Perfezionismo e bisogno di controllo: quando fare bene non sembra mai abbastanza
Voler fare bene, essere precisi, organizzati e responsabili può essere una risorsa. Ma quando l’errore diventa difficile da tollerare, l’incertezza genera un bisogno continuo di controllo e il proprio valore dipende dal risultato, ciò che ci aiuta a funzionare può trasformarsi in una fonte di sofferenza. Anche il perfezionismo può essere un segnale: non soltanto qualcosa da ridurre, ma qualcosa da ascoltare per comprendere che cosa stiamo cercando di proteggere.
Ci sono persone che, viste dall’esterno, sembrano semplicemente molto precise.
Organizzate.
Affidabili.
Attente.
Esigenti con sé stesse.
Persone che difficilmente consegnano qualcosa senza averlo controllato più volte.
Che arrivano preparate.
Che cercano di prevedere gli imprevisti.
Che fanno fatica ad accontentarsi di un risultato mediocre.
Tutto questo può essere una risorsa.
Il problema comincia quando dietro:
“Voglio fare bene”
compare qualcosa di diverso:
“Non posso sbagliare.”
Quando:
“Preferisco essere organizzato”
diventa:
“Devo sapere esattamente cosa succederà.”
Quando:
“Tengo molto a questo risultato”
si trasforma in:
“Se fallisco significa che non valgo abbastanza.”
A quel punto non stiamo più soltanto cercando di fare bene.
Stiamo cercando di proteggerci da qualcosa.
Il perfezionismo non significa semplicemente voler fare tutto perfettamente
Il perfezionismo può assumere forme molto diverse.
Possiamo essere estremamente esigenti nel lavoro e molto flessibili nella vita privata.
Possiamo cercare la perfezione nel corpo.
Nello studio.
Nell’essere genitori.
Nelle relazioni.
Nell’ordine della casa.
Nello sport.
Nel modo in cui parliamo.
Perfino nel modo in cui dovremmo stare psicologicamente.
“Non dovrei essere ansioso.”
“Dovrei riuscire a gestire tutto.”
“Non dovrei aver bisogno degli altri.”
Anche il benessere può diventare una prestazione.
Perfezionismo sano e perfezionismo rigido
Avere standard elevati non è necessariamente un problema.
Possiamo desiderare di migliorare.
Impegnarci.
Essere ambiziosi.
Provare soddisfazione quando raggiungiamo un obiettivo.
La differenza non sta semplicemente nell’altezza dello standard.
Sta soprattutto nel rapporto che abbiamo con quello standard.
Una persona può pensare:
“Voglio fare molto bene.”
E, se commette un errore:
“Mi dispiace. Vediamo cosa posso imparare.”
Un’altra può pensare:
“Devo fare perfettamente.”
E, davanti allo stesso errore:
“Sono incapace.”
Nel primo caso il risultato riguarda ciò che abbiamo fatto.
Nel secondo rischia di diventare un giudizio su chi siamo.
Anche il perfezionismo è un segnale
Possiamo provare a non chiederci soltanto:
“Come faccio a essere meno perfezionista?”
Possiamo aggiungere:
“Cosa accadrebbe se non fossi perfetto?”
Forse emerge:
“Potrei essere criticato.”
“Potrei deludere qualcuno.”
“Gli altri potrebbero accorgersi che non sono abbastanza bravo.”
“Potrei perdere il controllo.”
“Potrei fallire.”
“Potrei sentirmi mediocre.”
“Potrei vergognarmi.”
“Potrei non essere più apprezzato.”
A quel punto il perfezionismo comincia a raccontarci qualcosa.
Non soltanto il desiderio di eccellere.
Ma ciò che temiamo possa accadere quando non riusciamo a farlo.
Il bisogno di controllo
Il controllo ha una funzione importante.
Organizzare una giornata.
Programmare un viaggio.
Controllare un lavoro prima di consegnarlo.
Prepararsi a un esame.
Sono comportamenti utili.
La difficoltà nasce quando il controllo diventa il principale modo attraverso cui cerchiamo di ottenere sicurezza.
