Solitudine e senso di vuoto: quando essere soli diventa sentirsi lontani dagli altri e da sé stessi
La solitudine non coincide necessariamente con l’essere fisicamente soli. Possiamo trascorrere del tempo da soli e sentirci bene, oppure essere circondati da persone e percepire una distanza profonda. Anche la solitudine e il senso di vuoto possono essere segnali: possono raccontarci il bisogno di connessione, appartenenza, intimità, significato o di un contatto più autentico con noi stessi. Ascoltarli non significa riempire immediatamente ogni spazio, ma comprendere quale relazione, quale bisogno o quale parte di noi stia chiedendo di essere incontrata.
Possiamo avere una famiglia.
Amici.
Colleghi.
Una relazione.
Ricevere messaggi.
Uscire.
Parlare con molte persone.
Eppure sentire:
“Sono solo.”
Oppure:
“Nessuno mi conosce davvero.”
In altri momenti la sensazione è diversa.
Non è esattamente tristezza.
È un vuoto.
Come se mancasse qualcosa, ma fosse difficile dire cosa.
Possiamo provare a riempirlo.
Con persone.
Lavoro.
Cibo.
Acquisti.
Social.
Sesso.
Alcol o altre sostanze.
Attività continue.
Serie televisive.
Messaggi.
Qualsiasi cosa permetta di non rimanere troppo a lungo dentro quello spazio.
Per qualche momento funziona.
Poi il vuoto ritorna.
E allora la domanda può cambiare.
Non soltanto:
“Come faccio a non sentirmi più solo?”
Ma:
“Che cosa sta cercando di comunicarmi questa solitudine?”
Essere soli e sentirsi soli non sono la stessa cosa
La solitudine può essere una condizione oggettiva.
Poche relazioni.
Pochi contatti.
Isolamento.
Ma può essere anche un’esperienza profondamente soggettiva.
Possiamo avere molte persone intorno e non sentirci realmente connessi a nessuno.
Possiamo parlare continuamente senza sentirci ascoltati.
Possiamo avere una relazione e non sentirci emotivamente raggiunti.
Possiamo essere conosciuti per ciò che facciamo, ma non per ciò che siamo.
Per questo la quantità delle relazioni non coincide necessariamente con la loro qualità.
Esiste anche una solitudine che fa bene
Non tutta la solitudine è sofferenza.
Possiamo scegliere di stare soli per:
riposare;
riflettere;
leggere;
creare;
camminare;
ascoltarci;
recuperare energia.
In questo caso essere soli non significa sentirsi abbandonati.
La solitudine scelta può diventare uno spazio fertile.
Il problema emerge quando essere soli viene vissuto come:
rifiuto;
esclusione;
assenza di valore;
mancanza di appartenenza;
impossibilità di raggiungere gli altri.
Oppure quando non riusciamo a stare con noi stessi senza provare un forte disagio.
Che cos’è il senso di vuoto?
Il vuoto è più difficile da descrivere.
Alcune persone dicono:
“Non sento niente.”
Altre:
“Mi manca qualcosa.”
“È come se avessi un buco dentro.”
“Niente mi riempie davvero.”
“Faccio cose, ma non mi arrivano.”
“Non so nemmeno cosa voglio.”
Il vuoto può assumere significati molto differenti.
Può comparire insieme a:
depressione;
solitudine;
difficoltà relazionali;
esperienze traumatiche;
perdita;
difficoltà nella regolazione emotiva;
problemi di identità;
alcune condizioni di personalità.
Ma il senso di vuoto, da solo, non permette di formulare una diagnosi.
Dobbiamo comprenderne la storia e la funzione nella singola persona.
Anche la solitudine è un segnale
La solitudine può comunicarci:
“Ho bisogno di connessione.”
“Ho bisogno di sentirmi visto.”
“Sto vivendo relazioni nelle quali non riesco a essere davvero me stesso.”
“Mi manca qualcuno.”
“Non sento di appartenere.”
“Vorrei condividere qualcosa che sto portando da solo.”
Il vuoto potrebbe invece comunicare:
“Non so più cosa desidero.”
