Traumi ed esperienze che continuano a farsi sentire: quando il passato rimane presente nel corpo, nelle emozioni e nelle relazioni
Ci sono esperienze che finiscono nel tempo, ma non smettono immediatamente di accadere dentro di noi. Il corpo può continuare a prepararsi al pericolo, la mente può cercare di prevenirne il ritorno, alcune emozioni possono riattivarsi improvvisamente e certi comportamenti possono diventare modi per proteggerci. Anche queste reazioni sono segnali: non sono semplicemente qualcosa da eliminare, ma tentativi del nostro sistema di proteggerci sulla base di ciò che abbiamo vissuto. Comprenderli significa aiutare il presente a diventare progressivamente diverso dal passato.
Un rumore.
Un tono di voce.
Un odore.
Una frase.
Un luogo.
Una situazione.
Una persona che si avvicina troppo.
Qualcuno che si allontana.
Una discussione.
Un silenzio.
E improvvisamente qualcosa cambia.
Il cuore accelera.
Il corpo si irrigidisce.
Arriva una paura che sembra sproporzionata rispetto a ciò che sta accadendo.
Oppure ci spegniamo.
Ci allontaniamo emotivamente.
Sentiamo di non esserci completamente.
Possiamo pensare:
“So che adesso non sta succedendo niente, ma il mio corpo reagisce come se fossi ancora in pericolo.”
Questa frase descrive bene una delle possibili conseguenze delle esperienze traumatiche:
il passato è finito, ma una parte di noi continua ad aspettarsi che possa accadere di nuovo.
Che cosa intendiamo per trauma?
Nel linguaggio quotidiano utilizziamo spesso la parola trauma per descrivere qualsiasi esperienza molto dolorosa.
Dal punto di vista psicologico è utile essere più precisi.
Esistono eventi che possono esporre una persona a morte, minaccia di morte, grave lesione o violenza sessuale e che possono essere associati allo sviluppo di un disturbo post-traumatico da stress.
Ma esistono anche molte altre esperienze profondamente dolorose che, pur non corrispondendo necessariamente ai criteri diagnostici di un PTSD, possono lasciare conseguenze importanti.
Per esempio:
umiliazioni ripetute;
bullismo;
maltrattamenti;
trascuratezza;
relazioni violente;
abbandoni;
instabilità familiare;
esperienze mediche molto difficili;
perdite improvvise;
ambienti imprevedibili;
situazioni nelle quali ci siamo sentiti continuamente impotenti o non protetti.
Non tutto ciò che ci ferisce è necessariamente un trauma clinico.
Ma non dobbiamo avere una diagnosi per riconoscere che alcune esperienze continuano a influenzarci.
L’evento e l’esperienza dell’evento
Due persone possono vivere situazioni simili e reagire in modo differente.
Questo non significa che una sia più forte dell’altra.
L’impatto dipende da molti fattori:
età;
durata;
intensità;
possibilità di fuga;
grado di impotenza;
relazione con chi ha causato il danno;
esperienze precedenti;
risorse disponibili;
sostegno ricevuto;
significato attribuito all’esperienza;
ciò che è accaduto dopo.
Un elemento particolarmente importante è ciò che succede dopo.
Essere creduti.
Protetti.
Ascoltati.
Aiutati.
Può fare una grande differenza.
Non tutte le persone sviluppano un disturbo post-traumatico
Dopo un evento traumatico possono comparire reazioni intense senza che questo significhi necessariamente sviluppare un disturbo cronico.
Molte persone recuperano progressivamente.
Altre sviluppano difficoltà persistenti.
Per questo non è corretto pensare:
“Ho vissuto un trauma, quindi sarò traumatizzato per sempre.”
La storia non finisce necessariamente con ciò che è accaduto.
Anche le reazioni post-traumatiche sono segnali
Quando il sistema ha imparato che qualcosa può essere pericoloso, può diventare particolarmente sensibile.
Un rumore improvviso può farci sobbalzare.
