Dipendenze e comportamenti difficili da controllare: quando ciò che dà sollievo inizia a prendere il controllo

Molti comportamenti che diventano difficili da controllare non iniziano come un problema. Spesso iniziano come una soluzione. Qualcosa ci calma, ci distrae, ci eccita, ci fa sentire meno soli, ci permette di non pensare o ci offre per qualche momento una sensazione di sollievo. Il problema può emergere quando quella soluzione diventa sempre più necessaria, occupa progressivamente più spazio e continua nonostante le conseguenze. Anche il comportamento difficile da controllare può essere un segnale: comprenderne la funzione non significa giustificarlo, ma capire che cosa stiamo cercando di ottenere, evitare o regolare attraverso di esso.

All’inizio può sembrare una scelta.

“Lo faccio perché mi piace.”

Poi qualcosa cambia.

“Ne ho bisogno per rilassarmi.”

“Solo questa volta.”

“Da domani smetto.”

“Posso controllarmi quando voglio.”

Poi proviamo a ridurre.

E scopriamo che è più difficile del previsto.

Oppure riusciamo a fermarci per qualche giorno e poi ricominciamo.

Arrivano vergogna e senso di colpa.

Promettiamo a noi stessi che non succederà più.

Ma quando ritorna una determinata emozione, una situazione, una persona, una sensazione di vuoto o una forte tensione, ritorna anche l’impulso.

E possiamo iniziare a domandarci:

“Perché continuo a farlo se so che mi fa male?”

Forse questa è una delle domande più importanti.

Ma la risposta raramente è semplicemente:

“Perché non ho abbastanza forza di volontà.”

Quando parliamo di dipendenza?

La parola “dipendenza” viene utilizzata molto facilmente.

Non tutto ciò che facciamo spesso è una dipendenza.

Non ogni comportamento piacevole è problematico.

Non ogni abitudine difficile da modificare costituisce un disturbo.

È necessario considerare diversi aspetti:

quanto controllo abbiamo sul comportamento;

quanto tempo e spazio occupa;

quanto è intenso il desiderio;

se abbiamo provato senza successo a ridurlo;

se continuiamo nonostante conseguenze significative;

se interferisce con lavoro, relazioni, salute o vita quotidiana;

se progressivamente abbiamo bisogno di aumentare quantità, frequenza o intensità;

se interromperlo produce sintomi fisici o psicologici, quando pertinenti.

La valutazione cambia inoltre in base alla sostanza o al comportamento.

Per questo non è corretto utilizzare la stessa etichetta per qualsiasi esperienza.

Sostanze e comportamenti non sono la stessa cosa

Possiamo sviluppare problemi legati all’uso di:

alcol;

nicotina;

cannabis;

cocaina;

oppioidi;

stimolanti;

sedativi;

altre sostanze.

Esistono poi comportamenti che possono diventare difficili da controllare.

Per esempio:

gioco d’azzardo;

gaming;

shopping;

uso dei social;

pornografia;

sesso;

cibo;

lavoro;

esercizio fisico.

Ma è importante una precisazione.

Non tutti questi comportamenti corrispondono automaticamente a una diagnosi di dipendenza riconosciuta.

Possiamo comunque lavorare clinicamente su un comportamento quando produce sofferenza o conseguenze importanti, senza dover necessariamente chiamare tutto “dipendenza”.

Il comportamento può essere un segnale

Quando qualcosa diventa difficile da controllare, la prima domanda tende a essere:

“Come faccio a smettere?”

È una domanda importante.

Ma possiamo aggiungerne un’altra:

“Che cosa succede dentro di me poco prima che io senta il bisogno di farlo?”

Forse il comportamento sta cercando di ottenere qualcosa.

“Ho bisogno di calmarmi.”

“Non voglio pensare.”

“Voglio sentire qualcosa.”

“Voglio smettere di sentire.”

“Sono solo.”

“Sono arrabbiato.”

“Mi annoio.”

“Ho bisogno di staccare.”