Perché la realtà contiene inevitabilmente qualcosa che non possiamo controllare.
Le reazioni degli altri.
Gli imprevisti.
Il futuro.
La salute.
Le relazioni.
Il tempo.
La possibilità di sbagliare.
Quando abbiamo bisogno di certezza prima di sentirci tranquilli, possiamo iniziare una ricerca che non finisce mai.
“Se controllo abbastanza, forse non succederà niente”
Dietro il bisogno di controllo può esserci una promessa implicita:
“Se prevedo tutto, non sarò colto di sorpresa.”
“Se faccio tutto bene, nessuno potrà criticarmi.”
“Se controllo ogni dettaglio, non sbaglierò.”
“Se tengo tutto sotto controllo, non soffrirò.”
Il problema è che nessun livello di controllo può garantire completamente queste cose.
E allora la mente può concludere:
“Devo controllare ancora meglio.”
Come si manifesta? I quattro livelli
Perfezionismo e bisogno di controllo possono manifestarsi contemporaneamente a livello:
fisiologico;
cognitivo;
emotivo;
comportamentale.
A livello fisiologico: un corpo che raramente può abbassare la guardia
Quando sentiamo di dover continuamente funzionare bene, il corpo può rimanere in uno stato di attivazione.
Possiamo sperimentare:
tensione muscolare;
mal di testa;
mandibola serrata;
respirazione superficiale;
agitazione;
disturbi gastrointestinali;
stanchezza;
difficoltà ad addormentarsi;
risvegli con pensieri sulle cose da fare;
incapacità di rilassarsi realmente.
Anche durante il riposo può comparire una sensazione:
“Sto perdendo tempo.”
Il corpo si ferma.
La mente continua a lavorare.
A livello del pensiero: il mondo dei “devo”
Il perfezionismo può essere accompagnato da un linguaggio interno molto rigido.
“Devo fare tutto bene.”
“Non posso deludere.”
“Non devo commettere errori.”
“Avrei dovuto fare di più.”
“Non è abbastanza.”
“Prima di iniziare devo essere sicuro.”
“Se non posso farlo bene, meglio non farlo.”
Il pensiero può diventare dicotomico.
Successo o fallimento.
Bravo o incapace.
Perfetto o sbagliato.
Non rimane molto spazio per:
sufficientemente buono.
A livello emotivo: ciò che si nasconde dietro l’esigenza
Il perfezionismo può essere accompagnato da:
ansia;
vergogna;
paura;
frustrazione;
senso di colpa;
irritazione;
rabbia verso sé stessi;
inadeguatezza;
delusione;
tristezza.
A volte la soddisfazione per un risultato dura pochissimo.
Abbiamo raggiunto l’obiettivo.
Ma invece di sentirci soddisfatti pensiamo:
“Potevo fare meglio.”
Oppure il nuovo obiettivo prende immediatamente il posto del precedente.
La sensazione di essere finalmente abbastanza continua a spostarsi più avanti.
A livello comportamentale: quando la ricerca della perfezione produce il contrario
Il perfezionismo non porta sempre a lavorare di più.
Può produrre anche:
procrastinazione;
difficoltà a iniziare;
controlli ripetuti;
continue revisioni;
difficoltà a consegnare;
ricerca eccessiva di informazioni;
indecisione;
iperpreparazione;
difficoltà a delegare;
richieste di rassicurazione;
evitamento delle situazioni nelle quali potremmo non riuscire;
abbandono di attività nelle quali non ci sentiamo immediatamente competenti;
iperlavoro;
difficoltà a riposare.
Paradossalmente possiamo procrastinare proprio perché ci importa moltissimo del risultato.
Il ciclo del perfezionismo
Possiamo immaginarlo così:
standard molto elevato → paura di non raggiungerlo → controllo e iperpreparazione oppure procrastinazione → risultato → valutazione severa → nuovo standard.
Se otteniamo un buon risultato:
“Era il minimo.”
Se otteniamo un risultato eccellente:
“Avrei potuto fare ancora meglio.”
