Realtà vs interpretazione: distinguere ciò che accade dal “film” che costruisce la mente

Ci sono situazioni in cui basta davvero poco perché la nostra mente inizi a costruire una storia.

Una persona non ci saluta.

Un messaggio rimane senza risposta.

Riceviamo un “no”.

Qualcuno ha un tono diverso dal solito.

Il fatto, magari, occupa pochi secondi. Ma dentro di noi può iniziare immediatamente un racconto:

“Ce l’ha con me.”
“Non gli importa.”
“Mi sta evitando.”
“Mi stanno prendendo di mira.”

Nel mio lavoro di psicoterapeuta trovo molto importante soffermarsi proprio su questo passaggio: tra ciò che è realmente accaduto e il significato che la nostra mente gli attribuisce.

Perché le nostre interpretazioni possono essere corrette.

Ma possono anche esserlo solo in parte.

Oppure possono raccontare più delle nostre paure che della situazione che abbiamo davanti.

La mente non registra soltanto la realtà: cerca di darle un significato

Quando viviamo qualcosa, non siamo una telecamera che registra passivamente gli eventi.

Osserviamo ciò che accade e contemporaneamente cerchiamo di comprenderlo.

È un processo normale e necessario.

Il problema nasce quando perdiamo la distinzione tra due livelli:

FATTO → ciò che possiamo concretamente osservare

INTERPRETAZIONE → il significato che attribuiamo a ciò che abbiamo osservato

Per esempio:

Fatto: “Non mi ha salutato.”

Interpretazione: “Non mi ha salutato perché ce l’ha con me.”

La seconda frase potrebbe essere vera.

Ma contiene qualcosa che la prima non contiene: un’ipotesi sulle intenzioni dell’altra persona.

E quando siamo emotivamente coinvolti può diventare molto difficile ricordare che si tratta ancora di un’ipotesi.

Quando ciò che penso mi sembra necessariamente vero

Le emozioni modificano il modo in cui guardiamo la realtà.

Quando siamo arrabbiati possiamo notare più facilmente ciò che percepiamo come provocatorio.

Quando abbiamo paura di essere abbandonati possiamo diventare particolarmente sensibili alle distanze.

Quando ci sentiamo insicuri possiamo leggere una critica come conferma del nostro scarso valore.

Quando siamo gelosi, un ritardo nella risposta può assumere rapidamente un significato minaccioso.

L’emozione che proviamo è reale.

Ma questo non significa necessariamente che l’interpretazione che l’ha accompagnata descriva perfettamente la realtà.

Questa distinzione è fondamentale.

Posso sentirmi realmente rifiutato senza che l’altro abbia realmente voluto rifiutarmi.

Posso sentirmi attaccato senza che l’altro intendesse attaccarmi.

Posso avere paura di essere abbandonato senza che qualcuno mi stia effettivamente abbandonando.

L’emozione merita di essere ascoltata. L’interpretazione merita anche di essere verificata.

“Non mi ha salutato: ce l’ha con me”

Immaginiamo che una persona passi accanto a noi senza salutarci.

La mente potrebbe reagire immediatamente:

“Lo sapevo.”

“Ce l’ha con me.”

“È falso.”

“Non posso fidarmi.”

A quel punto cambia anche il nostro comportamento.

Possiamo diventare freddi.

Evitare quella persona.

Risponderle male alla prima occasione.

Magari ore dopo scopriamo che era distratta, preoccupata o semplicemente non ci aveva visto.

Ma nel frattempo abbiamo reagito non soltanto a ciò che era successo, ma alla storia che avevamo costruito su ciò che era successo.

“Non risponde: mi sta abbandonando”

Lo stesso meccanismo può diventare ancora più evidente nelle relazioni affettive.

Mandiamo un messaggio.

La risposta tarda.

Fatto: non abbiamo ancora ricevuto risposta.

Ma la mente può continuare:

“Non gli importa più.”

“Si sta allontanando.”

“Sono di nuovo solo.”

L’ansia cresce.

E insieme all’ansia arriva il bisogno di fare qualcosa immediatamente: telefonare, mandare altri messaggi, accusare, chiedere rassicurazioni oppure, al contrario, chiudere per primi.

La nostra reazione diventa così la conseguenza di qualcosa che temiamo stia accadendo, prima ancora di sapere se stia realmente accadendo.

Provare a descrivere la situazione come una telecamera

Un esercizio che può sembrare semplice, ma che trovo molto utile, consiste nel chiedersi:

“Che cosa avrebbe registrato una telecamera?”

Una telecamera potrebbe registrare:

“Ha letto il messaggio e non ha ancora risposto.”

Non potrebbe registrare:

“Non ha risposto perché non gli importa di me.”

Potrebbe registrare:

“Durante la riunione non mi ha rivolto la parola.”

Non:

“Mi sta escludendo intenzionalmente.”

Questo esercizio non serve a negare le nostre intuizioni.

Serve a separare per qualche momento ciò che sappiamo da ciò che stiamo ipotizzando.

Una frase che può creare spazio

Quando ci accorgiamo che stiamo dando per certa un’interpretazione, possiamo provare a modificare leggermente il nostro linguaggio interno.