Un conflitto può attivare paura intensa.
Una situazione simile a quella vissuta può provocare il bisogno immediato di fuggire.
Possiamo interpretare tutto questo come:
“C’è qualcosa che non va in me.”
Possiamo provare a leggerlo diversamente:
“Il mio sistema sta cercando di proteggermi utilizzando ciò che ha imparato.”
Il problema è che una protezione costruita nel passato può continuare ad attivarsi anche quando il presente è cambiato.
Il rilevatore di pericolo può diventare troppo sensibile
Immaginiamo un allarme antincendio.
Dopo un incendio potrebbe diventare estremamente sensibile.
Non aspetta più di vedere le fiamme.
Reagisce al minimo fumo.
Il nostro sistema di allarme può fare qualcosa di simile.
Dopo alcune esperienze può imparare:
“Meglio reagire troppo presto che troppo tardi.”
Questo aiuta a comprendere l’ipervigilanza.
Non significa che la persona stia inventando il pericolo.
Significa che il sistema sta cercando di individuarlo con grande anticipo.
Il corpo può ricordare senza raccontare una storia
A volte non compare un ricordo preciso.
Compare una reazione.
Tensione.
Paura.
Nausea.
Immobilità.
Desiderio di allontanarsi.
Possiamo non comprendere immediatamente perché.
Questo non significa necessariamente che esista un ricordo traumatico nascosto da recuperare.
È importante essere prudenti.
La memoria umana è ricostruttiva e può essere influenzata.
Non dobbiamo cercare forzatamente ricordi dimenticati né interpretare ogni reazione corporea come prova di un trauma rimosso.
Possiamo lavorare su ciò che è presente oggi anche quando non conosciamo perfettamente tutta la storia.
Come può manifestarsi? I quattro livelli
Le conseguenze di esperienze traumatiche o profondamente dolorose possono comparire su quattro livelli:
fisiologico;
cognitivo;
emotivo;
comportamentale.
A livello fisiologico: il corpo continua a prepararsi
Possiamo sperimentare:
tachicardia;
tensione muscolare;
sudorazione;
tremori;
respirazione accelerata;
sobbalzi frequenti;
difficoltà a dormire;
incubi;
agitazione;
stanchezza;
disturbi gastrointestinali;
sensazione di essere continuamente in allerta;
oppure improvvisa immobilità e riduzione dell’energia.
Alcune persone descrivono:
“Non riesco mai veramente a rilassarmi.”
Anche quando razionalmente sanno di essere al sicuro.
A livello cognitivo: il mondo può sembrare meno sicuro
Dopo alcune esperienze possono emergere pensieri come:
“Non posso fidarmi di nessuno.”
“Può succedere di nuovo in qualsiasi momento.”
“Devo stare attento.”
“È stata colpa mia.”
“Avrei dovuto reagire.”
“Sono debole.”
“Non sono più quello di prima.”
Possiamo diventare particolarmente attenti ai segnali di pericolo.
Interpretare rapidamente ambiguità come minacce.
Cercare continuamente di prevedere ciò che potrebbe accadere.
A livello emotivo: paura, ma non soltanto
Le esperienze traumatiche possono essere associate a:
paura;
ansia;
rabbia;
vergogna;
senso di colpa;
tristezza;
impotenza;
disgusto;
solitudine;
sfiducia;
vuoto;
intorpidimento emotivo.
Alcune persone non sentono troppo.
Sentono apparentemente troppo poco.
Come se una parte del sistema avesse imparato che sentire è pericoloso.
A livello comportamentale: proteggersi dal possibile ritorno del pericolo
Possiamo:
evitare luoghi;
evitare persone;
non parlare dell’esperienza;
evitare l’intimità;
controllare continuamente l’ambiente;
sedersi vicino alle uscite;
controllare porte e finestre;
evitare determinate strade;
non guidare;
non prendere mezzi;
isolarsi;
lavorare continuamente;
utilizzare alcol o altre sostanze;
cercare di controllare le persone vicine.
