Vergogna, senso di colpa e giudizio di sé: quando ciò che abbiamo fatto diventa ciò che pensiamo di essere

Vergogna e senso di colpa sono emozioni profondamente umane. Possono aiutarci a riconoscere un errore, comprendere l’effetto delle nostre azioni e orientarci nelle relazioni. Ma quando diventano pervasive, rigide o sproporzionate possono trasformarsi in un giudizio costante su noi stessi. Anche queste emozioni sono segnali: ascoltarle non significa credere automaticamente a ciò che ci dicono, ma comprendere cosa stanno cercando di comunicarci.

Ci sono errori che continuiamo a ricordare per anni.

Conversazioni che ripercorriamo mentalmente.

Decisioni che vorremmo cambiare.

Momenti nei quali pensiamo:

“Non avrei dovuto farlo.”

Ma qualche volta accade qualcosa di diverso.

Da:

“Ho fatto qualcosa di sbagliato”

passiamo a:

“Sono sbagliato.”

Da:

“Ho commesso un errore”

a:

“Sono un fallimento.”

Da:

“Ho ferito qualcuno”

a:

“Sono una persona cattiva.”

È un passaggio apparentemente piccolo.

Psicologicamente può essere enorme.

Perché nel primo caso possiamo riconoscere ciò che abbiamo fatto, assumerci una responsabilità e provare a riparare.

Nel secondo non stiamo più giudicando un comportamento.

Stiamo giudicando noi stessi nella nostra interezza.

Vergogna e senso di colpa non sono la stessa cosa

Le due emozioni possono comparire insieme, ma hanno caratteristiche differenti.

Il senso di colpa tende a concentrarsi maggiormente sul comportamento:

“Ho fatto qualcosa che non avrei voluto fare.”

La vergogna tende invece a coinvolgere più profondamente l’immagine di sé:

“C’è qualcosa di sbagliato in me.”

Il senso di colpa può spingerci verso la riparazione.

“Ho ferito questa persona. Vorrei chiedere scusa.”

La vergogna può spingerci verso il nascondimento.

“Se sapessero davvero come sono, non mi vorrebbero.”

Questa distinzione non è assoluta.

Ma può aiutarci a comprendere ciò che stiamo vivendo.

Il senso di colpa può avere una funzione importante

Non dobbiamo trasformare ogni emozione spiacevole in qualcosa da eliminare.

Il senso di colpa può essere utile.

Può comunicarci:

“Quello che hai fatto non è coerente con i tuoi valori.”

Possiamo allora:

riconoscere;

assumerci responsabilità;

chiedere scusa;

riparare quando possibile;

imparare;

comportarci diversamente in futuro.

In questo senso il senso di colpa può contribuire alla vita morale e relazionale.

Il problema nasce quando non ci aiuta più a riparare.

Quando diventa una condanna.

Quando il senso di colpa non finisce mai

Possiamo aver riconosciuto l’errore.

Chiesto scusa.

Riparato per quanto possibile.

Imparato.

Eppure qualcosa continua a dire:

“Non basta.”

A quel punto il senso di colpa può trasformarsi in una forma di punizione.

Come se soffrire abbastanza potesse cancellare ciò che è accaduto.

“Non merito di stare bene dopo quello che ho fatto.”

Ma responsabilità e autopunizione non sono la stessa cosa.

Possiamo assumerci pienamente la responsabilità di un comportamento senza doverci condannare indefinitamente.

La vergogna

La vergogna può essere un’emozione particolarmente dolorosa perché riguarda il modo in cui immaginiamo di apparire agli occhi degli altri.

Può dire:

“Non farti vedere.”

“Nasconditi.”

“Se scoprono come sei veramente ti rifiuteranno.”

“Non sei abbastanza.”

Possiamo provare vergogna per:

il corpo;

un errore;

una difficoltà;

una fragilità;

la nostra storia;

la famiglia;

un bisogno;

un’emozione;

la sessualità;

una scelta;

un fallimento;

una condizione economica;

la sensazione di non essere all’altezza.

A volte proviamo vergogna perfino per il fatto di provare vergogna.

Anche vergogna e senso di colpa sono segnali

Possiamo fermarci prima di cercare di eliminarli.

E chiedere:

“Cosa mi sta comunicando questa emozione?”

Il senso di colpa potrebbe dire:

“Hai agito contro qualcosa che per te è importante.”

La vergogna potrebbe dire:

“Temo che, se questa parte di me fosse vista, potrei essere rifiutato.”

