“Mi sentirei finalmente abbastanza se il mio corpo…”

Poi:

“Se non riuscissi ad avere quel corpo significherebbe…”

Poi:

“La cosa che temo che gli altri pensino di me è…”

Infine:

“Quanto del mio valore personale sto affidando al mio aspetto?”

La risposta non deve essere corretta.

Deve essere sincera.

La voce critica

Molte persone hanno una voce interna estremamente severa.

“Non dovevi mangiarlo.”

“Guardati.”

“Non hai controllo.”

“Devi recuperare.”

Questa voce può presentarsi come motivazione.

Ma spesso utilizza vergogna e paura.

La Schema Therapy permette di riconoscere la modalità critica o punitiva e sviluppare una parte adulta capace di rispondere in modo diverso.

Non:

“Va tutto bene, fai quello che vuoi.”

Ma:

“Posso prendermi cura di me senza umiliarmi.”

EFT – cosa sento prima di rivolgermi al cibo o al controllo?

A questo livello possiamo avvicinarci alle emozioni che il comportamento cerca di regolare.

Forse prima dell’abbuffata c’era solitudine.

Prima della restrizione c’era paura.

Prima dell’allenamento compulsivo c’era vergogna.

Prima del controllo allo specchio c’era insicurezza.

Il comportamento può aver coperto l’emozione così rapidamente che non abbiamo avuto il tempo di riconoscerla.

Esercizio pratico: un minuto prima

Non partire dal comportamento.

Torna indietro.

“Cosa stava succedendo un minuto prima?”

Poi:

“Cosa sentivo?”

“Cosa pensavo?”

“Cosa avrei voluto?”

“Di cosa avevo bisogno?”

E infine:

“Cosa ha fatto il comportamento per me?”

Mi ha calmato?

Distratto?

Riempito?

Punito?

Dato controllo?

Protetto?

Questa domanda può aprire un livello completamente nuovo di comprensione.

Psicoterapia psicodinamica: perché proprio il cibo? Perché proprio il corpo?

Arrivando al livello più profondo possiamo domandarci:

“Che posto hanno assunto il corpo e il cibo nella mia storia?”

Come veniva vissuto il corpo nella mia famiglia?

Come si parlava del peso?

Del cibo?

Della bellezza?

Del controllo?

Dell’essere desiderabili?

Come venivano accolti i miei bisogni?

Potevo chiedere?

Potevo dire no?

Potevo avere fame?

Potevo essere arrabbiato?

Come venivano vissuti crescita e cambiamenti corporei?

Quanto il mio valore dipendeva dal modo in cui apparivo o da ciò che riuscivo a fare?

Non esiste un dizionario simbolico nel quale:

“mangiare significa questo”

e

“dimagrire significa quello”.

Il significato deve emergere dalla storia della persona.

Il corpo come confine

Il corpo rappresenta anche il confine tra noi e il mondo.

È ciò attraverso cui:

siamo visti;

tocchiamo;

veniamo toccati;

occupiamo spazio;

sentiamo desiderio;

possiamo essere desiderati;

ci separiamo dagli altri.

Per alcune persone le trasformazioni corporee possono quindi assumere significati legati a:

visibilità;

sessualità;

protezione;

vulnerabilità;

autonomia;

crescita.

Ma questi significati non devono mai essere imposti dall’esterno.

Vanno scoperti, quando esistono, insieme alla persona.

Controllare il corpo quando altro sembra incontrollabile

In alcuni momenti della vita possiamo sentirci impotenti.

Relazioni imprevedibili.

Cambiamenti.

Perdite.

Pressioni.

Aspettative.

Il corpo può sembrare qualcosa su cui possiamo intervenire.

“Almeno questo posso controllarlo.”

La sensazione di controllo può essere potente.

Ma progressivamente può accadere il contrario:

non siamo più noi a controllare le regole.

Sono le regole a controllare noi.

Esercizio psicodinamico: cosa cambierebbe se il corpo non fosse più il problema?

È una domanda difficile.

Immagina per un momento che domani il problema del corpo scompaia.

Non devi più pensarci.

Non devi più controllarlo.

Non devi più modificarlo.

Chiediti:

“A cosa penserei?”

“Quali problemi rimarrebbero?”

“Quali emozioni emergerebbero?”

