Fobie e paure: quando evitare sembra l’unico modo per sentirsi al sicuro

La paura non è qualcosa di sbagliato. È un segnale fondamentale del nostro sistema di protezione. Ci avverte quando percepiamo un pericolo e prepara corpo e mente ad affrontarlo. Ma cosa accade quando l’allarme diventa molto più grande del pericolo reale e comincia a decidere dove possiamo andare, cosa possiamo fare e quanto liberamente possiamo vivere?

Un cane.

Un ascensore.

Un aereo.

Un ago.

Un temporale.

Il sangue.

Un animale.

Un luogo molto alto.

Uno spazio chiuso.

Per alcune persone sono semplicemente situazioni spiacevoli.

Per altre possono provocare una reazione immediata e potentissima.

Il cuore accelera.

Il corpo si irrigidisce.

La mente dice:

“Devo andare via.”

E quando finalmente ci si allontana dalla situazione temuta arriva il sollievo.

Proprio quel sollievo, però, può diventare una delle ragioni per cui la paura continua.

Perché il cervello impara:

“Sono stato al sicuro perché sono scappato.”

La volta successiva sarà ancora più naturale evitare.

E lentamente una paura può trasformarsi in un confine.

Avere paura è normale

La paura è una delle emozioni fondamentali dell’essere umano.

Senza paura saremmo molto meno capaci di proteggerci.

Davanti a un pericolo il nostro organismo deve poter reagire rapidamente.

Non possiamo analizzare ogni volta tutte le possibilità.

Il sistema di allarme anticipa il ragionamento e prepara immediatamente una risposta.

Possiamo combattere.

Fuggire.

Bloccarci.

Cercare protezione.

È un sistema antico ed estremamente efficace.

Il problema non è quindi provare paura.

Il problema può emergere quando il sistema di allarme comincia a reagire in maniera molto intensa davanti a situazioni che non presentano un pericolo proporzionato oppure quando la paura porta a evitare così tanto da limitare significativamente la vita.

Dalla paura alla fobia

Non tutto ciò che ci spaventa è una fobia.

Possiamo non amare volare.

Possiamo avere paura dei cani.

Possiamo sentirci a disagio davanti a un prelievo di sangue.

Possiamo evitare volentieri un balcone molto alto.

La paura diventa clinicamente più significativa quando è intensa e persistente, appare sproporzionata rispetto al pericolo effettivo, produce forte sofferenza e porta frequentemente a evitare la situazione oppure ad affrontarla con un livello molto elevato di ansia.

Ciò che conta non è soltanto quanto abbiamo paura.

Conta quanto quella paura condiziona la nostra libertà.

Anche la fobia è un segnale

Quando una paura ci limita, il primo desiderio può essere:

“Vorrei non averla.”

È comprensibile.

Ma possiamo aggiungere una seconda domanda:

“Che cosa sta cercando di comunicarmi questa paura?”

Ogni reazione psicologica può essere osservata anche come un segnale.

Il corpo comunica.

Le emozioni comunicano.

I pensieri comunicano.

Persino l’evitamento comunica qualcosa.

La paura può dire:

“Percepisco un pericolo.”

L’evitamento:

“Sto cercando di proteggerti.”

Il controllo:

“Ho bisogno di sentirmi più sicuro.”

La richiesta di rassicurazione:

“Da solo faccio fatica a fidarmi della mia capacità di affrontarlo.”

Questo non significa che il segnale abbia sempre ragione.

Un rilevatore di fumo molto sensibile può suonare anche quando bruciamo una fetta di pane.

L’allarme è reale.

Il pericolo, però, può essere molto inferiore a quello segnalato.

Una parte del lavoro consiste proprio nell’aiutare il sistema di protezione a ricalibrare il proprio allarme.

Come si manifesta una fobia? I quattro livelli della paura

Dire semplicemente:

“Ho paura degli aerei”

oppure:

“Ho paura dei cani”

non racconta completamente ciò che accade.

