Attacchi di panico: quando il sistema di allarme si accende all’improvviso
Il panico può sembrare qualcosa che arriva senza motivo e prende completamente il controllo. Ma anche il panico è un segnale: il corpo e la mente stanno comunicando che, in quel momento, qualcosa viene percepito come estremamente pericoloso. Comprendere quel segnale è il primo passo per smettere di averne paura.
Il cuore accelera.
Il respiro cambia.
Compare una sensazione di oppressione.
La testa sembra leggera.
Il corpo diventa improvvisamente strano, quasi estraneo.
E in pochi istanti può comparire un pensiero:
“Mi sta succedendo qualcosa.”
Poi un altro:
“Sto per sentirmi male.”
“Potrei svenire.”
“Potrei perdere il controllo.”
“Potrei morire.”
La paura aumenta.
Il corpo si attiva ancora di più.
Le sensazioni diventano più intense.
E quelle stesse sensazioni sembrano confermare che il pericolo sia reale.
È uno degli aspetti più destabilizzanti dell’attacco di panico: la paura e le sensazioni corporee possono alimentarsi reciprocamente con una velocità impressionante.
Dopo il primo episodio può comparire una nuova paura:
“E se succedesse di nuovo?”
Ed è proprio da questa domanda che, per alcune persone, comincia una seconda parte del problema: non soltanto avere avuto un attacco di panico, ma iniziare a vivere cercando di impedire che possa ripetersi.
Che cos’è un attacco di panico?
Un attacco di panico è un episodio di intensa paura o forte disagio che raggiunge rapidamente un’elevata intensità e può essere accompagnato da numerose manifestazioni fisiche e psicologiche.
Può comparire:
durante una situazione temuta;
in un luogo affollato;
mentre si guida;
durante un periodo particolarmente stressante;
in un momento apparentemente tranquillo;
talvolta persino durante il sonno.
Proprio quando non riusciamo a individuare immediatamente una causa, l’esperienza può diventare ancora più spaventosa.
“Se non stava succedendo niente, perché mi sono sentito così?”
Ma l’assenza di un pericolo evidente non significa necessariamente che il sistema di allarme non abbia percepito qualcosa come minaccioso.
Un attacco di panico non significa necessariamente avere un disturbo di panico
Avere un singolo attacco di panico non equivale automaticamente ad avere un disturbo di panico.
Un episodio può verificarsi in differenti condizioni psicologiche o in periodi di forte stress.
Il problema può diventare più strutturato quando agli episodi si aggiungono una persistente paura che possano ripetersi e modificazioni significative del comportamento.
La persona non teme più soltanto il panico.
Comincia a temere la possibilità del panico.
Ed è questa paura della paura che può progressivamente restringere la vita.
Anche il panico è un segnale
Quando qualcosa dentro di noi diventa così intenso, la reazione più comprensibile è desiderare che scompaia immediatamente.
Ma in psicoterapia può essere utile introdurre anche un’altra prospettiva:
“Che cosa sta comunicando questo sistema di allarme?”
Un segnale non è necessariamente una descrizione accurata della realtà.
Un allarme può attivarsi anche quando non esiste un pericolo reale.
Ma se si è attivato significa che il sistema ha rilevato qualcosa come pericoloso.
Nel panico il messaggio può essere:
“Sta succedendo qualcosa nel mio corpo.”
“Non riesco a controllarlo.”
“Non posso scappare.”
“Sono vulnerabile.”
“Potrei rimanere senza aiuto.”
“Non sono al sicuro.”
Oppure, andando più in profondità, il panico può inserirsi in un periodo nel quale la persona sta vivendo pressioni, cambiamenti, separazioni, conflitti, perdite o emozioni che non riesce ancora pienamente a riconoscere.
Questo non significa che ogni attacco di panico nasconda necessariamente un significato psicodinamico specifico.
Significa che vale la pena comprenderlo all’interno della storia complessiva della persona.
Il panico si manifesta su quattro livelli
Anche nel panico possiamo osservare quattro dimensioni che interagiscono continuamente:
fisiologica;
cognitiva;
emotiva;
comportamentale.