“Voglio sentirmi libero.”

“Ho bisogno di una ricompensa.”

“Non riesco a tollerare questo vuoto.”

Il comportamento può essere un segnale di qualcosa che sta accadendo.

Ma c’è una distinzione fondamentale:

comprendere il segnale non significa dover seguire l’impulso.

Un comportamento problematico può essere stato una soluzione

Questa prospettiva è particolarmente importante.

Possiamo guardare una dipendenza e pensare soltanto:

“Devo eliminare questo comportamento.”

Ma prima che diventasse un problema potrebbe aver svolto una funzione.

L’alcol può aver facilitato la socializzazione.

Il gioco può aver prodotto eccitazione.

Il cibo può aver consolato.

Il telefono può aver ridotto la solitudine.

Una sostanza può aver temporaneamente spento ansia o dolore.

Il sesso può aver fatto sentire desiderati.

Lo shopping può aver prodotto gratificazione.

Il lavoro può aver impedito di fermarsi e sentire.

Questo non rende il comportamento innocuo.

Ci aiuta però a capire perché abbandonarlo può essere così difficile.

Se togliamo una soluzione senza comprendere a quale problema stava rispondendo, possiamo lasciare la persona senza qualcosa che aveva imparato a utilizzare per reggersi.

Come si manifesta? I quattro livelli

Possiamo osservare una dipendenza o un comportamento difficile da controllare su quattro livelli:

fisiologico;

cognitivo;

emotivo;

comportamentale.

I quattro livelli si influenzano continuamente.

A livello fisiologico: quando il corpo anticipa la ricompensa

Possiamo sperimentare:

agitazione;

irrequietezza;

tensione;

aumento dell’attivazione;

sensazione di urgenza;

difficoltà a concentrarsi su altro;

alterazioni del sonno;

stanchezza;

cambiamenti dell’appetito;

sensazioni corporee associate al craving.

Con alcune sostanze possono inoltre comparire fenomeni di tolleranza e astinenza.

In questi casi la componente fisica può essere molto importante.

E interrompere improvvisamente una sostanza non è sempre sicuro.

In particolare, l’astinenza da alcune sostanze, come alcol e determinati farmaci sedativi, può essere pericolosa e richiedere una gestione medica.

Non bisogna improvvisare una sospensione quando esiste una dipendenza fisica significativa.

A livello del pensiero: quando la mente inizia a negoziare

Prima del comportamento possono comparire pensieri come:

“Solo una volta.”

“Me lo merito.”

“Oggi è stata una giornata terribile.”

“Tanto ormai ho iniziato.”

“Da domani basta.”

“Posso fermarmi quando voglio.”

“Non succederà niente.”

“Ho bisogno di farlo.”

Dopo possono arrivare:

“Sono un disastro.”

“Non cambierò mai.”

“Non ho autocontrollo.”

“Ho rovinato tutto.”

E proprio questa autocritica può aumentare il dolore che successivamente cercheremo di regolare attraverso lo stesso comportamento.

A livello emotivo: cosa c’è prima dell’impulso?

Non sempre c’è piacere.

Prima del comportamento possiamo trovare:

ansia;

rabbia;

tristezza;

vergogna;

solitudine;

noia;

vuoto;

frustrazione;

delusione;

senso di rifiuto;

impotenza;

eccitazione.

Anche emozioni positive intense possono aumentare alcuni comportamenti impulsivi.

Una festa.

Un successo.

Un momento di euforia.

La sensazione:

“Oggi posso permettermelo.”

Per questo è utile osservare non soltanto le emozioni negative.

A livello comportamentale: quando la scelta diventa sempre meno libera

Possiamo:

cercare ripetutamente la sostanza o il comportamento;

trascorrervi sempre più tempo;

nasconderlo;

mentire sulla frequenza;

spendere più del previsto;

rimandare responsabilità;

ridurre altre attività;

isolarci;

utilizzarlo in situazioni rischiose;

continuare nonostante conflitti, problemi economici, lavorativi o di salute;

provare ripetutamente a interromperlo e ricominciare.

