Stress e sovraccarico emotivo: quando mente e corpo continuano a chiedere una pausa che non riusciamo a concederci

Lo stress non è necessariamente un nemico. È una risposta attraverso cui l’organismo mobilita energie per affrontare richieste, cambiamenti e difficoltà. Ma quando le richieste superano a lungo le risorse disponibili, oppure sentiamo di dover continuare a funzionare senza possibilità di recupero, quella stessa risposta può trasformarsi in sovraccarico. Anche lo stress è un segnale: non sempre ci sta dicendo semplicemente di “rilassarci”. A volte ci sta mostrando che qualcosa nel nostro modo di vivere, lavorare, relazionarci o chiedere a noi stessi è diventato troppo.

Ci sono periodi nei quali abbiamo molto da fare.

Lavoro.

Famiglia.

Problemi.

Scadenze.

Responsabilità.

Decisioni.

Imprevisti.

Possiamo sentirci stanchi, ma continuare a funzionare.

Poi arriva un momento nel quale qualcosa cambia.

Una richiesta apparentemente banale ci irrita.

Una telefonata sembra troppo.

Un piccolo imprevisto ci manda in crisi.

Facciamo fatica a concentrarci.

Dormiamo, ma non recuperiamo.

Abbiamo continuamente qualcosa in testa.

Quando finalmente potremmo riposare, non riusciamo a farlo.

Possiamo pensare:

“Non capisco. Ho sempre gestito tutto.”

Ma forse la domanda non è:

“Perché non riesco più a sopportare?”

Potrebbe essere:

“Da quanto tempo sto sopportando troppo?”

Cos’è lo stress?

Lo stress è una risposta dell’organismo alle richieste che percepiamo di dover affrontare.

Non è necessariamente patologico.

Una certa attivazione può aiutarci a:

concentrarci;

reagire rapidamente;

affrontare una difficoltà;

prepararci;

mobilitare energie.

Il problema emerge soprattutto quando l’attivazione diventa intensa, prolungata o accompagnata dalla sensazione di non avere risorse sufficienti per affrontare ciò che ci viene richiesto.

Non conta quindi soltanto quanto abbiamo da fare.

Conta anche:

quanto controllo percepiamo;

quanto possiamo recuperare;

quante risorse abbiamo;

quanto sostegno riceviamo;

quanto significative sono le richieste;

quanto siamo severi con noi stessi;

quanto spazio concediamo ai nostri bisogni.

Stress e sovraccarico emotivo non sono esattamente la stessa cosa

Possiamo avere moltissime cose da fare e sentirci comunque sufficientemente equilibrati.

Oppure avere apparentemente pochi impegni e sentirci completamente sopraffatti.

Perché il carico non è soltanto quantitativo.

Esiste anche un carico emotivo.

Possiamo essere sovraccarichi perché:

ci prendiamo cura di qualcuno;

viviamo un conflitto;

stiamo affrontando una perdita;

siamo preoccupati per il futuro;

dobbiamo prendere decisioni importanti;

viviamo una relazione difficile;

ci sentiamo soli;

stiamo continuamente cercando di non deludere nessuno;

teniamo dentro emozioni che non troviamo il modo di esprimere.

A volte il calendario non sembra particolarmente pieno.

Ma dentro di noi lo è.

Anche lo stress è un segnale

Quando compare il sovraccarico possiamo provare a non pensare soltanto:

“Come faccio a eliminarlo?”

Possiamo chiederci:

“Che cosa sta cercando di comunicarmi?”

Forse:

“Sto chiedendo troppo a me stesso.”

“Non sto recuperando abbastanza.”

“Sto portando responsabilità che non sono tutte mie.”

“Non riesco a dire di no.”

“Sto vivendo da troppo tempo in allerta.”

“Sto cercando di controllare troppe cose.”

“Non sto ascoltando alcuni miei bisogni.”

“Sto continuando a funzionare mentre emotivamente sono già stanco.”

Il segnale non ci fornisce automaticamente la soluzione.

Ma può indicarci che qualcosa merita attenzione.

Non tutto lo stress significa che dobbiamo fermarci

A volte la situazione è temporaneamente impegnativa e dobbiamo attraversarla.