Separarle aiuta a comprendere un’esperienza che, durante l’attacco, sembra invece avvenire tutta contemporaneamente.
A livello fisiologico: quando il corpo entra in allarme
Durante un attacco di panico possono comparire:
palpitazioni o aumento del battito cardiaco;
sudorazione;
tremori;
sensazione di respiro corto o difficoltà respiratoria;
sensazione di soffocamento;
dolore o fastidio al petto;
nausea o disturbi addominali;
vertigini o sensazione di instabilità;
sensazioni di caldo o freddo;
formicolii o alterazioni della sensibilità;
sensazione di debolezza;
forte tensione muscolare.
Possono inoltre comparire esperienze di derealizzazione, come se l’ambiente sembrasse improvvisamente distante o irreale, oppure di depersonalizzazione, con la sensazione di essere distaccati da sé stessi.
Queste esperienze possono essere estremamente spaventose.
E proprio perché sono spaventose possono aumentare ulteriormente l’attivazione.
A livello del pensiero: quando la mente interpreta il corpo come un pericolo
Le sensazioni fisiche da sole non spiegano completamente il panico.
Un ruolo fondamentale può essere svolto dal modo in cui vengono interpretate.
Il cuore accelera.
La mente pensa:
“Sto avendo un infarto.”
Compare una sensazione di testa leggera:
“Sto per svenire.”
La respirazione cambia:
“Non riuscirò più a respirare.”
Compare derealizzazione:
“Sto impazzendo.”
L’ansia aumenta.
Il corpo si attiva ancora.
Le sensazioni diventano più intense.
La mente riceve quindi quella maggiore intensità come una nuova conferma:
“Lo sapevo. Sta davvero succedendo qualcosa.”
Si crea così un circuito molto potente.
A livello emotivo: la paura della perdita di controllo
L’emozione predominante è spesso una paura molto intensa.
Ma sotto l’etichetta “paura” possono esserci esperienze differenti:
terrore;
vulnerabilità;
impotenza;
angoscia;
sensazione di perdita di controllo;
paura di morire;
paura di impazzire;
paura di svenire;
paura di rimanere soli;
vergogna all’idea che gli altri possano vedere ciò che sta accadendo.
Per alcune persone la componente più difficile non è:
“Potrei stare male.”
ma:
“Potrei stare male davanti agli altri e non riuscire a nasconderlo.”
Per altre:
“Potrebbe succedermi qualcosa e nessuno potrebbe aiutarmi.”
La stessa esperienza può quindi assumere significati molto diversi.
A livello comportamentale: quando cominciamo a proteggerci dal prossimo attacco
Dopo un attacco di panico è naturale cercare di evitare che accada nuovamente.
Possiamo iniziare a:
evitare determinati luoghi;
evitare mezzi pubblici;
non guidare;
non allontanarci da casa;
evitare code o luoghi affollati;
sedersi vicino alle uscite;
controllare continuamente il battito;
portare sempre con sé acqua, farmaci o altri oggetti percepiti come rassicuranti;
uscire soltanto accompagnati;
cercare continuamente rassicurazioni;
evitare attività fisica perché aumenta il battito;
controllare continuamente la respirazione;
cercare informazioni sui sintomi.
Questi comportamenti hanno una funzione comprensibile:
“Voglio evitare di stare nuovamente così.”
Ma possono diventare parte del problema.
Il circolo del panico
Possiamo rappresentarlo in modo semplice:
sensazione corporea → interpretazione di pericolo → paura → maggiore attivazione corporea → sensazioni più intense → maggiore paura.
Immaginiamo di percepire improvvisamente il cuore accelerato.
Corpo: “Il cuore sta battendo forte.”
Pensiero: “C’è qualcosa che non va.”
Emozione: paura.
La paura aumenta l’attivazione.
Corpo: il cuore accelera ancora.
Pensiero: “Sta peggiorando.”
Emozione: terrore.
Il sistema continua ad alimentarsi.
Per questo una parte importante del trattamento consiste nell’imparare a riconoscere il circuito prima che ogni elemento venga interpretato come conferma del successivo.