La risposta fobica coinvolge almeno quattro dimensioni:

fisiologica;

cognitiva;

emotiva;

comportamentale.

Queste dimensioni non funzionano separatamente.

Si influenzano continuamente.

A livello fisiologico: il corpo si prepara al pericolo

Quando incontriamo ciò che temiamo, il sistema di allarme può attivarsi rapidamente.

Possiamo avvertire:

aumento del battito cardiaco;

respirazione più rapida;

tensione muscolare;

sudorazione;

tremori;

nausea;

sensazione di oppressione;

vertigini;

formicolii;

sensazione di calore o freddo;

irrequietezza;

bisogno urgente di allontanarsi.

In alcune situazioni la risposta fisiologica può essere così intensa da assomigliare a un attacco di panico.

Nelle paure legate a sangue, ferite o procedure mediche può inoltre verificarsi una risposta fisiologica particolare, con una diminuzione della pressione arteriosa che può favorire lo svenimento.

Il corpo, quindi, non sta “inventando” la paura.

La reazione è reale.

Ciò che deve essere compreso è a quale pericolo il corpo pensa di stare rispondendo.

A livello del pensiero: la mente anticipa ciò che potrebbe succedere

La paura modifica anche il modo in cui interpretiamo la situazione.

Possiamo pensare:

“Mi morderà.”

“L’aereo cadrà.”

“Rimarrò bloccato nell’ascensore.”

“Sverrò.”

“Non riuscirò a uscire.”

“Perderò il controllo.”

“Non riuscirò a sopportarlo.”

La mente tende a sovrastimare la probabilità o la gravità del pericolo e, contemporaneamente, può sottostimare la nostra capacità di affrontarlo.

Non soltanto:

“Potrebbe succedere qualcosa.”

Ma:

“Se succedesse non riuscirei a gestirlo.”

Questo secondo elemento è molto importante.

A volte la paura riguarda tanto il pericolo quanto la sensazione di non avere risorse sufficienti per affrontarlo.

A livello emotivo: non c’è soltanto paura

L’emozione più evidente è naturalmente la paura.

Ma possono comparire anche:

angoscia;

impotenza;

vulnerabilità;

disgusto;

vergogna;

frustrazione;

rabbia verso sé stessi;

senso di colpa.

Una persona può pensare:

“So che non dovrei avere così tanta paura.”

Poi:

“Perché gli altri riescono e io no?”

Alla paura originaria si aggiunge così il giudizio verso sé stessi.

E la sofferenza aumenta.

La paura non ha bisogno di essere ridicolizzata.

Ha bisogno di essere compresa e, quando necessario, gradualmente trasformata.

A livello comportamentale: evitare, fuggire e cercare sicurezza

La manifestazione comportamentale più evidente è l’evitamento.

La persona può:

non avvicinarsi alla situazione temuta;

allontanarsi appena compare;

rimandare continuamente;

rinunciare a determinate attività;

cambiare percorso;

evitare viaggi;

evitare visite o procedure mediche;

affrontare la situazione soltanto se accompagnata;

controllare continuamente le vie di fuga;

cercare rassicurazioni;

prepararsi eccessivamente;

utilizzare particolari oggetti o rituali per sentirsi sicura.

Questi comportamenti non sono casuali.

Hanno una funzione precisa:

ridurre la paura.

Ed effettivamente, nel breve periodo, spesso funzionano.

È proprio questo il problema.

Il circolo della fobia

Immaginiamo una persona che abbia paura dei cani.

Vede un cane in lontananza.

Pensiero

“Potrebbe avvicinarsi.”

Corpo

Il cuore accelera.

Emozione

Paura.

Pensiero

“Se viene verso di me non saprò cosa fare.”

Comportamento

Cambia strada.

Conseguenza

Sollievo.

Il cervello registra:

“Cambiare strada mi ha protetto.”

La volta successiva il bisogno di evitare sarà ancora più forte.