Se commettiamo un errore:
“Vedi? Non sono abbastanza bravo.”
Il sistema è costruito in modo tale che sia molto difficile vincere.
Quando il successo non basta mai
Una caratteristica importante del perfezionismo è la difficoltà a interiorizzare il successo.
Riceviamo un complimento.
Pensiamo:
“Lo dice per gentilezza.”
Raggiungiamo un risultato.
“Sono stato fortunato.”
Facciamo bene qualcosa.
“Non era poi così difficile.”
Gli errori diventano prove della nostra inadeguatezza.
I successi vengono rapidamente neutralizzati.
Così l’immagine di sé rimane sostanzialmente invariata.
Il perfezionismo può diventare procrastinazione
Può sembrare contraddittorio.
Ma spesso non lo è.
Se devo fare qualcosa perfettamente, iniziare diventa pericoloso.
Finché non inizio, il risultato rimane potenzialmente perfetto.
Quando comincio, invece, devo confrontarmi con i miei limiti.
Così posso aspettare:
il momento giusto;
l’idea giusta;
la motivazione giusta;
la sicurezza sufficiente.
E non partire mai.
“Se non posso farlo bene, non lo faccio”
Questa frase può ridurre enormemente la vita.
Non provo uno sport perché non sarò bravo.
Non parlo una lingua perché potrei sbagliare.
Non pubblico qualcosa perché potrebbe essere criticato.
Non faccio una domanda perché potrei sembrare incompetente.
Non inizio un progetto perché potrebbe fallire.
Il perfezionismo, nato per proteggerci dal fallimento, può impedirci proprio quelle esperienze attraverso cui potremmo crescere.
Il bisogno di controllare gli altri
Il controllo può entrare anche nelle relazioni.
Possiamo avere bisogno che le cose vengano fatte:
nel nostro modo;
nel nostro tempo;
secondo i nostri standard.
Delegare diventa difficile.
“Faccio prima a farlo io.”
Ma dietro può esserci:
“Se non controllo io, qualcosa andrà storto.”
Questo può produrre sovraccarico personale e tensioni con gli altri.
Quando il perfezionismo riguarda l’immagine che gli altri hanno di noi
Possiamo voler apparire:
competenti;
forti;
preparati;
sicuri;
affidabili;
sempre disponibili.
Diventa difficile dire:
“Non lo so.”
“Ho sbagliato.”
“Non riesco.”
“Ho bisogno di aiuto.”
Non stiamo più cercando soltanto di fare bene.
Stiamo cercando di evitare che qualcuno possa vedere una parte di noi che giudichiamo insufficiente.
Primo livello: riconoscere le regole
Un primo passo consiste nell'individuare i propri standard impliciti.
Esercizio pratico: completa i tuoi “devo”
Scrivi rapidamente:
“Devo sempre…”
“Non devo mai…”
“Gli altri si aspettano che io…”
“Per essere una persona valida devo…”
“Posso sentirmi soddisfatto soltanto se…”
“Se commetto un errore significa…”
Poi rileggi.
Queste frasi possono mostrarci quanto spazio occupino gli standard nella nostra vita.
La regola del “valgo se”
Alcune regole hanno una struttura particolare:
“Valgo se riesco.”
“Valgo se sono utile.”
“Valgo se gli altri mi apprezzano.”
“Valgo se non sbaglio.”
“Valgo se sono il migliore.”
Il problema non è desiderare risultati.
È affidare a quei risultati il compito di stabilire continuamente il nostro valore.
Secondo livello: mindfulness – riconoscere la voce perfezionista
Quando compare:
“Non è abbastanza”
possiamo provare a non discutere immediatamente con il pensiero.
Possiamo osservare:
“Sto notando il pensiero che non sia abbastanza.”
Oppure:
“È comparsa la mia regola del ‘devo fare meglio’.”
La distanza sembra piccola.
Ma cambia qualcosa.
Il pensiero rimane presente senza essere automaticamente trasformato in un ordine.
Esercizio pratico: dal giudizio all’osservazione
Quando commetti un errore, prova a distinguere:
FATTO
“Ho commesso questo errore.”