“Sto vivendo troppo lontano da ciò che conta per me.”
“Ho imparato a spegnere alcune emozioni.”
“Sto cercando continuamente fuori qualcosa che faccio fatica a trovare dentro.”
Sono possibilità.
Non interpretazioni universali.
Non esiste un dizionario nel quale:
vuoto = una determinata causa.
Il significato deve essere scoperto nella storia della persona.
Il segnale non è una sentenza
Sentirsi soli può portarci a pensare:
“Sono solo perché nessuno mi vuole.”
Ma questa è un’interpretazione.
Non il sentimento stesso.
Possiamo distinguere:
esperienza: “mi sento solo”;
pensiero: “nessuno mi vuole”;
conclusione su di sé: “non sono amabile”.
Questi tre livelli possono sembrare la stessa cosa quando stiamo male.
Ma non lo sono.
Come si manifestano solitudine e vuoto? I quattro livelli
Possiamo osservare l’esperienza su quattro livelli:
fisiologico;
cognitivo;
emotivo;
comportamentale.
A livello fisiologico: quando la distanza si sente anche nel corpo
Possiamo sperimentare:
peso al petto;
nodo alla gola;
tensione;
stanchezza;
riduzione dell’energia;
agitazione;
difficoltà a dormire;
alterazioni dell’appetito;
sensazione di pesantezza;
irrequietezza;
sensazione corporea di vuoto;
bisogno quasi fisico di vicinanza.
Il corpo può diventare particolarmente sensibile nei momenti nei quali ci sentiamo esclusi o abbandonati.
Un telefono che non suona.
Una serata senza programmi.
Una persona che non risponde.
Possono produrre una reazione molto più ampia dell’evento concreto.
A livello del pensiero: quando la solitudine diventa una conclusione su di noi
Possiamo pensare:
“Non interesso davvero a nessuno.”
“Gli altri hanno tutti qualcuno.”
“Sono sempre io a cercare.”
“Se sparissi nessuno se ne accorgerebbe.”
“Non appartengo a nessun posto.”
“Nessuno potrebbe capirmi.”
“Sarò sempre solo.”
La mente può trasformare un’esperienza presente in una previsione permanente.
Da:
“Stasera sono solo”
a:
“Sarò sempre solo.”
Da:
“Questa persona non mi ha cercato”
a:
“Non sono importante per nessuno.”
A livello emotivo: non soltanto tristezza
La solitudine può contenere:
tristezza;
nostalgia;
vergogna;
ansia;
paura dell’abbandono;
rabbia;
invidia;
gelosia;
impotenza;
senso di esclusione;
vuoto;
desiderio di vicinanza.
Possiamo anche vergognarci di sentirci soli.
Soprattutto quando pensiamo:
“Alla mia età dovrei avere più amici.”
“Gli altri hanno una vita migliore.”
“Se dico che mi sento solo sembrerò bisognoso.”
Così alla solitudine si aggiunge il silenzio.
A livello comportamentale: cercare gli altri oppure allontanarsi
La solitudine può produrre comportamenti opposti.
Possiamo cercare continuamente:
messaggi;
telefonate;
appuntamenti;
social;
nuove conoscenze;
relazioni;
conferme.
Oppure possiamo ritirarci.
Rifiutare inviti.
Non scrivere.
Non chiamare.
Pensare:
“Tanto non interessa a nessuno.”
Evitare situazioni sociali.
Passare sempre più tempo soli.
Il problema è che il ritiro può confermare proprio ciò che temiamo.
Il ciclo della solitudine
Può formarsi una sequenza:
mi sento solo → penso di non interessare → mi proteggo ritirandomi → diminuiscono le occasioni di contatto → mi sento ancora più solo.
Oppure:
mi sento solo → cerco urgentemente conferme → l’altro si sente pressato → prende distanza → percepisco abbandono → cerco ancora più conferme.
Due comportamenti opposti.
La stessa paura.
“Nessuno mi cerca”
È una frase molto dolorosa.
Ma può essere utile esplorarla.
Aspettiamo sempre che siano gli altri a cercarci?