Il comportamento che riduce la paura oggi può quindi contribuire a mantenerla domani.

Perché evitare funziona così bene?

Perché produce un risultato immediato.

Immaginiamo che la paura sia 8 su 10.

Evito.

Dopo pochi minuti scende a 3.

Il cervello associa le due cose:

“Ho evitato → sono stato meglio.”

Quello che non può imparare è:

“Cosa sarebbe successo se fossi rimasto?”

Forse l’ansia sarebbe salita.

Poi si sarebbe stabilizzata.

Forse sarebbe diminuita.

Forse avrei scoperto di riuscire a gestirla.

Forse avrei verificato che ciò che temevo non accade necessariamente.

Evitando, questa nuova esperienza non può essere costruita.

Il sollievo può diventare una trappola

Questo è uno degli aspetti più importanti da comprendere.

Il problema non è che l’evitamento non funzioni.

Funziona benissimo nel breve periodo.

È proprio per questo che viene ripetuto.

Ma può avere un costo.

La persona comincia a organizzare progressivamente la propria vita intorno alla paura.

Prima:

“Preferisco non farlo.”

Poi:

“Non posso farlo.”

La differenza è enorme.

Anche anticipare può diventare parte della fobia

La paura può iniziare molto prima dell'incontro con ciò che temiamo.

Una persona che deve prendere un aereo tra un mese può cominciare a preoccuparsi settimane prima.

Cerca informazioni.

Controlla il meteo.

Legge notizie sugli incidenti.

Immagina turbolenze.

Controlla continuamente come si sente.

Il corpo può quindi iniziare a reagire a un evento che non sta ancora accadendo.

La rappresentazione mentale del pericolo è sufficiente ad attivare il sistema di allarme.

I comportamenti di sicurezza

Non sempre evitiamo completamente.

A volte affrontiamo la situazione utilizzando qualcosa che ci fa sentire protetti.

Prendere l’aereo soltanto vicino a una persona fidata.

Entrare in ascensore soltanto se c’è qualcun altro.

Avvicinarsi a un cane soltanto se trattenuto.

Controllare continuamente dove si trova l’uscita.

Portare con sé qualcosa “nel caso succeda”.

Queste strategie possono essere utili in determinate fasi.

Ma se diventano indispensabili possono trasmettere implicitamente al cervello:

“Senza questa protezione non sarei in grado di farcela.”

Come nasce una fobia?

Non esiste una sola spiegazione.

In alcuni casi possiamo ricordare un’esperienza precisa.

Un morso.

Una caduta.

Una turbolenza particolarmente intensa.

Un episodio medico doloroso.

Ma non è sempre così.

Una paura può essere appresa osservando la reazione di altre persone.

Può svilupparsi attraverso racconti o informazioni.

Può emergere progressivamente.

Può essere influenzata da predisposizioni temperamentali e biologiche.

E alcune paure riguardano stimoli verso i quali il nostro sistema di protezione sembra essere particolarmente predisposto a reagire.

Non è quindi necessario trovare sempre “l’evento che ha causato tutto”.

Paura dell’oggetto o paura di ciò che potrebbe accadere?

Questa distinzione può essere molto interessante.

Una persona dice:

“Ho paura dell’aereo.”

Ma approfondendo potremmo scoprire:

“Ho paura di non poter scendere.”

Oppure:

“Ho paura di sentirmi male e non poter ricevere aiuto.”

Oppure:

“Ho paura di non avere il controllo.”

Oppure ancora:

“Ho paura di morire.”

La stessa fobia apparente può quindi contenere paure molto differenti.

Non tutte le paure devono avere un significato simbolico

Quando lavoriamo in profondità è importante evitare un errore.

Non dobbiamo necessariamente trasformare ogni fobia in un simbolo.

Avere paura dei cani non significa automaticamente che il cane “rappresenti” qualcosa.

Una fobia può essere mantenuta principalmente attraverso apprendimento, evitamento e paura.