La domanda centrale diventa:

“Quanto sono ancora libero di scegliere?”

Il ciclo: tensione, impulso, comportamento, sollievo

Molti comportamenti difficili da controllare seguono una sequenza.

Trigger → attivazione → impulso → comportamento → sollievo o ricompensa → conseguenze → nuova sofferenza → nuovo impulso.

Immaginiamo:

una discussione;

rabbia e senso di rifiuto;

desiderio di bere;

alcol;

sollievo;

litigio ulteriore;

vergogna il giorno dopo;

nuova sofferenza;

nuovo desiderio di bere.

Il comportamento non viene mantenuto soltanto dal piacere.

Può essere mantenuto anche dal fatto che toglie temporaneamente qualcosa di spiacevole.

Il sollievo immediato insegna molto rapidamente

Il cervello apprende bene ciò che produce conseguenze immediate.

Se faccio qualcosa e immediatamente:

l’ansia diminuisce;

il vuoto si attenua;

la noia scompare;

mi sento eccitato;

smetto di pensare;

mi sento desiderato;

il comportamento acquista valore.

Le conseguenze negative possono arrivare ore, giorni o mesi dopo.

La ricompensa invece arriva subito.

Questo squilibrio temporale aiuta a capire perché sapere razionalmente che qualcosa ci danneggia non basta necessariamente a interromperlo.

Craving: “lo voglio” non significa “devo farlo”

Il craving può essere vissuto come un bisogno urgente.

“Devo farlo.”

Ma un impulso non è un ordine.

Possiamo imparare a trasformare:

“Devo”

in:

“Sto sentendo un forte impulso.”

Sembra una piccola differenza linguistica.

Psicologicamente può essere enorme.

La prima frase ci mette dentro l’impulso.

La seconda permette di osservarlo.

Vergogna e dipendenza possono alimentarsi reciprocamente

Dopo un comportamento problematico possiamo sentirci profondamente in colpa.

Ma possiamo anche passare dalla colpa alla vergogna.

Da:

“Ho fatto qualcosa che mi danneggia”

a:

“Sono una persona sbagliata.”

La vergogna può portarci a nascondere.

Mentire.

Isolarci.

Non chiedere aiuto.

E l’isolamento può aumentare nuovamente il bisogno del comportamento.

Per questo combattere una dipendenza attraverso l’umiliazione raramente rappresenta una buona strategia terapeutica.

Responsabilità e dignità possono convivere.

“Perché non basta volerlo?”

Perché una dipendenza o un comportamento fortemente rinforzato coinvolge:

apprendimento;

abitudini;

ricompensa;

contesto;

emozioni;

relazioni;

aspettative;

automatismi;

e, con alcune sostanze, adattamenti neurobiologici e dipendenza fisica.

La motivazione è importante.

Ma non sempre è sufficiente.

Dire:

“Se volessi davvero smetteresti”

riduce un fenomeno complesso a un giudizio morale.

Primo livello: capire il comportamento prima di combatterlo

Uno degli strumenti più utili è ricostruire ciò che accade.

Non soltanto:

“L’ho fatto di nuovo.”

Ma l’intera sequenza.

Esercizio pratico: l’analisi della catena

Quando il comportamento si verifica, prova a ricostruire:

VULNERABILITÀ

Come stavo prima?

Avevo dormito?

Avevo mangiato?

Ero stressato?

Avevo bevuto?

Ero solo?

EVENTO SCATENANTE

Cosa è successo?

CORPO

Cosa ho sentito?

PENSIERO

Cosa mi sono detto?

EMOZIONE

Cosa provavo?

IMPULSO

Cosa volevo fare?

COMPORTAMENTO

Cosa ho fatto?

CONSEGUENZA IMMEDIATA

Cosa è cambiato nei cinque minuti successivi?