Abbiamo paura di disturbare?
Interpretiamo un rifiuto come prova che non siamo desiderati?
Abbiamo smesso di proporre perché alcune volte ci hanno detto di no?
Oppure effettivamente viviamo relazioni poco reciproche?
Non dobbiamo automaticamente convincerci:
“È tutto nella mia testa.”
A volte la relazione è realmente sbilanciata.
Il lavoro consiste nel distinguere ciò che appartiene alla realtà attuale da ciò che viene amplificato dalle nostre paure e dalla nostra storia.
Essere circondati e sentirsi invisibili
Possiamo avere molte relazioni ma mostrare soltanto alcune parti di noi.
Quella competente.
Quella simpatica.
Quella disponibile.
Quella forte.
Quella che ascolta.
Quella che risolve.
Gli altri possono conoscerci molto bene in quel ruolo.
Eppure possiamo pensare:
“Se sapessero davvero come sto…”
A volte la solitudine non nasce dall’assenza degli altri.
Nasce dall’impossibilità di esserci davvero nella relazione.
Il paradosso della protezione
Se abbiamo paura di essere rifiutati possiamo mostrare meno di noi.
Se mostriamo meno di noi, gli altri possono conoscerci meno profondamente.
Se ci conoscono meno profondamente, possiamo sentirci ancora più soli.
La strategia che ci protegge dal rifiuto può quindi impedirci anche di sperimentare una vera intimità.
Quando il vuoto viene riempito immediatamente
Il vuoto può essere difficile da tollerare.
Possiamo riempirlo con:
cibo;
shopping;
social;
pornografia;
sesso;
alcol;
sostanze;
gioco;
lavoro;
relazioni;
messaggi;
serie televisive;
attività continue.
Non significa che ognuno di questi comportamenti sia necessariamente problematico.
La domanda è:
“Che funzione sta svolgendo per me?”
Esercizio pratico: cosa succede cinque minuti dopo?
Quando senti il bisogno urgente di riempire il vuoto, prova a chiederti:
“Cosa sto sentendo adesso?”
“Cosa vorrei fare?”
Poi:
“Come penso che mi sentirò cinque minuti dopo averlo fatto?”
E:
“Cosa sto cercando realmente?”
Distrazione?
Contatto?
Consolazione?
Eccitazione?
Conferma?
Appartenenza?
Sollievo?
Questa domanda può trasformare un comportamento automatico in un’informazione.
Primo livello: costruire la mappa della solitudine
Possiamo iniziare osservando quando compare.
Esercizio pratico: la mappa dei quattro livelli
Quando senti solitudine o vuoto annota:
CORPO
Cosa sento fisicamente?
PENSIERO
Cosa mi sto dicendo?
EMOZIONE
Cosa provo oltre alla solitudine?
COMPORTAMENTO
Cosa sento il bisogno di fare?
Poi aggiungi:
BISOGNO
“Di cosa avrei bisogno davvero in questo momento?”
Infine:
SEGNALE
“Cosa potrebbe cercare di comunicarmi questa esperienza?”
Secondo livello: mindfulness – restare qualche momento senza riempire
Non sempre dobbiamo rispondere immediatamente al vuoto.
Possiamo provare a restare per un breve periodo con ciò che sentiamo.
Non per soffrire volontariamente.
Per ascoltare.
Possiamo dirci:
“In questo momento sto sentendo solitudine.”
Non:
“Sono solo e nessuno mi vorrà mai.”
La prima frase descrive un’esperienza.
La seconda costruisce un’identità e un futuro.
Esercizio pratico: novanta secondi di curiosità
Per un breve periodo, quando è tollerabile, non cercare immediatamente una distrazione.
Nota:
dove senti il vuoto nel corpo;
quale emozione emerge;
quale pensiero compare;
quale impulso arriva.
Poi chiediti:
“Se non dovessi eliminarlo subito, cosa vorrebbe farmi capire?”
Non esiste una risposta obbligatoria.
A volte emergerà semplicemente:
“Ho bisogno di qualcuno.”
Ed è già un’informazione importante.