In altri casi, però, l'esperienza può intrecciarsi con temi più ampi della persona.

La domanda deve quindi rimanere aperta.

“Che cosa significa per te?”

Non:

“Io so cosa significa.”

Come si lavora sulle fobie?

Possiamo immaginare un percorso che procede dal livello più immediato verso quello più profondo.

Prima comprendiamo il funzionamento della paura.

Poi impariamo a osservarla.

Successivamente lavoriamo sull’evitamento e sulla relazione con i pensieri e le sensazioni.

Infine, quando è utile, possiamo esplorare schemi, emozioni, bisogni e significati personali.

Primo livello: conoscere il proprio sistema di paura

Prima di affrontare ciò che temiamo può essere utile capire come funziona la nostra paura.

Non basta scrivere:

“Ho paura dell’aereo.”

Proviamo a scomporla.

Esercizio pratico: la mappa della paura

Prendi una situazione concreta.

Poi completa:

Situazione

Che cosa stava succedendo?

Corpo

Che cosa ho sentito?

Pensiero

Che cosa temevo potesse accadere?

Emozione

Che cosa ho provato?

Impulso

Che cosa volevo fare?

Comportamento

Che cosa ho fatto realmente?

Conseguenza immediata

Mi sono sentito meglio?

Conseguenza a lungo termine

Quella scelta ha aumentato o diminuito la mia libertà?

Segnale

Che cosa sembrava comunicarmi la mia paura?

Questa ultima domanda ci permette di passare dalla semplice osservazione del sintomo alla comprensione della sua funzione.

Secondo livello: mindfulness – osservare la paura mentre accade

Quando compare la paura possiamo provare a riconoscerla senza confonderci completamente con essa.

“Sto notando paura.”

“Sto notando il cuore accelerare.”

“Sto notando il pensiero che potrebbe succedere qualcosa.”

“Sto notando l’impulso di andare via.”

Non significa rimanere necessariamente nella situazione.

Significa iniziare a distinguere:

ciò che accade

da

ciò che automaticamente facciamo quando accade.

Esercizio pratico: 30 secondi prima di scegliere

Quando è sicuro e appropriato farlo, prima di evitare immediatamente una situazione prova a concederti trenta secondi.

Non devi dimostrare nulla.

Osserva:

corpo;

pensiero;

emozione;

impulso.

Poi decidi.

L’obiettivo iniziale non è necessariamente affrontare la paura.

È recuperare uno spazio tra:

“Ho paura”

e

“Devo scappare.”

Terzo livello: DBT – tollerare l’attivazione senza reagire automaticamente

Quando la paura diventa intensa, il sistema emotivo può prendere rapidamente il controllo.

Gli strumenti DBT possono aiutare a recuperare una maggiore capacità di scelta.

Esercizio pratico: STOP

S – Stop.

Fermati.

T – Take a step back.

Fai un passo indietro.

O – Observe.

Cosa sta succedendo?

P – Proceed mindfully.

Scegli consapevolmente cosa fare.

La domanda diventa:

“Sto rispondendo al pericolo reale oppure all’intensità della mia paura?”

Quarto livello: ACT – posso portare la paura con me?

L’ACT introduce un cambiamento importante.

Non dobbiamo necessariamente aspettare che la paura scompaia prima di vivere.

Se aspettiamo:

“Lo farò quando non avrò più paura”

potremmo aspettare molto.

Possiamo invece chiederci:

“Questa cosa è importante per me?”

Se lo è:

“Posso fare un piccolo passo anche mentre una parte di me ha paura?”

Esercizio pratico: paura e direzione

Dividi idealmente un foglio in due parti.

Da una parte:

COSA MI CHIEDE LA PAURA

Dall’altra:

COSA È IMPORTANTE PER ME

Per esempio:

Paura:

“Non prendere l’aereo.”

Valore:

“Voglio poter viaggiare con le persone che amo.”

Paura:

“Non avvicinarti mai a un cane.”