Molti di questi comportamenti hanno una logica:
ridurre il rischio.
Ma quando diventano molto rigidi possono progressivamente restringere la vita.
Combattere, fuggire, immobilizzarsi
Quando percepiamo un pericolo il nostro organismo può predisporci a diverse risposte.
Possiamo:
combattere;
fuggire;
immobilizzarci.
Esistono inoltre risposte relazionali nelle quali cerchiamo di placare l’altro, compiacerlo o ridurre il conflitto per sentirci più sicuri.
Queste reazioni non sono necessariamente decisioni consapevoli.
Il sistema può attivarle molto rapidamente.
“Perché non ho reagito?”
Una delle domande più dolorose dopo alcune esperienze è:
“Perché non ho fatto niente?”
La persona può giudicarsi per essere rimasta immobile.
Ma l’immobilizzazione può essere una risposta automatica del sistema di difesa.
Non è necessariamente una scelta.
Comprendere questo può essere particolarmente importante quando sono presenti vergogna e colpa.
Quando il ricordo sembra accadere adesso
Alcune persone possono sperimentare:
ricordi intrusivi;
immagini;
incubi;
flashback;
forti reazioni fisiologiche davanti a stimoli associati all’esperienza.
Un ricordo normalmente porta con sé:
“È successo allora.”
In alcuni momenti traumatici il sistema può reagire invece come se dicesse:
“Sta succedendo adesso.”
Uno degli obiettivi terapeutici diventa allora aiutare la persona a distinguere progressivamente:
allora
da
adesso.
Evitare funziona. Ed è proprio questo il problema
Se un luogo mi attiva e io lo evito, l’ansia diminuisce.
Il cervello può imparare:
“Mi sono salvato perché non ci sono andato.”
Così l’evitamento viene rinforzato.
Nel breve periodo protegge.
Nel lungo periodo può impedire di scoprire:
“Oggi posso essere lì e non accade ciò che accadde allora.”
Questo non significa che dobbiamo forzarci ad affrontare improvvisamente tutto ciò che temiamo.
Il lavoro deve essere graduale, sicuro e adeguato alla situazione.
Primo livello: ritrovare il presente
Prima di approfondire il passato può essere necessario costruire una maggiore sensazione di sicurezza nel presente.
Non tutte le persone hanno bisogno di raccontare immediatamente nei dettagli ciò che è accaduto.
A volte partire troppo velocemente può essere controproducente.
Possiamo iniziare da:
orientamento;
stabilizzazione;
regolazione;
riconoscimento dei trigger;
risorse;
sicurezza attuale.
Esercizio pratico: allora e adesso
Quando senti una forte attivazione, se sei realmente in una situazione sicura, prova a guardarti intorno.
Poi riconosci:
“Sono qui.”
“Oggi è…”
“Ho questa età.”
“Quello che sto ricordando è accaduto allora.”
Poi osserva alcuni elementi concreti dell’ambiente presente.
Un colore.
Un oggetto.
Una porta.
Una finestra.
Un suono.
Non stiamo cercando di convincerci che non è successo nulla.
Stiamo aiutando il sistema a riconoscere che ciò che è accaduto non sta necessariamente accadendo di nuovo adesso.
Secondo livello: mindfulness, ma con attenzione
La mindfulness può essere utile.
Ma nel trauma non sempre chiudere gli occhi e concentrarsi intensamente sulle sensazioni interne è la scelta migliore.
Per alcune persone può aumentare l’attivazione.
Possiamo quindi utilizzare una mindfulness più orientata all’esterno.
Occhi aperti.
Contatto con l’ambiente.
Suoni.
Colori.
Punti di appoggio.
Possibilità di interrompere l’esercizio.
Il principio è importante:
la pratica deve aumentare la capacità di restare presenti, non costringere la persona a sopportare un’esperienza che la travolge.
Esercizio pratico: orientarsi nell’ambiente
Guarda lentamente intorno a te.