GIUDIZIO
“Sono incapace.”
EMOZIONE
“Provo vergogna e paura.”
IMPULSO
“Vorrei nasconderlo, correggerlo immediatamente o evitare di riprovare.”
SEGNALE
“Cosa temo che questo errore dica di me?”
Questa domanda apre già un livello più profondo.
Terzo livello: DBT – controllare i fatti
Quando l’emozione aumenta possiamo chiederci:
Qual è il fatto?
“Ho commesso un errore nella presentazione.”
Poi:
Qual è l’interpretazione?
“Adesso penseranno che sono incompetente.”
Poi:
Quali elementi sostengono questa conclusione?
Quali non la sostengono?
Non dobbiamo convincerci:
“Sono bravissimo.”
Dobbiamo tornare a una valutazione più aderente alla realtà.
Imparare a tollerare l’imperfezione
La flessibilità non si costruisce soltanto pensando diversamente.
Ha bisogno di esperienza.
Possiamo sperimentare piccoli comportamenti deliberatamente sufficientemente buoni.
Inviare un messaggio senza rileggerlo cinque volte.
Consegnare un lavoro quando è adeguato, senza continuare a modificarlo.
Fare una domanda anche se potrebbe sembrare banale.
Provare qualcosa in cui siamo principianti.
Lasciare che qualcun altro svolga un compito a modo proprio.
Non correggere immediatamente un dettaglio irrilevante.
L’obiettivo non è diventare negligenti.
È scoprire attraverso l’esperienza che l’imperfezione può essere tollerata.
Un piccolo esperimento comportamentale
Scegli una situazione a basso rischio.
Chiediti:
“Cosa prevedo accadrà se non controllo ancora una volta?”
Scrivilo.
Poi prova a non effettuare l’ultimo controllo.
Osserva ciò che accade realmente.
Infine confronta:
previsione
e
realtà.
La mente può imparare non soltanto attraverso spiegazioni, ma attraverso nuove esperienze.
Quarto livello: ACT – vivere anche senza garanzie
Il bisogno di controllo cerca spesso di eliminare l’incertezza.
Ma una vita completamente certa non esiste.
L’ACT può aiutarci a cambiare obiettivo.
Non:
“Come faccio a essere sicuro che andrà bene?”
Ma:
“Posso fare ciò che conta anche senza avere la garanzia che andrà bene?”
Esercizio pratico: controllo o valore?
Quando ti accorgi che stai controllando eccessivamente, chiediti:
“Quello che sto facendo serve davvero alla situazione oppure serve soprattutto a farmi sentire temporaneamente più sicuro?”
Poi:
“Qual è il valore che vorrei seguire?”
Competenza?
Cura?
Responsabilità?
Creatività?
Libertà?
Relazione?
Infine:
“Qual è una scelta sufficientemente buona e coerente con quel valore?”
Fare spazio alla possibilità di sbagliare
Possiamo provare a sostituire:
“Devo essere certo di non sbagliare”
con:
“Posso prepararmi bene e accettare che una parte non dipenda da me.”
Oppure:
“Non posso garantire il risultato. Posso scegliere come comportarmi.”
Non è rassegnazione.
È distinguere responsabilità e controllo.
Schema Therapy: gli Standard Severi
Nella Schema Therapy uno degli schemi particolarmente rilevanti è quello degli Standard Severi/Ipercriticismo.
Può essere accompagnato da una sensazione:
“Devo continuamente fare di più.”
Riposo e soddisfazione diventano difficili.
La prestazione è sempre migliorabile.
Può essere presente anche uno schema di Punitività:
“Gli errori devono avere conseguenze.”
E possono associarsi:
Inadeguatezza/Vergogna;
Ricerca di approvazione;
Fallimento;
Sottomissione;
Deprivazione emotiva.
La voce esigente
Possiamo avere interiorizzato una voce che dice:
“Muoviti.”
“Non perdere tempo.”
“Potevi fare meglio.”
“Non lamentarti.”
“Devi essere forte.”