Terzo livello: DBT – tollerare senza agire automaticamente
Quando la solitudine diventa intensa possiamo fare qualcosa pur di interromperla.
Scrivere a una persona che sappiamo ci farà male.
Tornare in una relazione distruttiva.
Bere.
Mangiare impulsivamente.
Fare acquisti.
Cercare continuamente conferme.
La DBT può aiutarci a creare uno spazio.
STOP.
Fermati.
Fai un passo indietro.
Osserva.
Procedi consapevolmente.
L’obiettivo non è convincerci che non abbiamo bisogno degli altri.
È evitare che l’urgenza scelga al nostro posto da chi andare e a quale prezzo.
Chiedere vicinanza in modo diretto
A volte cerchiamo contatto indirettamente.
“Tanto non ti interessa.”
“Lascia stare.”
“Non importa.”
Oppure aspettiamo che l’altro capisca.
Una possibilità più efficace può essere:
“Oggi mi sento un po’ solo. Ti va di sentirci?”
Chiedere non garantisce che l’altro possa esserci.
Ma permette alla relazione di rispondere a un bisogno reale invece che a una protesta difficile da decifrare.
Quarto livello: ACT – non aspettare di sentirsi pieni per iniziare a vivere
Il vuoto può portarci a pensare:
“Prima devo stare meglio. Poi farò le cose.”
Ma possiamo iniziare anche dall’altra direzione.
Quali valori voglio portare nella mia vita?
Amicizia?
Curiosità?
Cura?
Creatività?
Affetto?
Comunità?
Apprendimento?
Condivisione?
Possiamo compiere piccole azioni verso questi valori anche mentre una parte di noi continua a sentirsi sola.
Esercizio pratico: connessione come valore
Chiediti:
“Che tipo di persona voglio essere nelle mie relazioni?”
Poi scegli una piccola azione.
Scrivere a qualcuno.
Accettare un invito.
Proporre un caffè.
Partecipare a un’attività.
Riprendere un interesse condiviso.
Dire qualcosa di autentico.
Chiedere aiuto.
Il valore non è:
“Non sentirmi più solo.”
Quello è un risultato che non possiamo comandare.
Il valore può essere:
“Costruire connessione.”
Non basta avere più persone intorno
Possiamo cercare di curare la solitudine aumentando semplicemente il numero dei contatti.
Ma possiamo avere cento conversazioni superficiali e continuare a sentirci soli.
La domanda diventa:
“Quale tipo di relazione mi manca?”
Compagnia?
Intimità?
Condivisione?
Appartenenza?
Affetto?
Stimolazione intellettuale?
Contatto fisico?
Sentirmi compreso?
Avere qualcuno con cui essere vulnerabile?
Definire il bisogno permette di cercare qualcosa di più preciso.
Schema Therapy: quando la solitudine sembra confermare una storia antica
Alcuni schemi possono rendere particolarmente dolorosa la solitudine.
Deprivazione emotiva
“Nessuno sarà davvero presente per me.”
Abbandono
“Prima o poi le persone se ne andranno.”
Inadeguatezza/Vergogna
“Se mi conoscessero davvero non mi vorrebbero.”
Esclusione sociale
“Sono diverso. Non appartengo.”
Sottomissione
“Per essere accettato devo adattarmi.”
Ricerca di approvazione
“Valgo quando gli altri mi scelgono.”
La situazione presente può attivare qualcosa che conosciamo da molto tempo.
Esercizio pratico: la frase antica
Completa:
“Quando mi sento solo, una parte di me pensa che…”
Poi:
“Questa frase mi sembra familiare da quando…”
Infine:
“Cosa direbbe oggi una parte adulta e più equilibrata di me?”
Non:
“Non devi sentirti così.”
Piuttosto:
“Capisco perché questa situazione ti fa sentire escluso. Ma questo momento non definisce il tuo valore né tutto il tuo futuro.”
EFT – cosa c’è dentro il vuoto?
Il vuoto può sembrare assenza di emozione.
Ma a volte, avvicinandoci con attenzione, troviamo:
tristezza;
paura;
bisogno;
rabbia;
nostalgia;
vergogna;
desiderio.