Oppure:

“Ho imparato che questa parte di me non dovrebbe esistere.”

Ma un segnale non è necessariamente una sentenza.

Provare vergogna non dimostra che ci sia realmente qualcosa di vergognoso in noi.

Provare colpa non significa automaticamente essere responsabili.

Le emozioni devono essere ascoltate.

E poi comprese.

Il falso senso di colpa

Possiamo sentirci in colpa anche quando non abbiamo realmente fatto qualcosa di sbagliato.

Per esempio:

per aver detto no;

per aver messo un confine;

per esserci riposati;

per aver scelto qualcosa per noi;

per non essere riusciti a salvare qualcuno;

per aver deluso un’aspettativa;

per esserci allontanati da una relazione;

per non poter soddisfare i bisogni di tutti.

In questi casi il senso di colpa può non indicare:

“Hai fatto qualcosa di male.”

Può indicare:

“Stai facendo qualcosa di diverso da ciò che hai imparato a dover fare.”

È una distinzione fondamentale.

“Mi sento in colpa” non significa “sono colpevole”

L’emozione è reale.

La responsabilità deve essere verificata.

Possiamo chiederci:

“Quale comportamento concreto sto giudicando?”

“Qual era realmente la mia responsabilità?”

“Avevo il controllo di ciò che è accaduto?”

“Sto attribuendomi anche responsabilità che appartengono agli altri?”

“Sto giudicando il passato con informazioni che possiedo soltanto oggi?”

Queste domande non servono a evitare la responsabilità.

Servono a renderla più precisa.

Come si manifestano? I quattro livelli

Vergogna, colpa e giudizio di sé possono essere osservati attraverso quattro dimensioni:

fisiologica;

cognitiva;

emotiva;

comportamentale.

A livello fisiologico: quando vorremmo scomparire

La vergogna può essere profondamente corporea.

Possiamo sentire:

calore al viso;

rossore;

battito accelerato;

nodo allo stomaco;

tensione;

testa abbassata;

difficoltà a mantenere lo sguardo;

desiderio di coprirsi;

sensazione di diventare piccoli;

immobilità;

vuoto;

pesantezza.

Il corpo sembra dire:

“Non farti vedere.”

Nel senso di colpa possiamo invece sentire:

oppressione;

agitazione;

tensione;

irrequietezza;

difficoltà a dormire;

necessità di fare qualcosa per rimediare.

A livello del pensiero: il tribunale interno

Il giudizio può diventare continuo.

“Sono stato ridicolo.”

“Non avrei dovuto dirlo.”

“Cosa penseranno di me?”

“Sono egoista.”

“Sono una brutta persona.”

“Avrei dovuto fare di più.”

“Non merito di stare bene.”

“Se sapessero davvero come sono…”

Possiamo ripercorrere mentalmente una situazione decine di volte.

Ogni nuova revisione sembra promettere:

“Forse riuscirò finalmente a capire come avrei dovuto comportarmi.”

Ma spesso produce soltanto altro giudizio.

A livello emotivo: quando un’emozione ne richiama molte altre

Possiamo provare:

vergogna;

senso di colpa;

tristezza;

ansia;

paura;

rabbia verso noi stessi;

disgusto verso noi stessi;

solitudine;

impotenza;

inadeguatezza.

A volte compare anche rabbia verso gli altri.

Perché sentirsi esposti, giudicati o umiliati può attivare una risposta difensiva.

Possiamo attaccare proprio nel momento in cui ci sentiamo più vulnerabili.

A livello comportamentale: nascondersi, riparare, compiacere

Possiamo:

evitare persone;

non parlare di alcune parti di noi;

mentire per proteggerci dal giudizio;

nascondere errori;

chiedere scusa continuamente;

cercare rassicurazioni;

compiacere gli altri;

accettare richieste che non vorremmo accettare;

punirci;

rinunciare a esperienze piacevoli;

ritirarci;

procrastinare;

evitare situazioni nelle quali potremmo essere valutati;

cercare di diventare impeccabili.

La vergogna può quindi alimentare proprio il perfezionismo.

“Se non posso permettermi di essere visto imperfetto, devo cercare di non sbagliare mai.”

Il ciclo della vergogna

Può funzionare così:

evento → percezione di errore o esposizione → “c’è qualcosa di sbagliato in me” → vergogna → nascondimento o autocritica → isolamento → maggiore attenzione ai propri difetti → nuova vergogna.

Nascondersi produce sollievo.