Un esame.

Una scadenza.

Un cambiamento.

Un periodo lavorativo intenso.

Non possiamo eliminare ogni richiesta.

L’obiettivo non è costruire una vita senza stress.

È sviluppare la capacità di distinguere:

ciò che posso affrontare;

ciò che posso modificare;

ciò che devo temporaneamente tollerare;

ciò che non posso continuare a sostenere nello stesso modo.

Come si manifesta? I quattro livelli

Lo stress e il sovraccarico possono essere osservati su quattro livelli:

fisiologico;

cognitivo;

emotivo;

comportamentale.

Spesso il corpo comincia a parlare prima che riconosciamo consapevolmente di essere in difficoltà.

A livello fisiologico: un organismo che rimane attivato

Possiamo sperimentare:

tensione muscolare;

mal di testa;

mandibola serrata;

dolori cervicali;

palpitazioni;

respirazione superficiale;

disturbi gastrointestinali;

alterazioni dell’appetito;

stanchezza;

difficoltà ad addormentarsi;

risvegli notturni;

sonno poco ristoratore;

agitazione;

sensazione di pressione;

riduzione del desiderio sessuale;

difficoltà a rilassarsi.

Possiamo arrivare alla sera completamente stanchi e contemporaneamente incapaci di “spegnere” il sistema.

Il corpo avrebbe bisogno di recuperare.

La mente continua a prepararsi per ciò che verrà dopo.

A livello del pensiero: troppe finestre aperte

La mente può diventare simile a un computer con troppe finestre aperte contemporaneamente.

“Devo ricordarmi…”

“Non devo dimenticare…”

“Domani devo…”

“E se succedesse…?”

“Prima devo finire…”

“Non posso fermarmi adesso.”

Può diventare difficile:

concentrarsi;

prendere decisioni;

ricordare informazioni;

stabilire priorità;

leggere;

seguire una conversazione.

Possiamo interpretare queste difficoltà come incapacità:

“Sto diventando inefficiente.”

Quando invece potrebbero essere il segnale di un sistema sovraccarico.

A livello emotivo: quando anche poco diventa troppo

Possiamo provare:

irritabilità;

ansia;

frustrazione;

tristezza;

rabbia;

impotenza;

senso di colpa;

apatia;

sensazione di essere sopraffatti;

vulnerabilità.

Una richiesta piccola può provocare una reazione molto intensa.

Non necessariamente perché quella richiesta sia enorme.

Potrebbe essere semplicemente l’ultima cosa che entra in uno spazio già pieno.

A livello comportamentale: accelerare oppure spegnersi

Il sovraccarico può produrre due movimenti apparentemente opposti.

Possiamo accelerare:

fare continuamente qualcosa;

controllare;

organizzare;

lavorare oltre il necessario;

rispondere immediatamente;

riempire ogni momento;

non riuscire a stare fermi.

Oppure possiamo spegnerci:

procrastinare;

isolarci;

restare sul divano;

evitare telefonate;

rimandare;

passare molto tempo sui social;

non riuscire a iniziare neppure attività semplici.

In entrambi i casi potremmo essere davanti allo stesso problema:

il sistema non riesce più a regolare efficacemente il carico.

“Non sto facendo niente, eppure sono stanco”

La stanchezza non dipende soltanto dall’attività visibile.

Possiamo essere seduti e contemporaneamente:

preoccuparci;

anticipare problemi;

controllare;

rimuginare;

trattenere emozioni;

monitorare le reazioni degli altri;

organizzare mentalmente decine di compiti.

Anche questo consuma risorse.

Esiste un lavoro mentale ed emotivo che spesso non compare nell’agenda.

Il ciclo del sovraccarico

Può svilupparsi una sequenza:

molte richieste → aumento dell’attivazione → minore recupero → maggiore stanchezza → minore capacità di affrontare le richieste → sensazione di essere sopraffatti → ulteriore attivazione.

A quel punto possiamo reagire facendo ancora di più.

“Devo recuperare.”

Ma proprio questa accelerazione riduce ulteriormente il recupero.

Quando riposare genera senso di colpa

Per alcune persone fermarsi è sorprendentemente difficile.