La paura delle sensazioni corporee
Dopo alcuni episodi può svilupparsi una particolare sensibilità verso il corpo.
La persona comincia a monitorarsi.
“Come sto respirando?”
“Il cuore sta battendo normalmente?”
“Mi gira la testa?”
“Mi sento strano?”
Più controlliamo una sensazione, più facilmente la percepiamo.
E più la percepiamo, più possiamo preoccuparci.
La normale variabilità del corpo può così diventare continuamente oggetto di interpretazione.
La paura della paura
A un certo punto il problema può non essere più soltanto il panico.
Può diventare:
“Ho paura di avere paura.”
Prima di uscire:
“E se mi venisse?”
Prima di guidare:
“E se succedesse mentre sono in macchina?”
Prima di una cena:
“E se stessi male davanti agli altri?”
Il sistema di allarme può quindi attivarsi proprio perché stiamo controllando se si attiverà.
La persona non sta reagendo a un attacco.
Sta reagendo alla possibilità di averne uno.
Ansia anticipatoria
Un evento che magari dura pochi minuti può influenzare molte ore o giorni precedenti.
La persona anticipa.
Immagina.
Controlla.
Prepara vie di fuga.
Valuta continuamente:
“Potrei farcela?”
In alcuni casi l’ansia anticipatoria può diventare più limitante degli attacchi stessi.
Evitamento e sollievo
Immaginiamo che una persona abbia avuto un attacco mentre guidava in autostrada.
La volta successiva decide di evitare l’autostrada.
Immediatamente prova sollievo.
Quel sollievo è importante.
Il cervello può imparare:
“Non prendere l’autostrada mi ha tenuto al sicuro.”
La volta successiva sarà ancora più difficile affrontarla.
L’evitamento non viene mantenuto perché la persona è debole.
Viene mantenuto perché funziona molto bene nel breve periodo.
Il problema emerge nel lungo periodo.
Quando lo spazio della vita comincia a restringersi
Prima evito l’autostrada.
Poi le strade lontane da casa.
Poi preferisco non guidare da solo.
Poi evito luoghi nei quali sarebbe difficile uscire.
Poi parto soltanto se qualcuno può accompagnarmi.
Progressivamente la vita può organizzarsi intorno alla domanda:
“Dove potrei sentirmi male?”
È uno dei motivi per cui intervenire precocemente può essere importante.
Panico e agorafobia
In alcune persone la paura può estendersi a situazioni nelle quali sembra difficile allontanarsi rapidamente o ricevere aiuto.
Trasporti pubblici.
Spazi aperti.
Luoghi chiusi.
Code.
Folle.
Trovarsi fuori casa da soli.
Quando questa paura diventa persistente e determina evitamenti significativi può essere necessario valutare la presenza di agorafobia.
Panico e agorafobia possono presentarsi insieme, ma non sono la stessa cosa.
Panico e salute: non bisogna dare per scontato che sia sempre ansia
Un punto è fondamentale.
Sintomi come dolore toracico, difficoltà respiratoria, vertigini, palpitazioni o perdita di coscienza possono avere anche cause mediche.
Soprattutto in presenza di un primo episodio, sintomi nuovi, importanti, insoliti o fattori di rischio, è appropriato rivolgersi a un medico o ai servizi di emergenza quando necessario.
Comprendere il panico non significa attribuire automaticamente qualsiasi sintomo all’ansia.
Una volta escluse o gestite eventuali cause mediche, il lavoro psicologico può concentrarsi sul funzionamento del sistema di allarme e sulla paura delle sensazioni.
Come si lavora sul panico?
Anche qui possiamo procedere gradualmente.
Prima impariamo a riconoscere ciò che accade.
Poi interveniamo sul ciclo che mantiene la paura.
Successivamente possiamo esplorare ciò che il panico significa per quella specifica persona.
Non è necessario iniziare immediatamente dalla parte più profonda.
Quando qualcuno teme di morire durante un attacco, spiegargli subito che tutto deriva dalla sua storia personale potrebbe essere prematuro e persino poco utile.