Ma può impedire una nuova esperienza:

essere conosciuti senza essere rifiutati.

Così la convinzione rimane intatta.

Il ciclo del senso di colpa

Anche il senso di colpa può creare un ciclo.

evento → “è colpa mia” → ansia e colpa → riparazione eccessiva o rassicurazione → sollievo → nuovo dubbio sulla propria responsabilità.

La persona può diventare sempre più sensibile alla possibilità di aver danneggiato qualcuno.

E assumersi progressivamente responsabilità che non le appartengono.

Il giudice interno

Molte persone descrivono una voce interiore particolarmente severa.

Non dice:

“Hai sbagliato.”

Dice:

“Sei un idiota.”

Non dice:

“Potevi comportarti diversamente.”

Dice:

“Sei sempre il solito.”

Non corregge un comportamento.

Attacca l’identità.

Questa differenza è fondamentale.

Un giudizio utile può orientarci.

Un giudizio globale tende a schiacciarci.

Primo livello: distinguere comportamento e identità

Possiamo iniziare da una trasformazione molto semplice.

Da:

“Sono egoista.”

a:

“In quella situazione ho scelto qualcosa per me e questo mi fa sentire in colpa.”

Da:

“Sono incapace.”

a:

“Ho commesso un errore.”

Da:

“Sono una persona terribile.”

a:

“Ho fatto qualcosa di cui mi dispiace.”

Non stiamo minimizzando.

Stiamo diventando più precisi.

Esercizio pratico: cosa è successo realmente?

Dividi il foglio in quattro parti.

FATTO

Cosa è successo concretamente?

GIUDIZIO

Cosa sto dicendo su di me?

RESPONSABILITÀ

Quale parte dipendeva realmente da me?

RIPARAZIONE

Esiste qualcosa che posso fare oggi?

Poi aggiungi:

“Se ho già fatto ciò che potevo, cosa sto cercando di ottenere continuando a punirmi?”

Secondo livello: mindfulness – osservare il giudizio senza diventare il giudizio

Quando compare:

“Sono una brutta persona”

possiamo provare a riconoscere:

“Sto notando un pensiero molto duro su di me.”

Quando compare vergogna:

“Sto notando vergogna.”

Possiamo anche osservare dove si manifesta nel corpo.

Viso.

Petto.

Stomaco.

Gola.

Senza dover immediatamente risolverla.

L’obiettivo non è convincerci del contrario.

È creare una distanza tra:

noi

e

il giudizio che la mente sta producendo.

Esercizio pratico: dare un nome al giudice

Quando compare una frase autocritica chiediti:

“È un fatto o è un giudizio?”

Poi:

“Come mi comporto quando credo completamente a questa voce?”

Infine:

“Cosa accadrebbe se potessi ascoltarla senza doverle obbedire?”

Terzo livello: DBT – controllare i fatti

Quando proviamo senso di colpa possiamo utilizzare una domanda centrale:

“I fatti giustificano questa emozione nella sua intensità?”

Ho realmente violato un mio valore?

Ho causato un danno?

Quanto dipendeva da me?

Se la colpa è appropriata, possiamo riparare.

Se non lo è, continuare a punirci non risolve nulla.

Quando la colpa è appropriata: riparare

Se abbiamo realmente ferito qualcuno possiamo:

riconoscere ciò che abbiamo fatto;

ascoltare l’effetto sull’altro;

chiedere scusa senza trasformare la scusa in una richiesta di rassicurazione;

riparare quando possibile;

modificare il comportamento.

Una buona riparazione non significa:

“Dimmi che non sono una brutta persona.”

Significa:

“Riconosco ciò che ho fatto e voglio assumermene la responsabilità.”

Quando la vergogna ci fa nascondere

Se non esiste un pericolo reale e il comportamento di nascondimento mantiene la vergogna, possiamo sperimentare gradualmente qualcosa di diverso.

Mostrare una piccola imperfezione.

Dire:

“Non lo so.”

Ammettere un errore.

Chiedere aiuto.

Raccontare qualcosa di vulnerabile a una persona affidabile.

Non tutto.

Non a tutti.

La vulnerabilità richiede discernimento.

Ma essere conosciuti da qualcuno senza essere rifiutati può diventare un’esperienza profondamente correttiva.

Quarto livello: ACT – non aspettare di sentirsi degni per vivere

La vergogna può convincerci:

“Prima devo risolvere ciò che non va in me. Poi potrò vivere.”

L’ACT propone una domanda differente:

“Quale persona voglio essere anche mentre questa vergogna è presente?”