CONSEGUENZA SUCCESSIVA

Come mi sono sentito dopo alcune ore o il giorno seguente?

Infine:

FUNZIONE

“Che cosa mi ha dato quel comportamento in quel momento?”

Questa domanda è spesso più utile di:

“Perché sono fatto così?”

Secondo livello: mindfulness – osservare l’impulso

Un impulso può sembrare permanente.

Ma spesso cambia nel tempo.

Può aumentare.

Raggiungere un picco.

Ridursi.

Ritornare.

La mindfulness può aiutarci a osservare questa dinamica.

Esercizio pratico: urge surfing

Quando compare un impulso, se la situazione lo permette:

riconoscilo;

dagli un’intensità da 0 a 10;

nota dove lo senti nel corpo;

osserva i pensieri che lo accompagnano;

non discutere necessariamente con essi;

osserva come cambia nel tempo.

Puoi dirti:

“Sto sentendo un impulso. Non devo decidere tutto adesso.”

L’obiettivo non è obbligare il craving a scomparire.

È imparare che possiamo sentirlo senza trasformarlo automaticamente in comportamento.

Terzo livello: DBT – creare spazio tra impulso e azione

La DBT può essere particolarmente utile quando il comportamento serve a regolare rapidamente emozioni intense.

Una strategia fondamentale è STOP.

S – Stop.

Non agire immediatamente.

T – Take a step back.

Fai un passo indietro.

O – Observe.

Cosa sta accadendo nel corpo, nei pensieri, nelle emozioni?

P – Proceed mindfully.

Scegli il comportamento successivo.

Non significa:

“Non lo farò mai più.”

Per il momento significa:

“Non devo farlo in questo preciso secondo.”

Ritardare può essere più realistico che proibire

Quando l’impulso è forte possiamo pensare:

“Non devo farlo.”

Questo può aumentare ulteriormente la tensione.

In alcuni casi può essere più utile:

“Aspetto dieci minuti prima di decidere.”

Durante quei minuti possiamo:

cambiare ambiente;

telefonare a qualcuno;

camminare;

bere acqua;

allontanarci dall’accesso al comportamento;

osservare l’impulso.

Poi rivalutiamo.

Il ritardo non sostituisce un trattamento quando esiste una dipendenza importante.

Ma può diventare uno spazio nel quale ricompare la possibilità di scegliere.

Modificare l’ambiente non significa essere deboli

Se sappiamo che qualcosa è difficile da controllare, non dobbiamo dimostrare continuamente di saper resistere avendolo davanti.

Possiamo costruire attrito.

Non tenere determinate sostanze in casa.

Limitare l’accesso al denaro quando il problema riguarda il gioco o la spesa.

Disinstallare applicazioni.

Bloccare temporaneamente siti.

Non frequentare inizialmente determinati contesti.

Affidare alcune forme di controllo finanziario quando necessario e concordato.

Evitare di guidare quando abbiamo assunto sostanze.

Creare persone di riferimento.

Cambiare routine associate al comportamento.

Non è mancanza di forza.

È progettare l’ambiente affinché non debba essere la forza di volontà a fare tutto il lavoro.

Quarto livello: ACT – l’impulso non deve scegliere la direzione

L’ACT non chiede necessariamente:

“Come faccio a non sentire più questo desiderio?”

Può chiedere:

“Posso sentire questo desiderio senza lasciargli decidere cosa faccio?”

Possiamo osservare:

“Sto avendo il pensiero che ne ho bisogno.”

Poi chiederci:

“Se seguo questo impulso, mi sto muovendo verso o lontano dalla vita che voglio costruire?”

Non è moralismo.

È direzione.

Esercizio pratico: verso o lontano?

Quando compare l’impulso, scrivi:

“Se lo seguo, cosa ottengo immediatamente?”

Poi:

“Cosa potrebbe costarmi domani?”

Infine:

“Quale piccola azione posso fare adesso verso qualcosa che per me conta?”