Valore:

“Voglio poter andare liberamente nei parchi.”

Non significa ignorare la paura.

Significa ricordare che esiste anche una direzione verso cui desideriamo andare.

Quinto livello: esposizione – costruire una nuova esperienza

L’esposizione rappresenta uno degli interventi centrali e meglio supportati per molte fobie specifiche.

Ma esposizione non significa:

“Buttati e affronta la paura.”

Un lavoro ben costruito viene pianificato considerando la persona, il tipo di paura, le condizioni mediche quando rilevanti e il livello di difficoltà.

L’obiettivo è permettere un nuovo apprendimento.

“Posso stare in questa situazione.”

“Posso sentire paura senza che accada necessariamente ciò che temo.”

“L’ansia può cambiare anche senza fuggire.”

“Sono più capace di quanto pensassi.”

La scala della paura

Può essere utile costruire una gerarchia.

Immaginiamo una paura dei cani.

Guardare la fotografia di un cane potrebbe produrre paura 2 su 10.

Guardare un video: 3.

Osservare un cane da lontano: 4.

Trovarsi nello stesso parco: 5.

Avvicinarsi a un cane tranquillo accompagnati: 6.

Rimanere vicino: 7.

Accarezzarlo: 8.

La scala deve essere costruita individualmente.

Ciò che è 3 per una persona può essere 8 per un’altra.

L’obiettivo dell’esposizione non è “non sentire niente”

Questo punto è fondamentale.

Se considero riuscita l’esperienza soltanto quando l’ansia arriva a zero, rischio di trasformare anche l’esposizione in una ricerca di controllo.

Il nuovo apprendimento può essere invece:

“Avevo paura e sono riuscito a rimanere.”

La paura non deve necessariamente sparire per dimostrare che siamo capaci di affrontarla.

Schema Therapy: quale schema viene attivato?

Quando appropriato possiamo scendere più in profondità.

La situazione temuta può attivare temi come:

vulnerabilità;

dipendenza;

abbandono;

sfiducia;

inadeguatezza;

bisogno di controllo.

Una persona può non temere soltanto:

“Potrebbe succedermi qualcosa.”

Può esserci anche:

“Se succedesse, sarei completamente impotente.”

Oppure:

“Non potrei contare su nessuno.”

Esercizio pratico: cosa renderebbe davvero terribile quella situazione?

Completa:

“Ho paura di…”

Poi:

“Se succedesse, la cosa peggiore sarebbe…”

Poi:

“Questo mi farebbe sentire…”

Poi ancora:

“E significherebbe che io…”

Per esempio:

“Ho paura di rimanere bloccato in ascensore.”

“La cosa peggiore sarebbe non poter uscire.”

“Mi sentirei completamente impotente.”

“E significherebbe che non avrei nessun controllo.”

La paura dell’ascensore può così portarci al tema della vulnerabilità.

EFT: cosa c’è dentro la paura?

La paura può contenere bisogni molto importanti.

Bisogno di sicurezza.

Di protezione.

Di vicinanza.

Di poter contare su qualcuno.

Di autonomia.

Di controllo.

Di sentirsi capaci.

Lavorare sull’emozione non significa soltanto ridurla.

Significa ascoltare ciò che sta comunicando.

Esercizio pratico: se la paura potesse parlare

Immagina che la parte spaventata possa parlare.

Che cosa direbbe?

“Proteggimi.”

“Non lasciarmi solo.”

“Non voglio perdere il controllo.”

“Ho paura di non farcela.”

“Non voglio sentirmi impotente.”

Poi chiediti:

“Di cosa avrebbe bisogno questa parte di me?”

E ancora:

“Come posso risponderle oggi da adulto senza lasciare che sia lei a decidere tutta la mia vita?”

Psicoterapia psicodinamica: perché proprio questa paura?

Arrivando al livello più profondo possiamo chiederci:

“Perché questa particolare esperienza assume per me un significato così intenso?”

Non per trovare necessariamente una causa nascosta.

