Empatia: comprendere l’altro senza perdere se stessi
Ti è mai capitato di accorgerti immediatamente che qualcuno stava male, anche senza che dicesse nulla? Oppure di ascoltare una persona e sentire quasi sulla tua pelle la sua tristezza, la sua rabbia o la sua paura?
E cosa succede quando ciò che l’altro prova è molto diverso da ciò che proveresti tu? Riesci ancora ad ascoltarlo oppure senti il bisogno di spiegargli cosa dovrebbe pensare, sentire o fare?
Essere empatici viene spesso confuso con l’essere sempre disponibili, gentili o d’accordo. Ma l’empatia è qualcosa di più complesso.
Significa provare ad avvicinarsi all’esperienza dell’altro senza smettere di riconoscere che quella esperienza appartiene a lui e non a noi.
La domanda potrebbe allora diventare:
«Posso provare a capire ciò che senti senza doverlo sentire esattamente come te e senza perdere ciò che sento io?»
1. Che cos’è l’empatia?
L’empatia è la capacità di riconoscere e comprendere, per quanto possibile, gli stati emotivi e il punto di vista di un’altra persona.
Non significa leggere la mente.
Quando siamo empatici formuliamo continuamente delle ipotesi:
«Mi sembra che questa cosa ti abbia ferito.»
«Ho l’impressione che tu ti sia sentito escluso. È così?»
L’altro può confermare oppure correggerci.
Questa distinzione è importante perché l’empatia non consiste nel decidere cosa prova qualcuno, ma nel provare a comprenderlo lasciandogli la possibilità di raccontarsi.
Possiamo inoltre comprendere un’emozione senza necessariamente provarla con la stessa intensità e possiamo comprendere il punto di vista dell’altro senza condividerlo.
Capire non significa essere d’accordo.
Se una persona è arrabbiata con me, posso riconoscere la sua rabbia senza concludere automaticamente che abbia ragione. Allo stesso modo posso mantenere il mio punto di vista continuando a essere curioso rispetto al suo.
È proprio questa capacità di tenere contemporaneamente presenti me e l’altro a rendere l’empatia particolarmente importante nelle relazioni.
2. Come si manifesta l’empatia nella vita quotidiana?
Immagina che una persona ti dica:
«Oggi è stata una giornata terribile.»
Potresti rispondere:
«Non pensarci, domani andrà meglio.»
Probabilmente vuoi aiutarla. Ma hai già cercato di allontanarla da ciò che sente.
Una risposta diversa potrebbe essere:
«Sembri davvero provato. Che cosa è successo?»
Non hai risolto il problema. Hai però creato uno spazio nel quale l’altro può sentirsi ascoltato.
Pensiamo a un conflitto.
Qualcuno ti dice:
«Quando hai fatto quella cosa mi sono sentito messo da parte.»
La risposta immediata potrebbe essere:
«Ma non era assolutamente mia intenzione!»
Può essere vero. Ma prima di difendere la tua intenzione potresti provare a comprendere la sua esperienza:
«Quindi, anche se non volevo escluderti, tu in quel momento ti sei sentito messo da parte?»
Riconoscere ciò che l’altro ha vissuto non equivale ad assumersi automaticamente una colpa.
Significa distinguere la propria intenzione dall’esperienza dell’altra persona.
L’empatia diventa particolarmente difficile proprio quando ci sentiamo accusati, criticati o non compresi. In quei momenti la nostra attenzione tende naturalmente a spostarsi sulla necessità di difenderci.
3. Come allenare l’empatia?
L’empatia comincia spesso da qualcosa di molto semplice: rallentare.
Quando qualcuno parla, prova per qualche momento a non preparare immediatamente la risposta.
Ascolta le parole, ma osserva anche il tono della voce, le pause e ciò che sembra emotivamente importante.
Poi prova a chiederti:
«Che cosa potrebbe stare provando questa persona?»
La parola potrebbe è fondamentale.
Non sappiamo con certezza cosa accade nella mente dell’altro.
Possiamo quindi verificare:
«Se ho capito bene, ti sei sentito deluso perché ti aspettavi qualcosa di diverso. È così?»
Un secondo esercizio consiste nel distinguere empatia e soluzione.
Quando qualcuno racconta una difficoltà, prima di dare un consiglio puoi domandare:
«Vuoi che proviamo a trovare una soluzione oppure hai bisogno soprattutto che ti ascolti?»
A volte la cosa più utile non è risolvere immediatamente ciò che l’altro sente, ma permettergli di sentirsi compreso.
Infine osserva cosa accade dentro di te mentre ascolti.
Sto comprendendo l’altro oppure sto assorbendo completamente la sua emozione?
Sto ascoltando oppure sento il bisogno di salvarlo?
Sto cercando di capire oppure sto mettendo da parte tutto ciò che provo io?
L’empatia ha bisogno anche di confini.