Potrebbe essere:

chiamare qualcuno;

uscire;

riposare;

mangiare regolarmente;

andare a dormire;

fare una doccia;

allontanarsi da un luogo;

chiedere aiuto.

A volte una scelta molto piccola modifica l’intera catena.

Gli interventi specifici dipendono dal problema

Non esiste un unico trattamento per tutte le dipendenze.

Il percorso deve essere costruito considerando:

la sostanza o il comportamento;

gravità;

frequenza;

dipendenza fisica;

condizioni mediche;

altre difficoltà psicologiche;

ambiente;

supporto sociale;

motivazione;

rischio.

Possono essere utilizzati interventi psicologici e comportamentali specifici, colloqui motivazionali, strategie cognitive e comportamentali, prevenzione delle ricadute, programmi specialistici e, per alcune dipendenze, trattamenti farmacologici prescritti e monitorati dal medico.

In alcune situazioni è indicato un lavoro integrato tra più professionisti e servizi.

Riduzione del danno e astinenza non sono sempre la stessa cosa

Per alcune persone e alcune condizioni l’obiettivo terapeutico può essere l’astinenza.

In altri contesti possono essere utilizzate strategie di riduzione del danno.

La scelta non dovrebbe essere ideologica.

Deve considerare:

tipo di sostanza o comportamento;

rischio;

storia clinica;

possibilità realistiche;

evidenze disponibili;

obiettivi terapeutici.

Ridurre il danno non significa considerare innocuo un comportamento.

Significa cercare di diminuire concretamente i rischi mentre si lavora sul problema.

Una ricaduta non cancella tutto il percorso

Quando una persona riprende un comportamento può pensare:

“Ho fallito.”

E quindi:

“Tanto ormai…”

Questo pensiero può trasformare un singolo episodio in una ripresa completa del comportamento.

È importante distinguere.

Una ricaduta o uno scivolone devono essere presi seriamente.

Ma possono anche essere analizzati.

Cosa è successo prima?

Quale vulnerabilità non avevamo considerato?

Quale situazione era troppo difficile?

Cosa possiamo modificare nel piano?

La ricaduta non deve essere banalizzata.

Ma nemmeno trasformata automaticamente nella prova che il cambiamento sia impossibile.

Schema Therapy: quale parte sta cercando sollievo?

A un livello più profondo possiamo incontrare diverse modalità.

Una parte vulnerabile può sentirsi:

sola;

abbandonata;

inadeguata;

spaventata.

Una parte impulsiva può dire:

“Lo voglio adesso.”

Una modalità di consolazione distaccata può utilizzare il comportamento per spegnere le emozioni:

“Non voglio sentire niente.”

Una parte critica può comparire dopo:

“Sei disgustoso.”

“Non cambierai mai.”

E quella vergogna può riattivare nuovamente il bisogno di anestetizzarsi.

Il ciclo può diventare:

dolore → comportamento → sollievo → critica → vergogna → nuovo dolore → comportamento.

Esercizio pratico: quale parte sta parlando?

Quando compare l’impulso chiediti:

“Quale parte di me vuole farlo?”

Poi:

“Cosa sta cercando?”

Sollievo?

Protezione?

Piacere?

Contatto?

Vendetta?

Libertà?

Anestesia?

Infine:

“Come potrebbe rispondere una parte adulta di me senza ignorare quel bisogno e senza consegnare tutto il controllo al comportamento?”

Non basta togliere: bisogna costruire

Se un comportamento occupava tre ore ogni sera e lo eliminiamo, quelle tre ore rimangono.

Se serviva a socializzare, rimane un bisogno di relazione.

Se serviva a calmare l’ansia, rimane l’ansia.

Se serviva a riempire il vuoto, rimane il vuoto.

Se serviva a provare piacere, abbiamo bisogno di riscoprire altre fonti di gratificazione.

Il recupero non consiste soltanto nel togliere qualcosa.

Consiste anche nel costruire una vita nella quale quel comportamento diventi progressivamente meno necessario.