Ma per comprendere la persona.

Quando è comparsa questa paura?

Cosa stava accadendo nella mia vita?

Come veniva vissuta la paura nella mia famiglia?

Come reagivano gli adulti quando ero spaventato?

Venivo rassicurato?

Protetto eccessivamente?

Criticato?

Lasciato solo?

Mi veniva insegnato che il mondo fosse pericoloso?

Ho imparato che mostrare paura fosse una debolezza?

Che rapporto ho oggi con vulnerabilità e controllo?

Queste domande possono ampliare enormemente il significato della paura.

Esercizio psicodinamico: seguire la paura nella propria storia

Prendi una paura importante e prova a non fermarti all’oggetto.

Chiediti:

“Quando ricordo di aver provato qualcosa di simile?”

“Che cosa temo veramente che accada?”

“Qual è la sensazione più difficile da tollerare?”

“Essere impotente?”

“Essere solo?”

“Perdere il controllo?”

“Dipendere dagli altri?”

“Sentirmi intrappolato?”

“Essere vulnerabile?”

Poi:

“Questa esperienza compare anche in altre aree della mia vita?”

Una paura può essere molto specifica e rimanere tale.

Oppure può aprire una finestra su un modo più generale di vivere sicurezza, controllo e vulnerabilità.

Dall’oggetto temuto al significato

Immaginiamo:

“Ho paura dell’ascensore.”

Scendiamo.

“Ho paura che si blocchi.”

Ancora.

“Non potrei uscire.”

Ancora.

“Non avrei il controllo.”

Ancora.

“Mi sentirei completamente impotente.”

A questo punto la domanda può diventare:

“Che rapporto ho con l’impotenza?”

Oppure:

“Quando non posso controllare una situazione, cosa accade dentro di me?”

Non significa che l’ascensore sia un simbolo dell’impotenza.

Significa che quella particolare situazione può attivare un tema emotivo importante per quella particolare persona.

Il sintomo non è la persona

Dire:

“Ho una fobia”

è diverso da dire:

“Sono fobico.”

La prima frase descrive un’esperienza.

La seconda rischia di trasformarla in un’identità.

Una persona è sempre molto più della propria paura.

La paura racconta qualcosa.

Ma non racconta tutto.

Non dobbiamo combattere la paura per diventare coraggiosi

Spesso immaginiamo il coraggio come assenza di paura.

Ma se non esistesse paura non servirebbe coraggio.

Il coraggio può essere qualcosa di molto diverso:

sentire la paura e scegliere comunque un piccolo movimento verso ciò che per noi conta.

Un centimetro.

Poi un altro.

Non per dimostrare qualcosa.

Non per obbligarsi.

Ma per recuperare progressivamente uno spazio che la paura aveva occupato.

Non tutto deve essere affrontato allo stesso livello

Anche nel lavoro sulle fobie possiamo procedere gradualmente.

La psicoeducazione permette di comprendere il funzionamento della paura.

La mindfulness aiuta a riconoscere ciò che accade senza reagire immediatamente.

La DBT offre strumenti per tollerare e regolare un’attivazione intensa.

L’ACT aiuta a fare spazio alla paura continuando a muoversi verso ciò che conta.

L’esposizione, quando appropriata, permette di costruire nuovi apprendimenti attraverso l’esperienza.

La Schema Therapy può aiutarci a riconoscere vulnerabilità e schemi che vengono attivati.

L’EFT permette di avvicinarci all’emozione e ai bisogni sottostanti.

La psicoterapia psicodinamica può aiutarci a comprendere come quella paura si inserisca nella storia personale, nelle relazioni e nel modo in cui abbiamo imparato a vivere sicurezza, vulnerabilità, dipendenza e controllo.

Non dobbiamo utilizzare tutto con tutti.

Dobbiamo capire di cosa ha bisogno quella persona.