Individua:
cinque cose che vedi;
quattro punti di contatto del corpo;
tre suoni;
due colori;
un elemento dell’ambiente che ti comunica sicurezza.
Poi chiediti:
“Quanto sono qui, da 0 a 10?”
Terzo livello: DBT – attraversare l’attivazione senza peggiorarla
Quando l’emozione diventa molto intensa possiamo avere impulsi a:
fuggire;
litigare;
utilizzare sostanze;
isolarci;
fare qualcosa immediatamente per interrompere ciò che sentiamo.
La DBT può aiutare a creare una pausa.
STOP.
Fermarsi.
Fare un passo indietro.
Osservare.
Procedere consapevolmente.
Quando l’attivazione è molto elevata, il primo obiettivo può essere semplicemente:
non aggiungere un nuovo problema al dolore che stiamo già vivendo.
Costruire una mappa dei trigger
Un trigger non è necessariamente qualcosa di ovvio.
Può essere:
un tono;
un odore;
un gesto;
un tipo di persona;
un silenzio;
una distanza;
una sensazione corporea;
una data.
Possiamo registrare:
cosa è accaduto;
cosa ha fatto il corpo;
cosa ho pensato;
cosa ho provato;
cosa ho fatto;
cosa mi ricordava quella situazione.
L’obiettivo non è evitare tutti i trigger.
È iniziare a riconoscerli.
Quarto livello: ACT – il trauma non deve decidere tutta la vita
Una parte di noi può organizzare progressivamente la vita intorno a una regola:
“Devo evitare qualsiasi possibilità di sentirmi di nuovo così.”
È comprensibile.
Ma può diventare molto costosa.
Possiamo rinunciare a:
relazioni;
viaggi;
intimità;
opportunità;
luoghi;
esperienze;
libertà.
L’ACT ci invita a chiederci:
“La mia vita sta diventando sempre più sicura o semplicemente sempre più piccola?”
Esercizio pratico: protezione e costo
Scrivi un comportamento che utilizzi per sentirti sicuro.
Poi:
“Da cosa mi protegge?”
“Quanto mi aiuta nel breve periodo?”
“Quanto mi costa nel lungo periodo?”
Infine:
“Esiste un piccolo passo verso ciò che per me conta che posso compiere senza ignorare la mia sicurezza?”
Non si tratta di eliminare tutte le protezioni.
Si tratta di distinguere quelle ancora necessarie da quelle che appartengono soprattutto a un pericolo passato.
I trattamenti specifici per il trauma
Quando sono presenti sintomi post-traumatici significativi, esistono psicoterapie specificamente studiate per il trattamento del trauma e del PTSD.
Tra gli interventi con maggiore supporto scientifico rientrano diverse forme di psicoterapia focalizzata sul trauma, comprese terapie basate sull’esposizione e sull’elaborazione cognitiva; anche l’EMDR è utilizzato nel trattamento del PTSD.
Il trattamento deve essere scelto sulla base della persona, della situazione clinica, della sicurezza e delle eventuali altre difficoltà presenti.
Non esiste una tecnica che debba essere utilizzata automaticamente con chiunque abbia vissuto un’esperienza traumatica.
Elaborare non significa rivivere senza protezione
Affrontare un trauma non significa raccontarlo continuamente fino a non provare più nulla.
Un trattamento ben condotto aiuta la persona a entrare in contatto con l’esperienza in modo sufficientemente tollerabile, mantenendo un ancoraggio al presente.
L’obiettivo non è sopraffare il sistema.
È permettergli di apprendere qualcosa di nuovo:
“Posso ricordare senza essere nuovamente lì.”
Schema Therapy: quando il trauma diventa una convinzione su di noi e sugli altri
Alcune esperienze possono contribuire alla formazione o al rafforzamento di schemi come:
Sfiducia/Abuso
“Gli altri possono farmi male.”
Abbandono
“Chi amo può sparire.”