EFT – cosa sentirei se non potessi utilizzare quel comportamento?

Questa può essere una domanda molto importante.

“Se questa sera non potessi bere, giocare, comprare, mangiare, cercare quella persona o utilizzare quel comportamento, cosa sentirei?”

Forse emergerebbe:

ansia;

rabbia;

solitudine;

tristezza;

vergogna;

vuoto;

noia;

paura.

Il comportamento può essere diventato una porta che chiudiamo ogni volta che una determinata emozione prova a entrare.

Esercizio pratico: un minuto prima

Non partire dal momento in cui hai già iniziato.

Torna mentalmente a un minuto prima.

Chiediti:

“Cosa stavo sentendo?”

“Cosa era appena successo?”

“Di cosa avevo bisogno?”

“Cosa non volevo sentire?”

“Cosa speravo cambiasse dopo?”

Qui possiamo iniziare a incontrare non soltanto il comportamento.

Ma la persona che ne aveva bisogno.

Psicoterapia psicodinamica: perché proprio questa soluzione?

Arrivando al livello più profondo possiamo chiederci:

“Perché questa esperienza è diventata così importante per me?”

Non per trovare una spiegazione semplice.

Non esiste un significato universale.

Possiamo però esplorare:

come abbiamo imparato a consolarci;

come venivano gestite le emozioni nella nostra storia;

quanto potevamo dipendere dagli altri;

come vivevamo frustrazione e attesa;

quale posto avevano piacere e desiderio;

come affrontavamo solitudine e vuoto;

quali relazioni hanno accompagnato il comportamento;

quali significati ha assunto nel tempo.

Il comportamento come modo di non pensare

A volte agiamo quando pensare o sentire diventa troppo difficile.

Il comportamento prende il posto dell’elaborazione.

Non dobbiamo più chiederci:

“Sono triste?”

“Sono arrabbiato?”

“Mi sento solo?”

“Ho paura?”

Facciamo qualcosa.

Subito.

In una prospettiva psicodinamica possiamo esplorare come l’azione possa diventare, in alcuni momenti, un modo per evitare di rappresentare mentalmente un’esperienza emotiva troppo difficile.

Non è una spiegazione valida per tutti.

Ma per alcune persone può essere una parte importante del problema.

Esercizio psicodinamico: seguire il comportamento nella propria storia

Possiamo chiederci:

“Quando ho iniziato?”

“Cosa stava accadendo nella mia vita?”

“Come mi sentivo in quel periodo?”

“Che cosa mi dava inizialmente?”

“Quando ha iniziato a diventare necessario?”

“In quali relazioni aumenta?”

“In quali momenti diminuisce?”

“Cosa diventerebbe più difficile sentire se questo comportamento non fosse disponibile?”

“Chi sarei senza di esso?”

L’ultima domanda può essere sorprendentemente importante.

Quando un comportamento accompagna una persona per anni può diventare anche parte dell’identità.

Dipendenza e relazioni

Le relazioni possono essere:

una risorsa;

un fattore di rischio;

oppure entrambe le cose.

Possiamo utilizzare insieme agli altri.

Nascondere.

Mentire.

Chiedere denaro.

Ritirarci.

Promettere.

Deludere.

Essere controllati.

Litigare.

Il problema può progressivamente diventare il centro della vita familiare.

Anche chi sta accanto alla persona può aver bisogno di supporto.

Aiutare non significa necessariamente:

controllare ogni comportamento;

coprire le conseguenze;

prestare continuamente denaro;

mentire per proteggere;

assumersi tutte le responsabilità.

Il sostegno ha bisogno anche di confini.

La motivazione può oscillare

Una persona può contemporaneamente:

voler smettere;

e non voler rinunciare.

Non è necessariamente ipocrisia.

È ambivalenza.

“So che mi fa male.”

E contemporaneamente:

“Non so come stare senza.”

Lavorare sulla motivazione significa poter dare spazio a entrambe le parti senza trasformare il percorso in una lotta morale.