Posso sentire vergogna e partecipare.

Posso avere paura del giudizio e parlare.

Posso ricordare un errore e continuare a costruire una vita coerente con i miei valori.

Esercizio pratico: colpa o valore?

Quando ti giudichi per qualcosa, chiediti:

“Quale valore è coinvolto?”

Se mi sento in colpa perché ho ferito qualcuno, forse il valore è:

cura;

rispetto;

lealtà.

A quel punto posso chiedermi:

“Quale azione rappresenta oggi quel valore?”

Punirmi?

Oppure riparare e comportarmi diversamente?

La colpa può diventare una direzione.

Non necessariamente una prigione.

Schema Therapy: Inadeguatezza e Vergogna

Nella Schema Therapy uno schema particolarmente importante è quello di Inadeguatezza/Vergogna.

Può contenere una convinzione profonda:

“Se gli altri mi conoscessero veramente scoprirebbero che c’è qualcosa di sbagliato in me.”

La persona può allora:

nascondersi;

compiacere;

cercare approvazione;

diventare perfezionista;

evitare l’intimità;

oppure scegliere inconsapevolmente relazioni nelle quali viene criticata e svalutata.

Non perché desideri soffrire.

Ma perché quella posizione può risultare dolorosamente familiare.

Il Genitore Punitivo

Un’altra modalità descritta dalla Schema Therapy è quella del Genitore Punitivo.

È la voce che dice:

“Devi pagare.”

“Non meriti comprensione.”

“Non puoi perdonarti.”

“Dopo quello che hai fatto non hai diritto di stare bene.”

Questa voce può essere estremamente potente.

Ma punizione e responsabilità non sono la stessa cosa.

Esercizio pratico: giudice e Adulto Sano

Scrivi una frase del tuo giudice interno.

“Hai sbagliato ancora. Sei senza speranza.”

Poi prova a rispondere dalla posizione dell’Adulto Sano:

“Ho sbagliato. Posso assumermi la responsabilità senza distruggermi. Voglio capire cosa è successo e comportarmi diversamente.”

La risposta non deve essere indulgente.

Deve essere giusta.

EFT – cosa protegge la vergogna?

A volte la vergogna copre emozioni ancora più vulnerabili.

Tristezza.

Paura.

Bisogno di essere accolti.

Dolore per essere stati umiliati.

Desiderio di essere visti.

Oppure rabbia per il modo in cui siamo stati trattati.

Possiamo aver imparato a pensare:

“Sono io quello sbagliato”

quando forse una parte di noi avrebbe voluto dire:

“Quello che è successo mi ha ferito.”

Esercizio pratico: se la vergogna potesse parlare

Completa:

“Mi vergogno perché temo che…”

Poi:

“Se gli altri vedessero questa parte di me…”

Poi:

“La cosa più dolorosa sarebbe…”

Infine:

“Quello di cui avrei bisogno è…”

Potrebbe emergere:

accettazione;

protezione;

comprensione;

riconoscimento;

perdono;

possibilità di riparare;

diritto a essere imperfetti.

La rabbia che può trovarsi sotto la vergogna

Alcune persone hanno imparato a rivolgere quasi tutto contro sé stesse.

Quando qualcuno le ferisce pensano:

“Sono troppo sensibile.”

Quando vengono svalutate:

“Forse ha ragione.”

Quando un confine viene superato:

“Non avrei dovuto arrabbiarmi.”

Recuperare una rabbia adattiva può significare riconoscere:

“Non tutto ciò che è successo era colpa mia.”

E:

“Anche io avevo diritto a essere rispettato.”

Psicoterapia psicodinamica: come abbiamo imparato a guardarci?

A un livello più profondo possiamo chiederci:

“Come si è costruito il mio giudice interno?”

Come venivano accolti i miei errori?

Potevo sbagliare?

Potevo deludere?

Potevo avere bisogni?

Come venivano vissuti rabbia, fragilità, corpo, sessualità, successo e fallimento?

Mi sentivo accettato anche quando non corrispondevo alle aspettative?

Oppure sentivo di dover essere:

bravo;

forte;

ubbidiente;

utile;

perfetto;

invisibile?

Non si tratta di cercare automaticamente un colpevole nel passato.

Si tratta di comprendere come abbiamo imparato a rappresentare noi stessi.

Quando lo sguardo dell’altro diventa il nostro sguardo

All’inizio della vita ci conosciamo anche attraverso il modo in cui veniamo guardati.