Vulnerabilità
“Qualcosa di terribile può accadere in qualsiasi momento.”
Inadeguatezza/Vergogna
“C’è qualcosa di sbagliato in me.”
Deprivazione emotiva
“Quando avrò bisogno, nessuno ci sarà.”
Il problema non è soltanto ricordare ciò che è successo.
È ciò che quell’esperienza può averci insegnato sul mondo, sugli altri e su noi stessi.
Esercizio pratico: cosa ho imparato per sopravvivere?
Completa:
“Dopo ciò che è successo ho imparato che…”
Poi:
“Per proteggermi ho iniziato a…”
“Oggi questa strategia mi aiuta quando…”
“Oggi invece mi limita quando…”
Infine:
“Quale nuova esperienza avrei bisogno di fare per scoprire che il presente può essere diverso?”
Le parti che hanno imparato a proteggerci
Possiamo avere una parte ipervigilante:
“Stai attento.”
Una parte evitante:
“Non andare.”
Una parte arrabbiata:
“Non permetterò mai più a nessuno di farmi questo.”
Una parte distaccata:
“Non sentire niente.”
Una parte vulnerabile:
“Ho paura.”
Il lavoro non consiste necessariamente nel combattere queste parti.
Possiamo comprenderne la funzione.
Molte sono nate per proteggerci.
Ma possono aver bisogno di imparare che oggi esistono altre possibilità.
EFT – quale emozione non ha potuto trovare spazio?
Durante un’esperienza traumatica la priorità può essere sopravvivere.
Non necessariamente elaborare ciò che stiamo provando.
Alcune emozioni possono emergere soltanto dopo.
Paura.
Rabbia.
Dolore.
Vergogna.
Disgusto.
Impotenza.
Possiamo allora chiederci:
“Quale emozione non ho potuto sentire o esprimere in quel momento?”
La rabbia può essere una risorsa
Dopo alcune esperienze la persona può rivolgere tutta la responsabilità verso sé stessa.
“Avrei dovuto impedirlo.”
“Avrei dovuto reagire.”
“Sono stato debole.”
Recuperare una rabbia adattiva può significare riconoscere:
“Quello che è successo non avrebbe dovuto accadere.”
“Avevo diritto a essere protetto.”
“La responsabilità non era tutta mia.”
La rabbia non deve necessariamente diventare aggressione.
Può diventare confine.
Psicoterapia psicodinamica: quando il passato entra nelle relazioni presenti
A un livello più profondo possiamo osservare come ciò che abbiamo vissuto influenzi il modo in cui interpretiamo le relazioni attuali.
Possiamo aspettarci:
abbandono;
tradimento;
umiliazione;
controllo;
invasione;
rifiuto.
Anche quando una parte razionale sa che la persona davanti a noi è diversa.
Non significa che immaginiamo tutto.
Significa che il presente viene inevitabilmente letto anche attraverso ciò che abbiamo imparato nel passato.
La ripetizione
A volte possiamo ritrovarci in situazioni che sembrano avere qualcosa di familiare.
Relazioni nelle quali ci sentiamo nuovamente ignorati.
Controllati.
Svalutati.
Abbandonati.
Questo non significa che scegliamo consapevolmente di soffrire.
Il familiare può esercitare una forza particolare proprio perché sappiamo come muoverci dentro di esso, anche quando ci fa male.
La psicoterapia può aiutare a riconoscere queste ripetizioni prima che sembrino inevitabili.
Esercizio psicodinamico: cosa appartiene al presente e cosa al passato?
Quando una situazione produce una reazione molto intensa possiamo chiederci:
“Cosa sta realmente accadendo adesso?”
Poi:
“Cosa temo che accada?”
“Questa sensazione mi è familiare?”
“Quando l’ho già provata?”
“La persona che ho davanti è davvero la stessa di allora?”
“Cosa posso fare oggi che allora non potevo fare?”
Quest’ultima domanda è particolarmente importante.