Appena si siedono compare:

“Dovrei fare qualcosa.”

Il riposo viene vissuto come:

pigrizia;

tempo perso;

irresponsabilità;

mancanza di produttività.

Possiamo quindi essere fisicamente fermi ma psicologicamente ancora al lavoro.

Il riposo non viene realmente vissuto.

Viene tollerato con senso di colpa.

Il sovraccarico di chi si occupa sempre degli altri

Esiste una forma di stanchezza che può nascere dall’essere continuamente disponibili.

Ascoltare.

Risolvere.

Organizzare.

Prendersi cura.

Mediare.

Anticipare i bisogni.

Essere la persona affidabile.

Può esserci una convinzione:

“Se non lo faccio io, chi lo farà?”

Oppure:

“Non posso deludere.”

Il problema non è la capacità di prendersi cura degli altri.

È quando nella relazione scompare progressivamente la possibilità di essere anche noi qualcuno di cui prendersi cura.

Primo livello: rendere visibile il carico

Prima di cercare nuove tecniche di rilassamento può essere utile capire cosa stiamo realmente portando.

Esercizio pratico: l’inventario del carico

Dividi un foglio in quattro aree.

COSE CHE DEVO FARE

Impegni concreti.

COSE A CUI CONTINUO A PENSARE

Preoccupazioni, decisioni, problemi aperti.

COSE CHE STO SENTENDO

Emozioni che occupano spazio.

COSE CHE STO PORTANDO PER GLI ALTRI

Responsabilità, preoccupazioni e richieste relazionali.

Poi chiediti:

“Quale parte di questo carico è realmente mia?”

“Cosa posso rimandare?”

“Cosa posso delegare?”

“Cosa posso lasciare?”

“Dove avrei bisogno di aiuto?”

Già rendere visibile il carico può ridurre la sensazione indistinta di avere tutto addosso.

Secondo livello: mindfulness – tornare a una cosa alla volta

Quando siamo sovraccarichi la mente tende continuamente a spostarsi verso ciò che viene dopo.

Mentre facciamo una cosa pensiamo alle altre dieci.

Possiamo allenarci a riconoscere:

“In questo momento sto facendo questo.”

Non dobbiamo risolvere l’intera settimana nei prossimi cinque minuti.

Esercizio pratico: un minuto di presenza

Per un minuto osserva:

tre cose che vedi;

due suoni che senti;

un punto del corpo in contatto con qualcosa.

Poi chiediti:

“Qual è la sola cosa che devo fare adesso?”

Non:

“Come risolvo tutto?”

Soltanto:

“Qual è il prossimo passo?”

Terzo livello: DBT – prima abbassare l’attivazione

Quando siamo molto attivati non sempre serve ragionare di più.

A volte dobbiamo prima aiutare il corpo a uscire dallo stato di allarme.

Possiamo utilizzare strategie di regolazione fisiologica appropriate, rallentare, cambiare temporaneamente ambiente, interrompere una discussione che sta aumentando l’attivazione o concederci una pausa prima di prendere decisioni.

La domanda può diventare:

“Quanto sono attivato da 0 a 10?”

Se siamo a 9, probabilmente non è il momento migliore per risolvere tutti i problemi della nostra vita.

STOP: interrompere l’automatismo

La DBT propone la strategia STOP:

S – Stop.

Fermati.

T – Take a step back.

Fai un passo indietro.

O – Observe.

Osserva corpo, pensieri, emozioni e impulsi.

P – Proceed mindfully.

Scegli consapevolmente il passo successivo.

Anche trenta secondi possono interrompere la sensazione:

“Devo risolvere tutto immediatamente.”

Imparare a dire no

La regolazione dello stress non riguarda soltanto ciò che facciamo dentro di noi.

A volte richiede un cambiamento esterno.

Un confine.

Una richiesta.

Una delega.

Un no.

Possiamo chiederci:

“Sto cercando di imparare a sopportare meglio una situazione che, almeno in parte, avrei bisogno di modificare?”

È una domanda fondamentale.

Non tutto deve essere regolato.

Qualcosa può essere cambiato.