4. Un esercizio: vedere la stessa situazione da due prospettive
Pensa a un conflitto recente con una persona importante.
Dividi mentalmente la scena in due posizioni.
Nella prima rimani dalla tua parte e chiediti:
Che cosa ho provato?
Che cosa ho pensato?
Di cosa avevo bisogno?
Che cosa temevo?
Adesso prova, temporaneamente, a spostarti nella posizione dell’altro:
Che cosa potrebbe aver provato?
Che significato potrebbe aver attribuito al mio comportamento?
Di cosa potrebbe aver avuto bisogno?
Poi torna nuovamente alla tua posizione.
Questo ultimo passaggio è importante.
L’obiettivo non è abbandonare la tua prospettiva per assumere quella dell’altro. È riuscire a mantenere nella mente due esperienze differenti contemporaneamente.
Puoi arrivare a pensare:
«Adesso capisco meglio perché hai reagito così. Io, però, continuo a vivere questa situazione diversamente.»
Comprensione e differenza possono coesistere.
5. Quando capire l’altro diventa difficile: uno sguardo psicodinamico
La nostra capacità di comprendere gli altri non dipende soltanto dalla buona volontà.
Quando una relazione ci coinvolge emotivamente, ciò che accade nel presente può incontrare aspettative, paure e modalità relazionali costruite nel corso della nostra storia.
Un silenzio può sembrarci disinteresse.
Una distanza può diventare rifiuto.
Una critica può essere vissuta come svalutazione.
A quel punto rischiamo di non vedere più soltanto la persona che abbiamo davanti. Possiamo iniziare, almeno in parte, a reagire anche a ciò che temiamo che quella persona rappresenti per noi.
Possiamo allora domandarci:
«Sto cercando di capire cosa sta vivendo l’altro oppure penso già di saperlo?»
«Quanto di ciò che gli attribuisco appartiene realmente a lui e quanto nasce dalle mie aspettative o paure?»
«Perché proprio questa sua reazione mi coinvolge così intensamente?»
C’è poi un altro aspetto.
Alcune persone imparano molto presto a osservare attentamente gli stati emotivi degli altri: cercano di capire se qualcuno è arrabbiato, deluso o distante e modificano rapidamente il proprio comportamento.
Quella che sembra una grande capacità empatica può, in alcuni casi, intrecciarsi con iperattenzione all’altro e difficoltà ad ascoltare se stessi.
Comprendere l’altro è importante.
Ma una relazione sufficientemente equilibrata richiede anche di poter continuare a domandarsi:
«E io, in questa relazione, cosa sento e di cosa ho bisogno?»
6. Falsi miti sull’empatia
“Essere empatici significa essere d’accordo.”
No. Possiamo comprendere il punto di vista di una persona e continuare a pensarla diversamente.
“Se sono empatico devo sentire esattamente quello che sente l’altro.”
Non è necessario. Comprendere un’emozione non significa confondersi con essa.
“Una persona empatica mette sempre gli altri prima di sé.”
Trascurare sistematicamente i propri bisogni non è empatia. Una relazione ha bisogno di spazio sia per l’altro sia per noi stessi.
“Se capisco perché qualcuno si comporta in un certo modo devo accettarlo.”
Comprendere non significa giustificare. Possiamo riconoscere la sofferenza di qualcuno e contemporaneamente mettere un limite a un comportamento che ci ferisce.
7. Comprendere senza perdersi
Forse l’empatia non consiste nell’entrare completamente nei panni dell’altro.
Consiste nell’avvicinarsi abbastanza da poter dire:
«Provo a vedere il mondo dal punto in cui lo stai guardando tu.»
E poi riuscire a tornare anche al proprio posto.
Perché una relazione non ha bisogno che uno dei due scompaia.
Ha bisogno di due persone capaci, per quanto possibile, di riconoscere che la stessa situazione può essere vissuta in modi differenti.
Possiamo ascoltare senza aggiustare.
Comprendere senza essere d’accordo.
Essere vicini senza confonderci.
E mettere un confine senza smettere di vedere l’altro come una persona.
L’empatia non richiede di perdere se stessi per incontrare qualcuno. Può aiutarci a incontrarlo rimanendo entrambi presenti.
Se nelle relazioni fai fatica a comprendere l’altro senza perdere te stesso
Quando i conflitti diventano rapidamente scontri, quando tendiamo ad assorbire le emozioni degli altri oppure quando facciamo fatica a distinguere ciò che sentiamo noi da ciò che immaginiamo senta l’altra persona, può essere utile esplorare più profondamente queste dinamiche.
Un percorso psicologico può offrire uno spazio nel quale comprendere come vivi la vicinanza, i conflitti e i confini nelle relazioni e come la tua storia personale può influenzare il modo in cui interpreti te stesso e gli altri.
Se ti riconosci in alcune di queste esperienze, puoi contattarmi o prenotare un primo colloquio psicologico, in presenza oppure online.