“Quali relazioni diventerebbero più visibili?”

“Cosa dovrei affrontare che oggi rimane sullo sfondo?”

Non sempre emergerà qualcosa.

Ma quando accade può essere molto importante.

Quando il sintomo protegge e contemporaneamente imprigiona

Questo è uno degli aspetti più complessi.

Un comportamento può farci soffrire e contemporaneamente svolgere una funzione.

Può dare controllo.

Protezione.

Identità.

Prevedibilità.

Consolazione.

Distanza dalle emozioni.

Per questo dire semplicemente:

“Smetti di farlo”

può non funzionare.

Dobbiamo aiutare la persona a costruire alternative sufficientemente sicure prima di poter rinunciare a una strategia che, pur dolorosa, ha avuto una funzione.

Il recupero non coincide soltanto con il peso

Nei problemi alimentari il peso può essere clinicamente molto importante.

Ma il recupero psicologico non può essere ridotto soltanto a un numero.

Possiamo chiederci anche:

Quanto spazio occupa il cibo nella mente?

Quanto posso essere flessibile?

Quanto il corpo determina il mio valore?

Posso mangiare con altre persone?

Posso tollerare cambiamenti?

Posso ascoltare fame e sazietà?

Posso vivere senza controllarmi continuamente?

Posso prendermi cura del corpo senza punirlo?

Posso occupare spazio nel mondo senza vergognarmene?

Quando è importante chiedere aiuto

È importante rivolgersi a professionisti quando il rapporto con cibo, peso o corpo occupa molto tempo mentale, produce forte sofferenza o modifica significativamente alimentazione, salute, relazioni e vita quotidiana.

Alcuni segnali meritano particolare attenzione:

restrizione alimentare significativa;

rapida perdita di peso;

abbuffate frequenti;

vomito autoindotto;

uso improprio di lassativi o diuretici;

esercizio fisico compulsivo;

svenimenti;

debolezza marcata;

disidratazione;

alterazioni importanti del battito;

dolore toracico;

confusione;

deterioramento fisico significativo.

In presenza di sintomi fisici importanti o di un possibile rischio medico è necessaria una valutazione sanitaria tempestiva.

Quando sono presenti pensieri suicidari o comportamenti autolesivi è necessaria una valutazione professionale rapida e, in caso di pericolo immediato, l’intervento dei servizi di emergenza.

Non tutto deve essere affrontato allo stesso livello

Il lavoro può procedere gradualmente, ma nei problemi alimentari l’ordine deve sempre tenere conto della sicurezza medica e nutrizionale.

La psicoeducazione permette di comprendere i cicli tra restrizione, fame, perdita di controllo, vergogna e compensazione.

La mindfulness aiuta a riconoscere sensazioni, pensieri ed emozioni senza trasformarli automaticamente in giudizi o comportamenti.

La DBT può offrire strumenti importanti quando il comportamento alimentare viene utilizzato per regolare emozioni intense o impulsi.

L’ACT aiuta a ridurre la quantità di vita organizzata intorno al controllo del corpo e a recuperare azioni coerenti con i propri valori.

Gli interventi specifici per i disturbi dell’alimentazione, quando indicati, devono mantenere un ruolo centrale e possono richiedere un’équipe multidisciplinare.

La Schema Therapy permette di lavorare su inadeguatezza, vergogna, standard severi, punitività e bisogno di approvazione.

L’EFT può aiutare a riconoscere le emozioni e i bisogni che il comportamento alimentare cerca di gestire.

La psicoterapia psicodinamica, infine, permette di esplorare il significato che corpo, cibo, controllo, bisogno, desiderio e immagine di sé hanno assunto nella storia della persona.

L’obiettivo non è scegliere tra sintomo e significato.

È poter lavorare su entrambi.

Domande frequenti sul rapporto con cibo e corpo

Mangiare quando sono triste significa avere un problema?

Non necessariamente. Il cibo possiede anche una funzione affettiva e sociale. È importante osservare quanto spesso accade, quanto controllo abbiamo sul comportamento e quanto questo produce sofferenza.

Pensare molto al cibo significa essere golosi?

No. La preoccupazione per il cibo può aumentare anche in seguito a restrizione alimentare o regole molto rigide.

Devo imparare ad amare il mio corpo?