Prima può aver bisogno di comprendere cosa sta accadendo nel corpo e nella mente.
Primo livello: conoscere il panico
Comprendere il meccanismo è già un intervento importante.
Se interpreto il cuore accelerato come:
“Il mio corpo sta entrando in allarme”
l’esperienza può essere molto diversa rispetto a:
“Il mio cuore sta cedendo.”
Non significa ripetersi artificialmente che va tutto bene.
Significa imparare a distinguere:
sensazione
da
interpretazione della sensazione.
Esercizio pratico: la mappa del panico
Dopo un episodio, quando sei nuovamente in una condizione sufficientemente tranquilla, prova a ricostruire ciò che è accaduto.
Corpo
Qual è stata la prima sensazione che ho notato?
Pensiero
Che cosa ho pensato significasse?
Emozione
Che cosa ho provato?
Comportamento
Che cosa ho fatto per proteggermi?
Conseguenza
Cosa è successo immediatamente dopo?
Segnale
Che cosa sembrava comunicarmi il mio sistema di allarme?
Questo permette progressivamente di trasformare un’esperienza apparentemente caotica in una sequenza comprensibile.
Secondo livello: mindfulness – osservare senza controllare continuamente
La mindfulness può aiutare a distinguere una sensazione dalla storia che la mente costruisce intorno a essa.
Per esempio:
“Sto notando il cuore accelerato.”
è diverso da:
“Il cuore accelerato significa che sta per succedermi qualcosa.”
L’obiettivo non è fissarsi sulle sensazioni.
Anzi, in alcune persone con panico una focalizzazione corporea troppo intensa può aumentare l’ansia.
La pratica deve essere adattata.
Esercizio pratico: tornare all’esterno
Quando l’attenzione è completamente catturata dal corpo, può essere utile orientarsi anche verso l’ambiente.
Nota dove sei.
Guarda alcuni oggetti.
Ascolta i suoni.
Senti il contatto dei piedi con il pavimento.
Riconosci:
“Il mio sistema di allarme è attivo e io sono qui.”
Non stai cercando di obbligare il panico a scomparire.
Stai ampliando il campo dell’attenzione.
Terzo livello: DBT – non agire automaticamente sull’allarme
Quando l’attivazione è molto elevata può essere utile creare una pausa prima di reagire.
La DBT offre strumenti di tolleranza della sofferenza e regolazione emotiva che possono essere utilizzati per recuperare una maggiore capacità di scelta.
Esercizio pratico: STOP
S – Stop.
Non agire immediatamente.
T – Take a step back.
Fai mentalmente un passo indietro.
O – Observe.
Cosa sta succedendo nel corpo?
Cosa sto pensando?
Cosa provo?
Qual è il mio impulso?
P – Proceed mindfully.
Scegli il passo successivo consapevolmente.
L’obiettivo non è dimostrare che il panico non esiste.
È evitare che il panico decida automaticamente cosa dobbiamo fare.
Quarto livello: ACT – posso avere paura senza organizzare tutta la mia vita intorno alla paura
Dopo alcuni attacchi può emergere una regola:
“Posso fare quella cosa soltanto quando sarò sicuro che non avrò panico.”
Il problema è che quella certezza non può essere garantita.
L’ACT può aiutare a modificare la domanda:
non:
“Come posso essere sicuro che non succederà?”
ma:
“Che cosa sceglierei se non dovessi aspettare la certezza assoluta?”
Esercizio pratico: riconoscere la previsione
Quando compare:
“Se esco mi verrà un attacco.”
prova a dire:
“Sto notando che la mia mente sta prevedendo che, se esco, avrò un attacco.”
Poi chiediti:
“Che cosa vorrei fare se non dovessi obbedire automaticamente a questa previsione?”
Non significa costringersi.
Significa recuperare possibilità di scelta.
Quinto livello: lavorare sulla paura delle sensazioni
Uno degli interventi maggiormente utilizzati nel trattamento cognitivo-comportamentale del panico è l’esposizione interocettiva.