Quando chiedere aiuto

È particolarmente importante rivolgersi a un professionista quando:

non riusciamo ripetutamente a ridurre il comportamento;

aumentano quantità o frequenza;

il craving è intenso;

compaiono sintomi di astinenza;

mentiamo o nascondiamo ciò che facciamo;

il comportamento interferisce con lavoro o relazioni;

ci sono problemi economici;

continuiamo nonostante conseguenze fisiche o psicologiche;

utilizziamo sostanze in situazioni rischiose;

sono presenti overdose precedenti;

compaiono comportamenti sessuali ad alto rischio;

il gioco produce debiti significativi;

il comportamento si accompagna ad autolesionismo, aggressività o pensieri suicidari.

Quando esiste una dipendenza da sostanze, può essere necessaria anche una valutazione medica e specialistica.

In Italia i SerD – Servizi per le Dipendenze del Servizio Sanitario Nazionale rappresentano uno dei riferimenti territoriali per la valutazione e il trattamento delle dipendenze.

In caso di overdose o grave intossicazione

Perdita di coscienza, difficoltà respiratoria, convulsioni, grave confusione, colorazione anomala della pelle o delle labbra e altri segni di grave intossicazione richiedono assistenza medica urgente.

Non bisogna aspettare che la situazione passi da sola.

In presenza di un’emergenza è necessario contattare immediatamente i servizi di emergenza.

Non tutto deve essere affrontato allo stesso livello

Possiamo procedere gradualmente.

La psicoeducazione permette di comprendere il ciclo trigger–impulso–comportamento–conseguenza e di ridurre la lettura morale del problema.

La mindfulness aiuta a riconoscere craving e impulsi come esperienze che possono essere osservate senza essere automaticamente seguite.

La DBT offre strumenti per creare una pausa, tollerare la sofferenza e regolare le emozioni che precedono il comportamento.

L’ACT aiuta a distinguere l’impulso dalla scelta e a riportare progressivamente il comportamento verso i propri valori.

Gli interventi specifici per le dipendenze, psicologici, medici e farmacologici quando indicati, permettono di intervenire direttamente sul problema e non devono essere sostituiti dalla sola esplorazione delle sue cause profonde.

La Schema Therapy permette di riconoscere le parti vulnerabili, impulsive, distaccate e punitive coinvolte nel ciclo.

L’EFT aiuta a entrare in contatto con le emozioni e i bisogni che il comportamento può temporaneamente anestetizzare o regolare.

La psicoterapia psicodinamica, infine, permette di comprendere perché proprio quella sostanza o quel comportamento abbiano assunto una funzione così importante, quale posto abbiano nella storia affettiva della persona e cosa diventi possibile sentire, pensare e vivere quando non è più necessario agire immediatamente.

Domande frequenti su dipendenze e comportamenti difficili da controllare

Una dipendenza è mancanza di volontà?

No. La volontà può essere importante, ma le dipendenze coinvolgono processi di apprendimento, ricompensa, abitudine, regolazione emotiva, contesto e, in alcune sostanze, dipendenza fisica e modificazioni neurobiologiche.

Se riesco a smettere per qualche giorno significa che non ho una dipendenza?

Non necessariamente. La valutazione considera molti fattori, non soltanto la capacità di interrompere temporaneamente.

Perché continuo anche se non mi piace più?

Perché il comportamento può non essere più mantenuto principalmente dal piacere. Può servire a ridurre tensione, craving, astinenza, vuoto o emozioni difficili.

Devo smettere completamente?

Dipende dal problema. Per alcune dipendenze l’astinenza può essere l’obiettivo più appropriato; in altri contesti possono essere considerate strategie differenti. La decisione va valutata professionalmente.

Una ricaduta significa che la terapia non funziona?

No. Deve essere presa seriamente, ma può essere utilizzata per comprendere meglio trigger, vulnerabilità e strategie insufficienti. Non cancella automaticamente ciò che è stato costruito.