Non necessariamente. Per alcune persone puntare immediatamente all’amore per il proprio corpo può risultare irrealistico. Un obiettivo iniziale può essere sviluppare una relazione meno ostile e meno giudicante con esso.

Pesarsi frequentemente aiuta a mantenere il controllo?

Dipende dal contesto clinico. Quando la pesata diventa compulsiva e determina fortemente l’umore può alimentare la preoccupazione. In alcuni trattamenti specifici, invece, il monitoraggio del peso può essere utilizzato in modo strutturato dal professionista. Non esiste una regola valida per tutti.

Perché dopo una dieta molto rigida penso continuamente al cibo?

La restrizione può aumentare biologicamente e psicologicamente l’attenzione verso il cibo. Non è necessariamente una questione di scarsa volontà.

Il problema alimentare dipende sempre dall’autostima?

No. L’autostima può essere coinvolta, ma le difficoltà alimentari sono multifattoriali.

La psicoterapia da sola è sempre sufficiente?

No. In alcune situazioni è necessario un trattamento multidisciplinare che includa valutazione e monitoraggio medico e nutrizionale.

Posso guarire dal rapporto difficile con cibo e corpo?

Il cambiamento è possibile. Il percorso e i tempi dipendono dalla specifica difficoltà, dalla sua gravità, dalla durata e dalle condizioni della persona.

Il corpo non dovrebbe essere il prezzo da pagare per sentirsi abbastanza

Possiamo trascorrere anni pensando:

“Quando cambierò corpo starò finalmente bene.”

Ma dietro quella frase potrebbe esserci qualcosa di molto più grande.

“Quando sarò diverso potrò accettarmi.”

“Quando sarò diverso potrò essere desiderato.”

“Quando sarò diverso potrò smettere di vergognarmi.”

“Quando sarò diverso potrò iniziare a vivere.”

Possiamo allora cominciare da domande differenti.

“Cosa succede nel mio corpo?”

“Cosa penso prima di mangiare o controllarmi?”

“Quale emozione sto vivendo?”

“Cosa faccio per gestirla?”

“Che funzione ha questo comportamento?”

Poi possiamo andare più in profondità.

“Quanto del mio valore dipende dal corpo?”

“Cosa sto cercando di controllare?”

“Cosa temo che gli altri vedano in me?”

“Cosa succederebbe se smettessi di combattere continuamente con il mio corpo?”

“Quale bisogno sto cercando di soddisfare attraverso il cibo, il controllo o l’immagine?”

“Quando ho imparato a guardarmi in questo modo?”

Il comportamento alimentare può essere un segnale.

Il disagio verso il corpo può essere un segnale.

Ma ascoltare questi segnali non significa lasciare che decidano come dobbiamo mangiare, quanto dobbiamo pesare o quanto spazio possiamo occupare.

Significa comprendere ciò che stanno cercando di dirci e, quando necessario, prendercene cura con un trattamento adeguato.

Perché il corpo non è soltanto qualcosa da guardare.

È il luogo attraverso cui viviamo.

E il cibo non dovrebbe diventare continuamente un esame da superare.

L’obiettivo può essere molto più profondo:

tornare progressivamente a nutrirsi senza punirsi, abitare il proprio corpo senza trasformarlo continuamente in un giudizio e recuperare una vita che non debba aspettare il raggiungimento di una forma perfetta per poter essere vissuta.

Se ti riconosci in queste parole

Se senti che cibo, peso, forma fisica o controllo del corpo stanno occupando troppo spazio nei tuoi pensieri, condizionano il tuo umore, le relazioni o ciò che ti permetti di fare, può essere importante non ridurre tutto a una questione di volontà.

In psicoterapia possiamo partire da ciò che accade concretamente oggi — corpo, pensieri, emozioni e comportamenti — per comprendere progressivamente quale funzione hanno assunto il cibo e il corpo nella tua esperienza e cosa stanno cercando di regolare, proteggere o comunicare.

Quando necessario, il percorso psicologico può essere integrato con le altre figure sanitarie appropriate, perché prendersi cura del significato del sintomo non significa trascurare la salute del corpo.

Se vuoi iniziare a comprendere e trasformare il tuo rapporto con il cibo e con il corpo, puoi contattarmi per un primo colloquio.

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