Quando chiedere aiuto

Può essere utile rivolgersi a un professionista quando la paura determina un evitamento importante, limita viaggi, lavoro, relazioni, salute o attività quotidiane, provoca forte sofferenza oppure tende progressivamente ad allargarsi ad altre situazioni.

È particolarmente importante non lasciare che la paura impedisca cure mediche necessarie.

In presenza di sintomi fisici nuovi, importanti o dubbi è inoltre opportuno considerarne anche la valutazione medica.

Domande frequenti sulle fobie

Una fobia è semplicemente una paura molto forte?

Non soltanto. Sono importanti anche persistenza, sproporzione rispetto al pericolo, sofferenza ed eventuale interferenza con la vita quotidiana.

Perché so che la mia paura è eccessiva ma continuo ad averla?

Perché comprendere razionalmente qualcosa e modificarne la risposta emotiva non sono la stessa cosa. Il sistema di allarme può continuare ad attivarsi anche quando sappiamo che il rischio è basso.

Evitare aiuta?

Nel breve periodo può ridurre molto la paura. Nel lungo periodo l’evitamento può contribuire a mantenerla.

Devo affrontare subito la mia paura più grande?

No. Un lavoro terapeutico appropriato può procedere gradualmente e deve essere adattato alla persona.

L’esposizione significa obbligarmi a fare qualcosa che mi terrorizza?

No. L’esposizione terapeutica è un intervento pianificato e collaborativo, non una prova di forza.

Devo aspettare che l’ansia scompaia durante l’esposizione?

Non necessariamente. L’obiettivo contemporaneo non è semplicemente attendere che l’ansia arrivi a zero, ma costruire nuovi apprendimenti sulla situazione, sulle sensazioni e sulla propria capacità di affrontarle.

Tutte le fobie derivano da un trauma?

No. Possono svilupparsi attraverso diversi processi e non sempre esiste un evento traumatico identificabile.

Una fobia nasconde sempre qualcosa di profondo?

No. Sarebbe scorretto affermarlo. Per alcune persone il lavoro sui meccanismi che mantengono la paura è sufficiente. Per altre può essere utile esplorare anche significati emotivi e relazionali più profondi.

Posso superare una fobia?

Le fobie specifiche sono tra le difficoltà psicologiche per le quali esistono interventi psicoterapeutici efficaci. Il percorso e i tempi dipendono comunque dalla persona e dalla situazione.

La paura può proteggerci senza decidere tutta la nostra vita

La paura non è arrivata per rovinarci la vita.

È nata per proteggerla.

Quando diventa fobica, però, il sistema di protezione può cominciare a vedere pericolo dove il rischio è molto più piccolo di quanto percepito.

Allora iniziamo a evitare.

Controllare.

Cercare rassicurazioni.

Organizzare percorsi.

Rinunciare.

E ogni rinuncia può sembrare confermare:

“Ho fatto bene. Era pericoloso.”

Per questo il cambiamento non consiste nel dichiarare guerra alla paura.

Possiamo iniziare chiedendoci:

“Cosa succede nel mio corpo?”

“Cosa mi sta dicendo la mente?”

“Quale emozione sto provando?”

“Cosa faccio per sentirmi al sicuro?”

Poi:

“Questo comportamento mi protegge da un pericolo reale oppure sta mantenendo la mia paura?”

Possiamo imparare a osservare.

A regolare.

A tollerare.

Ad avvicinarci gradualmente.

A costruire nuove esperienze.

E, quando è utile, possiamo andare ancora più in profondità:

“Perché proprio questa esperienza mi fa sentire così vulnerabile?”

“Cosa significa per me perdere il controllo?”

“Cosa significa dipendere da qualcuno?”

“Cosa mi racconta questa paura della mia storia?”

Il punto di arrivo non è diventare persone che non hanno più paura.

È poter ascoltare il segnale senza essere costretti a obbedirgli.

Perché la paura può continuare a svolgere il suo compito di proteggerci senza trasformarsi nel confine entro il quale siamo costretti a vivere.

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