Perché nel trauma spesso esiste un’esperienza di impotenza.
Nel presente possiamo progressivamente riscoprire possibilità che allora non avevamo.
Il rapporto terapeutico può diventare un luogo importante
Anche nella relazione terapeutica possono emergere aspettative costruite nel passato.
Paura di essere giudicati.
Non creduti.
Abbandonati.
Invasi.
Controllati.
Possiamo avere difficoltà a fidarci.
Oppure cercare continuamente conferme.
Queste reazioni non sono ostacoli da eliminare.
Possono diventare materiale prezioso per comprendere come le esperienze precedenti continuino a organizzare le relazioni presenti.
Trauma non significa identità
Dopo esperienze molto dolorose possiamo iniziare a definirci attraverso ciò che abbiamo vissuto.
“Sono traumatizzato.”
Ma ciò che ci è accaduto è parte della nostra storia.
Non deve necessariamente diventare tutta la nostra identità.
Possiamo essere anche:
relazioni;
desideri;
capacità;
curiosità;
valori;
progetti;
piacere;
creatività;
futuro.
La guarigione non consiste nel cancellare la storia.
Consiste anche nel permettere alla storia di non occupare ogni definizione possibile di noi.
Il corpo non deve dimenticare: può imparare qualcosa di nuovo
L’obiettivo non è cancellare ogni reazione.
È permettere al sistema di aggiornarsi.
“Allora ero in pericolo.”
“Adesso posso controllare dove sono.”
“Allora non potevo andare via.”
“Adesso posso scegliere.”
“Allora ero solo.”
“Oggi posso chiedere aiuto.”
“Allora non avevo strumenti.”
“Oggi ne posso costruire.”
Il passato non cambia.
Può cambiare il modo in cui continua a vivere nel presente.
Quando chiedere aiuto
Può essere utile chiedere un supporto professionale quando sono presenti:
ricordi intrusivi frequenti;
flashback;
incubi;
forte ipervigilanza;
evitamento significativo;
difficoltà relazionali importanti;
distacco emotivo;
uso di sostanze per gestire i ricordi;
forte vergogna o senso di colpa;
difficoltà nel sonno;
reazioni corporee intense;
sensazione persistente di non essere al sicuro;
compromissione del lavoro, delle relazioni o della vita quotidiana.
Se esiste ancora una situazione di violenza, abuso o pericolo, la priorità non è elaborare psicologicamente il passato ma aumentare la sicurezza nel presente.
Se compaiono pensieri suicidari, autolesionismo o un rischio immediato per sé o per altri è necessario cercare rapidamente assistenza professionale e rivolgersi ai servizi di emergenza quando il pericolo è imminente.
Non tutto deve essere affrontato allo stesso livello
Il lavoro può procedere gradualmente.
La psicoeducazione aiuta a comprendere le reazioni del sistema di allarme e a ridurre il giudizio verso di sé.
La mindfulness adattata al trauma può favorire il contatto con il presente senza costringere la persona a concentrarsi su sensazioni interne troppo intense.
La DBT offre strumenti per gestire attivazione, impulsi e momenti di forte sofferenza.
L’ACT permette di riconoscere paura e ricordi senza lasciare che organizzino progressivamente tutta la vita intorno all’evitamento.
Gli interventi focalizzati sul trauma, quando indicati, permettono di lavorare in maniera specifica sulle memorie traumatiche e sui significati associati.
La Schema Therapy aiuta a riconoscere ciò che le esperienze hanno insegnato su sicurezza, fiducia, valore personale e relazioni.
L’EFT permette di avvicinarsi alle emozioni profonde che non hanno potuto essere pienamente elaborate.
La psicoterapia psicodinamica, infine, può aiutare a comprendere come l’esperienza sia entrata nella rappresentazione di sé, degli altri e delle relazioni e come continui eventualmente a ripetersi nel presente.
Domande frequenti su trauma ed esperienze traumatiche
Se ho vissuto un trauma svilupperò necessariamente un PTSD?