L’obiettivo è affrontare in modo controllato e terapeuticamente guidato alcune sensazioni corporee temute, permettendo alla persona di apprendere che possono essere tollerate e che non significano necessariamente la catastrofe prevista.
È importante che questi esercizi siano scelti considerando le condizioni mediche e psicologiche della persona.
Non è utile trasformarli in prove di coraggio improvvisate.
L’obiettivo non è:
“Vediamo quanto riesco a resistere.”
È:
“Posso imparare qualcosa di nuovo su queste sensazioni.”
Sesto livello: ridurre progressivamente evitamenti e comportamenti di sicurezza
Quando appropriato, una parte importante del percorso consiste nel recuperare gradualmente ciò che è stato abbandonato.
Guidare.
Entrare in un negozio.
Rimanere in fila.
Prendere un mezzo pubblico.
Allontanarsi da casa.
Fare attività fisica.
Stare in un luogo senza controllare continuamente l’uscita.
Non necessariamente tutto insieme.
La gradualità permette al cervello di costruire nuove esperienze.
Schema Therapy: quale vulnerabilità viene attivata?
Quando il panico è sufficientemente stabilizzato possiamo iniziare a domandarci se alcune paure possiedano un significato più personale.
Per esempio:
“Se sto male nessuno mi aiuterà.”
può richiamare vissuti di abbandono o deprivazione.
“Devo avere tutto sotto controllo.”
può essere collegato a vulnerabilità, ipervigilanza o bisogno di controllo.
“Non posso mostrarmi debole davanti agli altri.”
può coinvolgere vergogna, inadeguatezza o standard severi.
La Schema Therapy permette di riconoscere queste configurazioni senza ridurre il panico a esse.
Esercizio pratico: cosa temo davvero?
Completa:
“Durante il panico temo che…”
Poi:
“Se accadesse davvero, la cosa peggiore sarebbe…”
Poi ancora:
“E questo significherebbe che…”
Per esempio:
“Temo di stare male.”
“La cosa peggiore sarebbe essere solo.”
“Significherebbe che nessuno potrebbe aiutarmi.”
Siamo passati dalla sensazione fisica a una possibile esperienza di vulnerabilità.
EFT: quale emozione c’è sotto la paura del panico?
Il panico può occupare tutto lo spazio emotivo.
Ma quando l’attivazione diminuisce può diventare possibile chiedersi:
“Che cosa stavo vivendo in quel periodo?”
Una perdita?
Una separazione?
Un cambiamento?
Una responsabilità?
Una sensazione di impotenza?
Una rabbia difficile da riconoscere?
Una paura di dipendere?
Un bisogno di protezione?
L’EFT può aiutare a entrare in contatto con l’esperienza emotiva sottostante e con i bisogni che essa comunica.
Esercizio pratico: se il panico potesse parlare
Immagina, senza cercare una risposta perfetta, che il panico possa pronunciare una frase.
Potrebbe dire:
“Ho paura.”
“Non ce la faccio più.”
“Mi sento solo.”
“Non riesco a controllare tutto.”
“Ho bisogno di fermarmi.”
“Ho bisogno di sentirmi protetto.”
“Non voglio mostrarmi vulnerabile.”
Poi chiediti:
“Questa frase appartiene soltanto a questo momento oppure mi ricorda qualcosa?”
Psicoterapia psicodinamica: perché il mio sistema di allarme si attiva proprio qui?
Arrivando al livello più profondo possiamo spostare l’attenzione dal singolo attacco alla persona nella sua interezza.
Quando è comparso il primo episodio?
Cosa stava accadendo nella mia vita?
Quali cambiamenti erano in corso?
Quali relazioni erano importanti?
Quali emozioni riuscivo a riconoscere?
Quali tendevo invece a controllare, evitare o mettere da parte?
Che rapporto ho con la vulnerabilità?
Quanto è difficile per me dipendere dagli altri?
Quanto ho bisogno di sentirmi in controllo?
Cosa significa per me avere bisogno di aiuto?
Il panico non viene interpretato automaticamente.
Si cerca piuttosto di comprendere il contesto emotivo nel quale il sistema di allarme ha cominciato a diventare così sensibile.