“Non basta.”
Questa voce può sembrare indispensabile.
Possiamo temere:
“Se smetto di criticarmi diventerò pigro.”
Ma motivazione e autocritica non sono la stessa cosa.
Possiamo avere standard elevati senza umiliarci quando non li raggiungiamo.
Esercizio pratico: la voce esigente e l’Adulto Sano
Dividi un foglio in due parti.
Da una parte scrivi ciò che dice la voce esigente:
“Hai sbagliato. Dovevi fare meglio.”
Dall’altra prova a rispondere dalla posizione dell’Adulto Sano:
“L’errore esiste e posso correggerlo. Non devo trasformarlo in una condanna sul mio valore.”
La risposta adulta non elimina la responsabilità.
La rende sostenibile.
EFT – cosa c’è sotto il bisogno di essere perfetti?
A questo livello possiamo avvicinarci all’emozione più vulnerabile.
Dietro:
“Devo fare tutto bene”
potrebbe esserci:
“Ho paura di deludere.”
Dietro:
“Devo controllare tutto”
potrebbe esserci:
“Ho paura che qualcosa mi sfugga e di non riuscire a gestirlo.”
Dietro:
“Non posso farmi vedere in difficoltà”
potrebbe esserci:
“Ho paura di non essere accettato se vedono i miei limiti.”
La rigidità può proteggere una parte molto più vulnerabile.
Esercizio pratico: se non fossi perfetto…
Completa lentamente:
“Se non facessi tutto bene…”
Poi:
“Temo che gli altri…”
Poi:
“Questo mi farebbe sentire…”
Poi:
“La cosa più dolorosa sarebbe…”
Infine:
“Avrei bisogno di…”
Possiamo scoprire che dietro il bisogno di prestazione esiste un bisogno molto umano:
essere accettati;
riconosciuti;
protetti;
amati;
considerati degni anche quando non siamo perfetti.
Psicoterapia psicodinamica: perché l’errore è diventato così pericoloso?
A un livello ancora più profondo possiamo domandarci:
“Che significato ha avuto l’errore nella mia storia?”
Come venivano accolti i miei errori?
Cosa accadeva quando non riuscivo?
Venivo aiutato?
Criticato?
Confrontato con altri?
Mi sentivo deludente?
Ricevevo riconoscimento soprattutto quando riuscivo?
Dovevo essere responsabile molto presto?
Potevo mostrare fragilità?
Potevo non sapere?
Potevo avere bisogno?
Non si tratta di cercare necessariamente qualcuno da colpevolizzare.
Si tratta di comprendere come abbiamo costruito il nostro modo di valutarci.
Quando l’amore sembra condizionato alla prestazione
Una persona può aver interiorizzato qualcosa come:
“Quando faccio bene sono apprezzato.”
Progressivamente può diventare:
“Per essere apprezzato devo fare bene.”
E infine:
“Se non faccio bene, non valgo.”
Anche quando nessuno oggi ci chiede più quella perfezione, possiamo continuare a pretenderla da noi stessi.
Il giudice esterno può essere diventato un giudice interno.
Esercizio psicodinamico: di chi è questa voce?
Quando compare:
“Non è abbastanza”
prova a non combatterla immediatamente.
Chiediti:
“Questa voce mi è familiare?”
“Quando ho iniziato a parlare a me stesso in questo modo?”
“A chi dovevo dimostrare qualcosa?”
“Cosa temevo sarebbe successo se non fossi stato all’altezza?”
“Cosa desideravo ricevere?”
Non significa necessariamente che la voce appartenga letteralmente a qualcuno.
Può essere il risultato di molte esperienze.
Ma esplorarne la storia può aiutarci a comprenderne la forza.
Il controllo può proteggerci dalla vulnerabilità
Controllare significa ridurre le sorprese.
Ma vivere significa inevitabilmente esporsi.
Amare qualcuno significa non poter controllare completamente cosa farà.
Iniziare un progetto significa poter fallire.
Mostrarsi significa poter essere giudicati.
Scegliere significa rinunciare ad altre possibilità.