Con il tempo possiamo interiorizzare quello sguardo.

Una critica esterna può diventare autocritica.

Una svalutazione può diventare:

“Non sono abbastanza.”

Un ambiente molto esigente può diventare:

“Non posso sbagliare.”

Una continua colpevolizzazione può diventare:

“È sempre colpa mia.”

Anche quando quelle persone non sono più presenti, possiamo continuare a guardarci con gli stessi occhi.

Esercizio psicodinamico: davanti a chi mi sto vergognando?

Quando compare una forte vergogna possiamo chiederci:

“Di chi temo lo sguardo?”

Non necessariamente una persona precisa.

Poi:

“Cosa temo che veda?”

“Cosa penso che concluderebbe su di me?”

“Perché quel giudizio avrebbe tanto potere?”

“Quando ho già conosciuto questa sensazione?”

Infine:

“Sto ancora guardando me stesso attraverso uno sguardo che appartiene alla mia storia?”

Non dobbiamo forzare una risposta.

Possiamo lasciare che emerga.

Il bisogno di perdonarsi

Perdonarsi non significa dire:

“Non importa.”

Non significa cancellare il passato.

Non significa evitare le conseguenze.

Può significare:

“Riconosco ciò che ho fatto. Mi assumo la responsabilità. Riparo ciò che posso. Imparo. E accetto che continuare a odiarmi non cambierà ciò che è accaduto.”

A volte il vero passaggio non è dimenticare.

È smettere di utilizzare il passato come una condanna permanente.

Quando la vergogna nasce da qualcosa che abbiamo subito

Esiste anche una vergogna particolarmente dolorosa:

vergognarsi per qualcosa che altri hanno fatto a noi.

Può accadere dopo:

umiliazioni;

bullismo;

violenza;

abusi;

maltrattamenti;

svalutazioni.

La persona può arrivare a pensare:

“C’è qualcosa di sbagliato in me.”

Quando invece la responsabilità appartiene a chi ha compiuto l’azione.

In questi casi il lavoro può comprendere anche la progressiva restituzione della responsabilità:

“Quella vergogna non racconta ciò che vali. Racconta qualcosa che ti è accaduto.”

Vergogna e relazioni

La vergogna tende a farci nascondere proprio quando avremmo bisogno di una relazione sufficientemente sicura.

Pensiamo:

“Se mi conosci davvero mi rifiuterai.”

Così mostriamo soltanto le parti che riteniamo accettabili.

Ma se qualcuno ci vuole bene pensiamo:

“Mi vuole bene perché non mi conosce veramente.”

Si crea un paradosso.

Nasconderci ci protegge dal rifiuto.

Ma impedisce anche di sperimentare pienamente l’accettazione.

Quando chiedere aiuto

Può essere utile chiedere aiuto quando vergogna, colpa o autocritica:

occupano gran parte della giornata;

portano a isolamento;

impediscono relazioni intime;

alimentano perfezionismo;

producono continue richieste di rassicurazione;

rendono difficile mettere confini;

portano a punirsi;

contribuiscono a depressione o ansia;

fanno sentire di non meritare affetto, piacere o benessere.

Se il giudizio di sé arriva a pensieri di morte, suicidio o comportamenti autolesivi, è importante cercare rapidamente supporto professionale e, in presenza di pericolo immediato, rivolgersi ai servizi di emergenza.

Non tutto deve essere affrontato allo stesso livello

Possiamo procedere gradualmente.

La psicoeducazione permette di distinguere vergogna, colpa, responsabilità e autocondanna.

La mindfulness aiuta a osservare il giudizio interno senza identificarsi completamente con esso.

La DBT permette di verificare i fatti, regolare emozioni intense e distinguere quando la colpa è appropriata e quando non lo è.

L’ACT aiuta a smettere di aspettare di sentirsi perfettamente degni prima di vivere secondo i propri valori.

La Schema Therapy permette di lavorare su Inadeguatezza/Vergogna, Punitività, Standard Severi e sulle modalità critiche interiorizzate.

L’EFT aiuta ad avvicinarsi alle emozioni più vulnerabili e ai bisogni che si trovano sotto vergogna e autocritica.

La psicoterapia psicodinamica, infine, permette di comprendere come si sia costruita l’immagine di sé, quali sguardi siano stati interiorizzati e perché alcune parti di noi siano diventate così difficili da accettare.

Non dobbiamo scegliere tra responsabilità e comprensione.

Possiamo avere entrambe.