Possiamo chiederci:
“Se questo vuoto potesse parlare, cosa direbbe?”
Forse:
“Vorrei che qualcuno mi vedesse.”
“Vorrei poter essere fragile.”
“Mi manca qualcuno.”
“Ho paura che nessuno rimanga.”
“Non so più cosa desidero.”
“Vorrei sentirmi importante per qualcuno.”
Esercizio pratico: dal vuoto al bisogno
Completa lentamente:
“Mi sento vuoto quando…”
“In quei momenti temo…”
“La cosa più dolorosa è…”
“Quello che desidererei ricevere è…”
“Quello che faccio fatica a chiedere è…”
Il vuoto può diventare più comprensibile quando acquista parole.
Psicoterapia psicodinamica: da dove viene questa solitudine?
Arrivando a un livello più profondo possiamo chiederci:
“Quando ho iniziato a conoscere questa sensazione?”
Forse la solitudine non è iniziata quando siamo rimasti fisicamente soli.
Possiamo esserci sentiti soli anche dentro relazioni importanti.
Quando le nostre emozioni non venivano comprese.
Quando dovevamo essere forti.
Quando alcune parti di noi non sembravano accettabili.
Quando avevamo bisogno e non trovavamo qualcuno disponibile.
Quando sentivamo di doverci adattare per mantenere il legame.
Essere soli insieme a qualcuno
Una delle esperienze più dolorose può essere sentirsi soli in presenza dell’altro.
Perché l’altro c’è.
Ma non riusciamo a raggiungerlo.
Oppure non riusciamo a farci raggiungere.
Possiamo allora chiederci:
“Cosa succede quando qualcuno prova davvero ad avvicinarsi?”
Ci fidiamo?
Ci sentiamo invasi?
Temiamo di dipendere?
Ci vergogniamo dei nostri bisogni?
Pensiamo che prima o poi ci deluderà?
La solitudine può derivare dall’assenza di relazioni.
Ma può anche essere collegata alla difficoltà di permettere alle relazioni di diventare abbastanza profonde.
Il paradosso: desiderare intimità e temerla
Possiamo desiderare moltissimo qualcuno vicino.
E contemporaneamente avere paura di:
dipendere;
essere feriti;
essere abbandonati;
essere giudicati;
perdere autonomia;
mostrare troppo di noi.
Così ci avviciniamo.
Poi ci allontaniamo.
Oppure scegliamo persone emotivamente poco disponibili.
E la solitudine ritorna.
Non perché vogliamo soffrire.
Ma perché ciò che desideriamo può essere anche ciò che ci rende più vulnerabili.
Esercizio psicodinamico: seguire la solitudine nella propria storia
Possiamo chiederci:
“Quando mi sono sentito così altre volte?”
“Com’era chiedere conforto nella mia famiglia?”
“Quando ero triste, chi se ne accorgeva?”
“Potevo avere bisogno degli altri?”
“Dovevo cavarmela da solo?”
“Cosa temo quando qualcuno diventa importante?”
“Che tipo di persone tendo a scegliere?”
“Quale situazione sembra ripetersi nelle mie relazioni?”
Non cerchiamo un colpevole.
Cerchiamo una continuità.
Il vuoto e il senso di sé
In alcune persone il vuoto compare soprattutto quando non c’è qualcuno o qualcosa che definisca la giornata.
Finisce una relazione.
Arriva il fine settimana.
Non ci sono impegni.
E compare una domanda:
“Adesso cosa voglio?”
Non sempre è facile rispondere.
Se per molto tempo abbiamo costruito noi stessi attraverso:
ciò che gli altri desideravano;
ciò che dovevamo fare;
i ruoli;
la produttività;
le relazioni;
possiamo conoscere molto bene ciò che gli altri si aspettano da noi e molto meno ciò che desideriamo noi.
Il lavoro sul vuoto può quindi diventare anche un lavoro sull’identità.
Imparare a stare soli senza sentirsi abbandonati
L’obiettivo non è diventare autosufficienti emotivamente.