Il bisogno di controllo può quindi essere anche un tentativo di ridurre la vulnerabilità.
Ma una vita completamente protetta dall’incertezza rischia di diventare una vita estremamente ristretta.
Quando il perfezionismo entra in psicoterapia
Può accadere anche durante un percorso psicologico.
“Sto facendo bene gli esercizi?”
“Quanto tempo ci metterò?”
“Perché provo ancora ansia?”
“Dovrei essere già migliorato.”
Perfino la terapia può diventare un’altra prestazione.
Ma il cambiamento psicologico non segue una linea perfetta.
Ci sono progressi.
Arretramenti.
Momenti di comprensione.
Periodi più difficili.
Imparare a stare anche dentro questa imperfezione può diventare parte del lavoro stesso.
Riposare senza meritarselo
Per alcune persone il riposo deve essere guadagnato.
“Prima finisco tutto.”
Ma tutto non finisce mai.
C’è sempre:
un’altra email;
un’altra cosa da sistemare;
un altro obiettivo;
un altro dettaglio.
Così il riposo viene continuamente rimandato.
Può essere utile iniziare a pensarlo non come premio per aver raggiunto la perfezione, ma come una necessità fisiologica e psicologica.
Non dobbiamo necessariamente esaurirci prima di avere il diritto di fermarci.
Quando chiedere aiuto
Può essere utile chiedere aiuto quando perfezionismo e bisogno di controllo producono:
ansia significativa;
procrastinazione;
blocco;
esaurimento;
difficoltà lavorative;
problemi relazionali;
insonnia;
forte autocritica;
rinuncia a opportunità;
impossibilità di rilassarsi;
controlli ripetuti;
sofferenza legata agli errori;
sensazione costante di non essere mai abbastanza.
È particolarmente importante approfondire quando questi meccanismi si intrecciano con depressione, disturbi alimentari, ossessioni e compulsioni o altre difficoltà psicologiche che richiedono interventi specifici.
Non tutto deve essere affrontato allo stesso livello
Possiamo procedere gradualmente.
La psicoeducazione permette di riconoscere il ciclo tra standard, paura dell’errore, controllo e autocritica.
La mindfulness aiuta a osservare i pensieri perfezionistici senza trasformarli automaticamente in regole.
La DBT permette di lavorare sulla regolazione emotiva, sulla rigidità delle interpretazioni e sulla tolleranza del disagio provocato dall’imperfezione.
L’ACT aiuta a tollerare l’incertezza e scegliere in base ai propri valori invece di aspettare sicurezza e perfezione.
Gli esperimenti comportamentali permettono di sperimentare concretamente cosa accade quando qualcosa viene fatto in modo sufficientemente buono anziché perfetto.
La Schema Therapy permette di lavorare su Standard Severi, Punitività, Inadeguatezza, Fallimento e Ricerca di approvazione.
L’EFT aiuta a incontrare le emozioni più vulnerabili protette dall’esigenza e dal controllo.
La psicoterapia psicodinamica, infine, permette di comprendere come si sia costruito il rapporto con errore, prestazione, valore personale, vulnerabilità e bisogno di approvazione.
Non si tratta di diventare meno capaci.
Si tratta di poter utilizzare le proprie capacità senza esserne continuamente giudicati.
Domande frequenti su perfezionismo e bisogno di controllo
Essere perfezionisti è sempre negativo?
No. Precisione, impegno e standard elevati possono essere risorse. Diventano problematici quando sono rigidi, producono sofferenza o fanno dipendere eccessivamente il valore personale dalla prestazione.
Perché procrastino se sono perfezionista?
Perché iniziare significa esporsi alla possibilità di non raggiungere lo standard desiderato. La procrastinazione può temporaneamente proteggere dal confronto con l’errore o il fallimento.
Il bisogno di controllo dipende sempre dall’ansia?
No, anche se ansia e intolleranza dell’incertezza possono contribuire. Il controllo può avere significati differenti da persona a persona.
Diventare meno perfezionista significa abbassare i propri standard?