Invece di:

“Ce l’ha con me.”

possiamo dirci:

“Sto pensando che ce l’abbia con me.”

Sembra una differenza minima.

Psicologicamente, però, cambia molto.

Nel primo caso il pensiero coincide con la realtà.

Nel secondo riconosciamo che stiamo formulando un’ipotesi.

E tra noi e quel pensiero compare uno spazio.

Cercare almeno un’altra spiegazione

Possiamo fare un altro piccolo esperimento.

Quando siamo convinti di sapere perché qualcuno abbia fatto qualcosa, proviamo a cercare almeno un’altra spiegazione possibile.

“Non mi ha salutato perché è arrabbiato con me.”

Potrebbe essere.

Ma potrebbe non avermi visto.

Potrebbe essere preoccupato.

Potrebbe avere fretta.

Potrebbe esserci effettivamente qualcosa di cui parlare.

Lo scopo non è trovare necessariamente una spiegazione rassicurante.

È ricordarci che, finché non abbiamo verificato, esistono più possibilità.

E poi, quando possibile, verificare

La funzione riflessiva non consiste nel rimanere per sempre nel dubbio.

Quando possiamo, possiamo chiedere.

Invece di accumulare interpretazioni:

“Prima non mi hai salutato e ho pensato che fossi arrabbiato con me. È successo qualcosa?”

La risposta potrebbe tranquillizzarci.

Oppure potremmo scoprire che effettivamente esiste un problema.

In entrambi i casi abbiamo ottenuto qualcosa di importante:

possiamo confrontarci con ciò che sta realmente accadendo invece di combattere contro ciò che avevamo immaginato.

Perché scegliamo proprio quella interpretazione?

C’è poi una domanda ancora più profonda.

Perché, tra tante spiegazioni possibili, la nostra mente sceglie proprio quella?

Perché un silenzio diventa immediatamente rifiuto?

Perché una distanza diventa abbandono?

Perché un limite viene vissuto come un attacco?

Perché una critica diventa “non valgo niente”?

A volte il presente incontra qualcosa che conosciamo già.

Esperienze precedenti, relazioni significative, paure e immagini che abbiamo costruito di noi stessi e degli altri possono influenzare il significato che attribuiamo alle situazioni attuali.

Questo non significa che “è tutto nel passato”.

Significa che possiamo chiederci:

“Quanto appartiene a ciò che sta succedendo oggi e quanto, invece, questa situazione sta toccando qualcosa che conosco già?”

Prima di reagire: quattro domande

Quando senti salire rapidamente rabbia, paura, gelosia o senso di rifiuto, prova a fermarti per qualche momento e chiederti:

Che cosa è successo davvero?

Che cosa sto aggiungendo io?

Quali altre spiegazioni potrebbero esserci?

Posso verificarlo?

Non sempre riusciremo a farlo.

E non sempre avremo una risposta immediata.

Ma già riuscire a porci queste domande significa non essere completamente trascinati dalla prima interpretazione.

Verificare la realtà non significa non fidarsi di sé

Distinguere realtà e interpretazione non significa diventare ingenui, dubitare continuamente delle proprie percezioni o ignorare ciò che sentiamo.

Al contrario.

Significa prendere sul serio la nostra esperienza abbastanza da provare a comprenderla.

Posso ascoltare la mia paura senza trasformarla immediatamente in una certezza.

Posso riconoscere la mia rabbia senza agire subito.

Posso fidarmi delle mie sensazioni e, contemporaneamente, verificare ciò che sta realmente accadendo.

🌿 Un pensiero può sembrarmi profondamente vero senza essere necessariamente un fatto.

Tra ciò che accade e ciò che facciamo esiste uno spazio

Forse è questo il punto che considero più importante.

Non possiamo controllare tutto ciò che accade.

E non possiamo impedire alla nostra mente di formulare interpretazioni.

Possiamo però imparare progressivamente a riconoscerle.

ACCADE QUALCOSA → SENTO → INTERPRETO → MI FERMO → VERIFICO → SCELGO COME RISPONDERE

In quello spazio possiamo recuperare la possibilità di non reagire automaticamente.

E qualche volta scoprire che il “film” che avevamo costruito raccontava qualcosa di importante delle nostre paure, ma non necessariamente di ciò che stava realmente accadendo.

Quando può essere utile la psicoterapia?

Se ti accorgi che interpreti frequentemente silenzi, distanze, limiti o comportamenti degli altri come rifiuto, abbandono, critica o attacco, può essere utile comprendere quali significati tendi ad attribuire alle relazioni e da dove provengano.

In psicoterapia possiamo lavorare sia su ciò che accade nel presente sia sui modelli attraverso i quali abbiamo imparato a leggere noi stessi e gli altri.

Non per smettere di interpretare la realtà — sarebbe impossibile — ma per diventare più capaci di distinguere:

ciò che sappiamo, ciò che sentiamo e ciò che immaginiamo.

Ricevo come Psicologo e Psicoterapeuta a Carovigno (BR), anche per persone provenienti da Ostuni, San Vito dei Normanni e dai comuni limitrofi. Sono disponibili anche colloqui online quando necessario.

🌿 Se riconosci qualcosa di te in queste dinamiche, puoi contattarmi per un primo colloquio e provare a comprenderle insieme.

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