No. Non tutte le persone esposte a eventi traumatici sviluppano un disturbo post-traumatico da stress.
Devo ricordare tutto per poter stare meglio?
No. Non è necessario recuperare ogni dettaglio e non è opportuno forzare la memoria. Il lavoro può partire da ciò che è disponibile e da ciò che accade nel presente.
Se non ricordo bene significa che sto rimuovendo un trauma?
Non necessariamente. La memoria può essere incompleta per moltissime ragioni. Non è corretto dedurre automaticamente l’esistenza di un trauma rimosso.
Perché reagisco così tanto a cose apparentemente piccole?
Alcuni stimoli presenti possono essere associati a esperienze precedenti e attivare rapidamente il sistema di allarme.
Perché mi immobilizzo?
L’immobilizzazione può essere una risposta automatica di difesa. Non equivale necessariamente a una scelta consapevole.
Evitare ciò che mi attiva è sbagliato?
L’evitamento può essere comprensibile e, in alcune situazioni, necessario per la sicurezza. Quando però si generalizza a situazioni che oggi sono sicure può restringere progressivamente la vita.
Parlare del trauma fa sempre bene?
Non necessariamente e non in qualsiasi momento. Tempi, modalità e livello di esposizione devono essere adeguati alla persona.
Posso stare meglio senza dimenticare?
Sì. L’obiettivo non è cancellare il ricordo ma modificarne l’impatto sul presente.
Ciò che ci ha protetto allora può non essere ciò di cui abbiamo bisogno oggi
Dopo alcune esperienze possiamo imparare:
a non fidarci;
a controllare;
a evitare;
a non sentire;
a non dipendere da nessuno;
a essere sempre pronti;
a non mostrare fragilità.
Queste strategie possono avere avuto una funzione.
Possiamo riconoscerla.
“Questo mi ha aiutato.”
E contemporaneamente chiederci:
“Mi serve ancora nello stesso modo?”
Possiamo partire dal corpo.
Riconoscere quando si attiva.
Osservare i pensieri.
Dare un nome alle emozioni.
Individuare i comportamenti di protezione.
Ritrovare il presente.
Costruire sicurezza.
Poi possiamo andare più in profondità:
“Cosa ho imparato su di me dopo ciò che è accaduto?”
“Cosa ho imparato sugli altri?”
“Quali relazioni mi sembrano familiari?”
“Cosa temo possa ripetersi?”
“Quali parti di me sono rimaste ferme a quell’esperienza?”
“Cosa posso fare oggi che allora non potevo fare?”
Il trauma non è soltanto ciò che è successo.
È anche il modo in cui quell’esperienza può continuare a organizzare il presente.
Ma proprio per questo il presente può diventare il luogo nel quale costruire qualcosa di nuovo.
Non possiamo cambiare:
“È successo.”
Possiamo lavorare affinché diventi sempre più possibile aggiungere:
“È successo allora. Non sta accadendo adesso. E oggi non sono più nella stessa posizione di allora.”
Se ti riconosci in queste parole
Se alcune esperienze del passato continuano a riemergere nel corpo, nei pensieri, nelle emozioni o nelle relazioni, non è necessario costringerti a dimenticarle né affrontarle tutte insieme.
In psicoterapia possiamo partire dal presente: riconoscere ciò che attiva il sistema di allarme, costruire maggiore sicurezza e strumenti per regolare le reazioni più intense. Solo progressivamente, e rispettando i tuoi tempi, possiamo comprendere come ciò che hai vissuto abbia influenzato il modo in cui guardi te stesso, gli altri e le relazioni e quali strategie di protezione siano ancora necessarie e quali, invece, oggi ti stiano limitando.
L’obiettivo non è cancellare ciò che è accaduto.
È fare in modo che ciò che è accaduto non debba continuare ad accadere dentro di te nello stesso modo.
Se vuoi iniziare questo percorso, puoi contattarmi per un primo colloquio.