Domande frequenti su vergogna, senso di colpa e giudizio di sé

Vergogna e senso di colpa sono emozioni negative?

Sono emozioni spiacevoli, ma possono avere funzioni importanti. Diventano problematiche quando sono pervasive, sproporzionate o producono una condanna globale della persona.

Se mi sento in colpa significa che ho fatto qualcosa di sbagliato?

Non necessariamente. L’emozione deve essere confrontata con i fatti e con la responsabilità reale.

Dire di no e poi sentirmi in colpa significa che sono egoista?

No. Il senso di colpa può comparire semplicemente perché stai modificando un comportamento abituale, soprattutto se hai imparato a mettere i bisogni degli altri sempre prima dei tuoi.

Perdonarmi significa giustificare ciò che ho fatto?

No. È possibile riconoscere pienamente un errore, ripararlo quando possibile e contemporaneamente smettere di utilizzare quell’errore per condannare tutta la propria persona.

Perché ripenso continuamente a situazioni imbarazzanti del passato?

La mente può cercare di analizzare l’esperienza per prevenire futuri errori o ridurre l’incertezza sul giudizio degli altri. Quando questa revisione diventa ripetitiva, però, può trasformarsi in ruminazione.

Perché mi vergogno così tanto di chiedere aiuto?

Per alcune persone il bisogno è stato associato a debolezza, dipendenza, inadeguatezza o rischio di essere giudicati. Il significato specifico va compreso nella storia individuale.

Posso diventare meno autocritico senza diventare irresponsabile?

Sì. Responsabilità e autocritica distruttiva sono processi differenti. Possiamo riconoscere gli errori in modo più preciso proprio quando non siamo impegnati a difenderci da una condanna totale.

La psicoterapia può aiutare a modificare il giudizio che ho di me?

Sì. È possibile lavorare sia sulle modalità concrete con cui ci giudichiamo sia sulle esperienze e sui significati attraverso cui quella rappresentazione di noi stessi si è costruita.

Possiamo assumerci la responsabilità senza trasformarci nella nostra colpa

Abbiamo tutti parti di noi che vorremmo cambiare.

Abbiamo commesso errori.

Abbiamo ferito qualcuno.

Siamo stati incoerenti.

Abbiamo avuto paura.

Abbiamo fallito.

Abbiamo detto cose che oggi diremmo diversamente.

Essere umani significa anche questo.

Possiamo allora imparare a distinguere:

“Ho sbagliato”

da:

“Sono sbagliato.”

Possiamo chiederci:

“Cosa è realmente accaduto?”

“Qual è stata la mia responsabilità?”

“Posso riparare?”

“Cosa posso imparare?”

Poi possiamo andare più in profondità:

“Perché questo errore dice così tanto sul mio valore?”

“Perché alcune parti di me mi sembrano così difficili da mostrare?”

“Di chi temo il giudizio?”

“Quale voce utilizzo quando parlo a me stesso?”

“Quando ho imparato che per essere accettato dovevo essere diverso?”

“Cosa accadrebbe se potessi essere responsabile senza odiarmi?”

Vergogna e senso di colpa possono essere segnali.

Possono aiutarci a riconoscere valori, bisogni, paure e ferite.

Ma non devono diventare un tribunale permanente.

Il passato può essere compreso.

Gli errori possono essere riconosciuti.

Quando possibile, il danno può essere riparato.

E anche ciò che non può essere cancellato può essere integrato nella propria storia senza diventare l’unica definizione possibile di sé.

Forse il passaggio più importante è proprio questo:

non smettere di essere responsabili, ma smettere di credere che per esserlo dobbiamo continuare a punirci.

Se ti riconosci in queste parole

Se senti di giudicarti continuamente, fai fatica a perdonarti gli errori, provi vergogna per parti di te che temi di mostrare oppure ti senti responsabile anche di ciò che non dipende completamente da te, può essere utile comprendere da dove nasce questo modo di guardarti.

In psicoterapia possiamo partire dalle situazioni concrete — pensieri, emozioni, reazioni corporee e comportamenti — e arrivare gradualmente a comprendere come si è costruito il tuo giudice interno, quali significati hanno assunto errore e colpa e quali parti di te hai imparato a considerare inaccettabili.

L’obiettivo non è cancellare il senso di responsabilità.

È poter riconoscere ciò che hai fatto senza ridurre tutto ciò che sei ai tuoi errori.

Se vuoi iniziare questo percorso, puoi contattarmi per un primo colloquio.

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