Non necessariamente. Significa soprattutto renderli più flessibili e separare la qualità della prestazione dal proprio valore personale.
Perché non riesco a godermi i risultati?
Nel perfezionismo il successo può essere rapidamente svalutato o trasformato nel nuovo standard minimo. È possibile lavorare anche sulla capacità di riconoscere e interiorizzare ciò che si è raggiunto.
Come faccio a sapere se sto controllando troppo?
Una domanda utile è: “Questo controllo aggiunge realmente qualcosa oppure serve soprattutto a ridurre temporaneamente la mia ansia?”
Posso imparare a tollerare meglio gli errori?
Sì. Attraverso lavoro sui pensieri, regolazione emotiva ed esperienze graduali di imperfezione è possibile sviluppare maggiore flessibilità.
La psicoterapia può aiutare anche se il perfezionismo mi ha fatto ottenere buoni risultati?
Sì. Il punto non è eliminare ciò che funziona, ma ridurre il costo psicologico necessario per mantenerlo.
Non devi diventare meno bravo per diventare più libero
Il perfezionismo può averci aiutato.
Può averci resi affidabili.
Preparati.
Responsabili.
Capaci di raggiungere obiettivi importanti.
Per questo non dobbiamo necessariamente combatterlo come se fosse un nemico.
Possiamo ascoltarlo.
E chiederci:
“Cosa stai cercando di impedire?”
Forse risponderà:
“Che tu fallisca.”
Andiamo ancora più in profondità.
“E se fallissi?”
“Potresti essere giudicato.”
Ancora:
“E se fossi giudicato?”
“Potresti scoprire di non essere abbastanza.”
A quel punto il problema non è più soltanto fare bene.
È diventato il bisogno di dimostrare continuamente il proprio valore.
Possiamo allora iniziare da piccoli cambiamenti.
Riconoscere il corpo quando rimane costantemente in tensione.
Osservare i nostri “devo”.
Distinguere un errore da un giudizio su noi stessi.
Fare qualcosa in modo sufficientemente buono.
Tollerare una piccola quota di incertezza.
Delegare.
Riprovare dopo un fallimento.
Riprendere qualcosa in cui non siamo particolarmente bravi.
Riposare prima di aver completato tutto.
E successivamente possiamo chiederci:
“Perché per me è diventato così importante non sbagliare?”
“Da chi temo il giudizio?”
“Cosa penso accadrebbe se mostrassi un limite?”
“Quanto del mio valore dipende ancora da ciò che riesco a fare?”
“Posso essere una persona valida anche quando non eccello?”
“Chi sarei se non dovessi continuamente dimostrare qualcosa?”
Il perfezionismo può essere un segnale.
Il bisogno di controllo può essere un segnale.
Possono raccontare paura, vulnerabilità, bisogno di approvazione, ricerca di sicurezza o una storia nella quale sbagliare è diventato troppo pericoloso.
Comprenderli non significa rinunciare all’ambizione.
Significa arrivare progressivamente a una possibilità diversa:
fare bene senza dover essere perfetti.
Impegnarsi senza punirsi.
Organizzare senza dover controllare tutto.
Sbagliare senza trasformare l’errore in una definizione di sé.
Se ti riconosci in queste parole
Se senti di dover avere continuamente tutto sotto controllo, fai fatica a tollerare errori e imprevisti, rimandi perché temi di non fare abbastanza bene oppure raggiungi risultati importanti senza riuscire mai a sentirti davvero soddisfatto, può essere utile comprendere cosa sostiene questa esigenza.
In psicoterapia possiamo partire dai meccanismi più concreti — pensieri, tensione, comportamenti di controllo, procrastinazione e autocritica — e arrivare gradualmente a comprendere cosa rappresentano per te l’errore, il giudizio, la prestazione e la possibilità di non essere perfetto.
L’obiettivo non è toglierti precisione, ambizione o responsabilità.
È fare in modo che queste qualità possano appartenerti senza diventare il prezzo necessario per sentirti abbastanza.
Se vuoi iniziare questo percorso, puoi contattarmi per un primo colloquio.