Posso avere una dipendenza dal telefono o dai social?

L’uso problematico può certamente produrre perdita di controllo e conseguenze significative, ma non ogni comportamento eccessivo corrisponde automaticamente a una diagnosi formale di dipendenza.

La mindfulness può curare una dipendenza?

Può essere uno strumento utile all’interno di un trattamento, soprattutto per craving, consapevolezza e automatismi, ma non deve essere considerata da sola una soluzione universale.

La psicoterapia psicodinamica può essere utile?

Può aiutare a comprendere la funzione profonda del comportamento e i temi emotivi e relazionali che lo sostengono. Quando esiste una dipendenza significativa, tuttavia, questo lavoro può essere integrato con interventi specifici, medici e specialistici quando necessari.

Posso smettere da solo?

Alcune persone riescono a modificare comportamenti problematici autonomamente. In altre situazioni il supporto professionale aumenta sicurezza e possibilità di cambiamento. Con alcune sostanze interrompere bruscamente può essere pericoloso e deve essere valutato dal punto di vista medico.

Non chiediamoci soltanto “come faccio a smettere?”

Possiamo iniziare da una domanda più ampia:

“Che cosa sta facendo questo comportamento per me?”

Calma qualcosa?

Riempie qualcosa?

Mi permette di non pensare?

Mi fa sentire vivo?

Mi fa sentire desiderato?

Mi aiuta a stare con gli altri?

Mi permette di stare lontano dagli altri?

Spegne un’emozione?

Mi dà una sensazione di controllo?

Possiamo partire dal comportamento.

Osservare il corpo.

Riconoscere i pensieri.

Dare un nome alle emozioni.

Ricostruire i trigger.

Creare una pausa.

Modificare l’ambiente.

Imparare ad attraversare il craving.

Costruire alternative.

Chiedere aiuto.

Poi possiamo andare più in profondità.

“Quando ho imparato ad avere bisogno di questa soluzione?”

“Cosa diventerebbe più difficile sentire senza di essa?”

“Quale bisogno sto cercando di soddisfare?”

“Quale parte di me sto cercando di calmare?”

“Quale vita sto perdendo mentre cerco sollievo?”

“Quale vita vorrei costruire al suo posto?”

Una dipendenza può iniziare come qualcosa che ci aiuta.

Poi può diventare qualcosa senza cui crediamo di non riuscire più a stare.

Il cambiamento non consiste semplicemente nel togliere.

Significa costruire progressivamente altre possibilità per affrontare dolore, piacere, desiderio, noia, solitudine, rabbia, paura e bisogno.

Fino a quando tra:

“Lo sento”

e

“Devo farlo”

può riaprirsi uno spazio.

Lo spazio nel quale possiamo scegliere.

Se ti riconosci in queste parole

Se una sostanza o un comportamento sta occupando sempre più spazio nella tua vita, se hai provato più volte a ridurlo senza riuscirci oppure se senti che è diventato il modo principale attraverso cui gestisci ansia, rabbia, solitudine, vuoto o altre emozioni difficili, chiedere aiuto non significa ammettere una debolezza.

In psicoterapia possiamo partire da ciò che accade concretamente — trigger, craving, pensieri, emozioni, comportamenti e conseguenze — per costruire strategie di regolazione e maggiore libertà di scelta. Progressivamente possiamo comprendere anche quale funzione abbia assunto quel comportamento, quale bisogno stia cercando di soddisfare e perché sia diventato così importante nella tua storia.

Quando necessario, il percorso psicoterapeutico può e deve integrarsi con servizi specialistici, valutazione medica e altri interventi specifici per la dipendenza.

L’obiettivo non è soltanto togliere qualcosa dalla tua vita.

È costruire abbastanza alternative perché quella sostanza o quel comportamento non debbano più essere l’unico modo per stare meglio, non sentire o riuscire ad andare avanti.

Se vuoi iniziare questo percorso, puoi contattarmi per un primo colloquio.

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