Abbiamo bisogno degli altri.
È umano.
Ma possiamo costruire una capacità importante:
stare temporaneamente soli senza trasformare immediatamente quella condizione nella sensazione di non valere o di essere stati abbandonati.
La capacità di stare soli e quella di costruire intimità non sono opposte.
Possono sostenersi reciprocamente.
La psicoterapia e l’esperienza di essere conosciuti
La relazione terapeutica può diventare uno spazio nel quale osservare direttamente alcuni di questi processi.
Possiamo avere paura di essere giudicati.
Temere di essere troppo bisognosi.
Pensare che il terapeuta si stanchi.
Nascondere parti di noi.
Cercare conferme.
Temere la separazione.
Anche ciò che accade nella relazione terapeutica può aiutare a comprendere il modo in cui costruiamo vicinanza e distanza.
Progressivamente può diventare possibile sperimentare qualcosa di diverso:
essere conosciuti senza dover essere perfetti.
Solitudine e depressione non sono la stessa cosa
Possono essere collegate, ma non coincidono.
La solitudine può aumentare il rischio di sofferenza depressiva e la depressione può portare all’isolamento.
Ma sentirsi soli non significa automaticamente essere depressi.
Quando sono presenti anche:
perdita persistente di interesse;
forte riduzione dell’energia;
disperazione;
autosvalutazione;
alterazioni importanti del sonno o dell’appetito;
compromissione significativa della vita quotidiana;
è utile una valutazione professionale.
Quando chiedere aiuto
Può essere utile chiedere supporto quando solitudine o vuoto:
sono persistenti;
producono forte sofferenza;
portano a un isolamento crescente;
rendono difficile costruire o mantenere relazioni;
spingono ripetutamente verso rapporti dannosi;
vengono gestiti attraverso alcol, sostanze, gioco o altri comportamenti difficili da controllare;
si accompagnano a depressione significativa;
sono associati ad autolesionismo o pensieri suicidari.
Se compaiono pensieri di morte, suicidio o un rischio immediato per la propria sicurezza, è importante cercare rapidamente aiuto professionale e rivolgersi ai servizi di emergenza quando necessario.
Non tutto deve essere affrontato allo stesso livello
Possiamo procedere gradualmente.
La psicoeducazione permette di distinguere essere soli, sentirsi soli e sperimentare un senso di vuoto.
La mindfulness aiuta a riconoscere l’esperienza senza trasformarla immediatamente in una conclusione definitiva su noi stessi.
La DBT offre strumenti per attraversare i momenti nei quali la solitudine produce un’urgenza difficile da gestire e per comunicare più direttamente i bisogni relazionali.
L’ACT permette di costruire azioni orientate alla connessione e ai propri valori senza aspettare che il vuoto sia completamente scomparso.
Gli interventi comportamentali possono aiutare concretamente a ridurre l’isolamento e costruire gradualmente occasioni di contatto, appartenenza e attività significative.
La Schema Therapy permette di riconoscere schemi di Abbandono, Deprivazione emotiva, Esclusione sociale, Inadeguatezza e Ricerca di approvazione.
L’EFT aiuta ad avvicinarsi alle emozioni e ai bisogni nascosti dentro la sensazione apparentemente indistinta di vuoto.
La psicoterapia psicodinamica, infine, permette di esplorare come abbiamo imparato a vivere vicinanza, distanza, bisogno, dipendenza e separazione e come queste esperienze continuino a organizzare le nostre relazioni presenti.
Domande frequenti su solitudine e senso di vuoto
Posso sentirmi solo anche se ho molti amici?
Sì. La solitudine dipende anche dalla qualità e dalla profondità della connessione percepita, non soltanto dal numero di persone che frequentiamo.
Stare bene da soli significa non avere bisogno degli altri?
No. Autonomia e bisogno di relazione possono convivere.
Perché quando sono solo sento subito il bisogno di scrivere a qualcuno?
Il contatto può diventare una strategia immediata per regolare paura, vuoto o senso di abbandono. Non è necessariamente problematico, ma può essere utile comprenderne la funzione.