Esercizio psicodinamico: prima del primo attacco
Può essere utile ricostruire non soltanto il giorno del primo attacco, ma il periodo precedente.
Cosa stava accadendo nella mia vita nelle settimane o nei mesi precedenti?
C’erano cambiamenti importanti?
Perdite?
Separazioni?
Nuove responsabilità?
Conflitti?
Situazioni nelle quali mi sentivo intrappolato?
Qualcosa che sentivo di dover sopportare?
Emozioni che cercavo di non mostrare?
Poi:
“Che cosa significava per me quel periodo?”
Non sempre emergerà una spiegazione precisa.
E non dobbiamo inventarla.
Ma qualche volta il panico, osservato all’interno della storia, comincia ad assumere un significato diverso.
Il bisogno di controllo
Uno dei temi che può emergere nel panico riguarda il controllo.
Durante l’attacco il corpo sembra fare qualcosa senza chiedere il nostro permesso.
Per chi ha costruito gran parte della propria sicurezza attraverso il controllo, questa esperienza può essere particolarmente destabilizzante.
“Se non controllo il mio corpo, cosa succede?”
“Se non controllo ciò che provo?”
“Se ho bisogno di qualcuno?”
“Se gli altri vedono che sono vulnerabile?”
A volte il lavoro non riguarda soltanto il panico.
Riguarda il significato che attribuiamo al non avere tutto sotto controllo.
Il corpo può esprimere ciò che ancora non riusciamo a pensare?
A volte sì, ma questa idea deve essere utilizzata con prudenza.
Non significa che ogni sintomo corporeo possieda un significato nascosto preciso.
Non esiste un dizionario del tipo:
“tachicardia significa questo”
oppure
“vertigine significa quello.”
La psicoterapia non funziona così.
Il significato emerge dalla storia specifica della persona.
In alcuni casi il corpo può diventare il luogo nel quale un’attivazione emotiva viene percepita prima ancora di essere pienamente riconosciuta mentalmente.
Il lavoro consiste allora nel costruire progressivamente un collegamento tra:
sensazione → emozione → esperienza → significato.
Dal sintomo al significato
All’inizio possiamo avere:
“Il cuore accelera.”
Poi:
“Ho paura che mi succeda qualcosa.”
Poi:
“Ho paura di perdere il controllo.”
Scendendo ancora:
“Per me perdere il controllo significa essere completamente vulnerabile.”
E forse:
“Essere vulnerabile mi fa sentire senza protezione.”
A quel punto siamo molto lontani dalla semplice tachicardia dalla quale eravamo partiti.
Non significa che questa sia la spiegazione di ogni attacco di panico.
Significa mostrare come un sintomo possa diventare una strada per comprendere qualcosa di più ampio.
Non bisogna scegliere tra sintomo e significato
Lavorare in profondità non significa ignorare gli interventi più immediati.
E utilizzare tecniche specifiche non significa necessariamente fermarsi alla superficie.
Possiamo lavorare contemporaneamente su livelli differenti.
Psicoeducazione per capire cosa accade.
Mindfulness per osservare.
DBT per regolare l’attivazione.
ACT per ridurre la lotta contro la paura.
Esposizione, quando indicata, per modificare l’apprendimento legato alle sensazioni e alle situazioni evitate.
Schema Therapy per riconoscere vulnerabilità e modalità profonde.
EFT per raggiungere emozioni e bisogni.
Psicoterapia psicodinamica per comprendere come tutto questo si inserisca nella storia e nelle relazioni della persona.
Non tutte le persone hanno bisogno di tutti questi livelli.
Il trattamento deve essere costruito sulla persona, non sulla tecnica.
Quando chiedere aiuto
È utile chiedere una valutazione quando gli attacchi si ripetono, compare una forte paura che possano ritornare oppure la propria vita comincia a essere organizzata intorno all’evitamento.
È importante anche quando il panico interferisce con lavoro, studio, relazioni, spostamenti, sonno o autonomia.
Se compaiono sintomi fisici nuovi o importanti, soprattutto quando non sono mai stati valutati, è necessario considerare anche una valutazione medica.
Domande frequenti sugli attacchi di panico
Un attacco di panico può sembrare un infarto?
Alcuni sintomi possono essere percepiti in modo molto simile. Per questo sintomi nuovi, intensi o dubbi richiedono un’appropriata valutazione medica e non devono essere automaticamente attribuiti al panico.
Si può svenire durante un attacco di panico?
La sensazione di stare per svenire è frequente. Una vera perdita di coscienza richiede comunque una valutazione medica, soprattutto se si verifica realmente.
Posso impazzire durante un attacco di panico?
La sensazione di perdere il controllo o “impazzire” può far parte dell’esperienza del panico, ma non significa di per sé che la persona stia sviluppando una psicosi.
Quanto dura?
La fase di massima intensità tende a svilupparsi rapidamente, ma durata e recupero possono variare. Dopo l’episodio può rimanere stanchezza o ansia anticipatoria.
Perché arriva anche quando sono tranquillo?
Il sistema di allarme può attivarsi in risposta a sensazioni corporee, associazioni, stress accumulato o processi dei quali non siamo immediatamente consapevoli. Non è necessario che esista un pericolo esterno evidente.
Devo controllare la respirazione?
Non necessariamente. Concentrarsi eccessivamente sulla respirazione può diventare per alcune persone un ulteriore comportamento di controllo. Le strategie vanno adattate individualmente.
Evitare i luoghi dove ho avuto un attacco mi protegge?
Può produrre sollievo immediato, ma l’evitamento persistente può contribuire a mantenere la paura.
Gli attacchi di panico si possono trattare?
Sì. Esistono trattamenti psicologici efficaci e il percorso può essere adattato alle caratteristiche della persona.
Il panico dipende sempre da qualcosa accaduto nel passato?
No. Non esiste una spiegazione unica. Fattori biologici, cognitivi, comportamentali, stress attuale e storia personale possono contribuire in modi differenti.
Devo necessariamente capire la causa per stare meglio?
Non necessariamente. È possibile ottenere miglioramenti importanti lavorando sui meccanismi che mantengono il panico. Per alcune persone, tuttavia, comprenderne anche il significato personale permette un lavoro terapeutico più ampio.
Quando smettiamo di avere paura del segnale
Dopo un attacco di panico può sembrare che il corpo sia diventato improvvisamente un nemico.
Ogni battito viene controllato.
Ogni vertigine interpretata.
Ogni cambiamento del respiro osservato.
Ogni luogo valutato in base alla possibilità di scappare.
Ma il corpo non sta necessariamente cercando di farci del male.
Sta cercando di proteggerci.
Il problema è che il suo sistema di allarme può essere diventato troppo sensibile.
Per questo il lavoro non consiste soltanto nel dire:
“Non devi avere paura.”
Consiste nell’imparare progressivamente a riconoscere:
“Il mio corpo si sta attivando.”
“La mia mente sta interpretando questa sensazione.”
“Sto provando paura.”
“Il mio impulso è scappare.”
“Posso osservare ciò che sta accadendo prima di decidere cosa fare.”
Poi, quando siamo pronti, possiamo andare oltre.
“Perché perdere il controllo mi spaventa così tanto?”
“Perché sentirmi vulnerabile è così difficile?”
“Perché ho bisogno di essere certo che qualcuno possa aiutarmi?”
“Cosa stava accadendo nella mia vita quando tutto questo è iniziato?”
Il panico può così smettere progressivamente di essere un evento incomprensibile.
Prima diventa un meccanismo che possiamo riconoscere.
Poi un’esperienza che possiamo imparare ad attraversare.
E qualche volta anche un segnale attraverso cui comprendere qualcosa di più profondo di noi.
L’obiettivo non è promettersi:
“Non avrò mai più paura.”
È arrivare progressivamente a poter pensare:
“Se il mio sistema di allarme dovesse attivarsi, posso ascoltarlo, comprenderlo e attraversarlo senza lasciare che decida al posto mio dove posso andare, cosa posso fare e quanto grande può essere la mia vita.”