Perché mi sento vuoto anche quando apparentemente va tutto bene?
Il senso di vuoto può avere origini differenti. Può riguardare emozioni non riconosciute, mancanza di significato, bisogni relazionali, identità o altre difficoltà psicologiche. Deve essere compreso individualmente.
Devo imparare a bastare a me stesso?
No. L’essere umano è relazionale. L’obiettivo non è non avere bisogno di nessuno, ma poter avere bisogno senza perdere completamente sé stessi.
Perché allontano le persone anche se ho paura di restare solo?
La vicinanza può attivare contemporaneamente desiderio e paura. Se abbiamo imparato che le relazioni possono ferire, proteggerci prendendo distanza può diventare automatico.
I social aiutano contro la solitudine?
Possono facilitare connessione e appartenenza, ma il loro effetto dipende da come vengono utilizzati. Il contatto digitale non sempre soddisfa il tipo di vicinanza di cui abbiamo bisogno.
La psicoterapia può aiutare?
Sì. Può aiutare sia a costruire strategie concrete per ridurre l’isolamento sia a comprendere perché alcune relazioni, distanze o momenti di solitudine attivino una sofferenza particolarmente intensa.
Non dobbiamo riempire ogni vuoto
Quando sentiamo un vuoto possiamo cercare immediatamente qualcosa che lo faccia scomparire.
Ma forse non tutto il vuoto deve essere riempito.
Una parte può essere ascoltata.
Possiamo partire dal corpo.
Riconoscere i pensieri.
Dare un nome alle emozioni.
Osservare cosa facciamo quando ci sentiamo soli.
Chiederci quale bisogno stiamo cercando di soddisfare.
Poi possiamo andare più in profondità.
“Di quale tipo di vicinanza ho bisogno?”
“Perché mi è difficile chiederla?”
“Quanto riesco a farmi conoscere davvero?”
“Cosa temo quando qualcuno si avvicina?”
“Cosa accade quando qualcuno si allontana?”
“Quando ho imparato a sentirmi solo in questo modo?”
“Quanto della mia identità dipende dallo sguardo degli altri?”
“Cosa desidero quando nessuno mi dice cosa dovrei desiderare?”
La solitudine può essere un segnale.
Può dirci che abbiamo bisogno degli altri.
E non c’è nulla di sbagliato in questo.
Ma può anche invitarci a comprendere come entriamo nelle relazioni, quali parti di noi portiamo, quali nascondiamo e quanto spazio abbiamo costruito per incontrare noi stessi.
L’obiettivo non è non sentirsi mai soli.
È poter distinguere la solitudine che scegliamo da quella che subiamo.
La distanza di cui abbiamo bisogno da quella che utilizziamo per proteggerci.
Il desiderio di relazione dalla paura dell’abbandono.
Il bisogno di qualcuno dalla necessità di avere qualcuno a qualsiasi costo.
E forse, progressivamente, trasformare:
“Ho bisogno di qualcuno che riempia questo vuoto”
in:
“Posso ascoltare ciò che mi manca, prendermene cura e costruire relazioni nelle quali io possa esserci davvero.”
Se ti riconosci in queste parole
Se ti senti solo anche quando sei con gli altri, se il vuoto compare appena ti fermi oppure se senti di avere continuamente bisogno di qualcuno o qualcosa che riempia quello spazio, può essere utile non limitarsi a combattere questa sensazione.
In psicoterapia possiamo partire da ciò che accade oggi — nel corpo, nei pensieri, nelle emozioni e nei comportamenti — per comprendere quale bisogno sta comunicando la solitudine, cosa cerchi nelle relazioni, cosa temi nella vicinanza e nella distanza e come la tua storia abbia influenzato il modo in cui vivi appartenenza, intimità e separazione.
L’obiettivo non è imparare a non avere bisogno degli altri.
È poter costruire legami nei quali sia possibile incontrare l’altro senza perdere sé stessi e imparare a stare con sé stessi senza sentirsi necessariamente abbandonati.
Se vuoi iniziare questo percorso, puoi contattarmi per un primo colloquio.