Quarto livello: ACT – distinguere controllo e direzione

Quando siamo stressati possiamo dedicare moltissime energie a cercare di controllare:

il futuro;

le reazioni degli altri;

gli imprevisti;

ciò che potrebbe andare male.

L’ACT propone un passaggio:

“Cosa posso realmente scegliere in questa situazione?”

Non posso controllare tutto ciò che accadrà.

Posso scegliere il mio prossimo comportamento.

Esercizio pratico: controllabile e non controllabile

Dividi un foglio in due.

POSSO AGIRE SU

Le mie scelte.

I miei confini.

Le mie priorità.

La possibilità di chiedere aiuto.

Il modo in cui organizzo alcune attività.

NON POSSO GARANTIRE

Le reazioni degli altri.

L’assenza di imprevisti.

Il risultato perfetto.

Che nessuno rimanga deluso.

Che tutto vada secondo i programmi.

Poi chiediti:

“Dove sto spendendo più energia?”

ACT: quale vita sto costruendo mentre cerco di gestire tutto?

Possiamo diventare così impegnati a far funzionare la vita da non avere più tempo per viverla.

Lavoriamo.

Organizziamo.

Rispondiamo.

Sistemiamo.

Risolviamo.

Ma cosa rimane per:

relazioni;

riposo;

curiosità;

piacere;

movimento;

affetto;

creatività;

tempo non produttivo?

La domanda ACT può essere:

“Se continuo a vivere esattamente così per altri cinque anni, mi sto avvicinando o allontanando dalla vita che considero importante?”

Il recupero deve essere programmato quanto l’impegno

Spesso organizziamo accuratamente ciò che dobbiamo fare.

Il recupero viene lasciato:

“Se avanza tempo.”

Ma il tempo raramente avanza.

Può essere necessario trattare il recupero come parte del funzionamento, non come premio finale.

Sonno.

Pause.

Movimento.

Relazioni.

Attività piacevoli.

Momenti senza prestazione.

Non sono necessariamente ciò che facciamo dopo aver finito tutto.

Possono essere ciò che ci permette di continuare senza consumare progressivamente tutte le risorse.

Schema Therapy: quando essere sempre efficienti diventa una regola

A un livello più profondo possiamo trovare schemi come:

Standard Severi

“Devo fare sempre di più.”

Autosacrificio

“Prima vengono gli altri.”

Sottomissione

“Non posso dire di no.”

Ricerca di approvazione

“Devo essere disponibile per essere apprezzato.”

Punitività

“Non ho diritto di fermarmi finché non ho fatto tutto.”

Queste regole possono trasformare anche una vita oggettivamente gestibile in una continua esperienza di pressione.

Esercizio pratico: le regole invisibili

Completa:

“Non posso fermarmi finché…”

“Se dico di no…”

“Se chiedo aiuto…”

“Una persona responsabile dovrebbe…”

“Per essere apprezzato devo…”

“Quando riposo penso…”

Poi chiediti:

“Chi sarei senza questa regola?”

Non per eliminarla immediatamente.

Per iniziare a vederla.

La parte esigente e la parte esausta

Possiamo vivere un conflitto interno.

Una parte dice:

“Vai avanti.”

“Non fermarti.”

“Puoi fare ancora qualcosa.”

Un’altra dice:

“Non ce la faccio più.”

La prima può giudicare la seconda:

“Sei pigro.”

La seconda può rispondere spegnendosi completamente.

La Schema Therapy può aiutare a costruire una posizione più adulta:

“Posso essere responsabile senza ignorare i miei limiti.”

EFT – cosa c’è sotto la stanchezza?

A volte diciamo:

“Sono stressato.”

Ma “stressato” può contenere molte emozioni.

Forse siamo:

arrabbiati perché stiamo dando troppo;

tristi per qualcosa che abbiamo perso;

spaventati dal futuro;

soli nella gestione delle responsabilità;

delusi;

frustrati;

feriti.

La parola stress può diventare un contenitore che nasconde emozioni differenti.

Esercizio pratico: se lo stress potesse parlare

Completa:

“Sono stanco di…”

Poi:

“La cosa che mi pesa di più è…”

“Quello che non riesco a dire è…”

“Sono arrabbiato perché…”

“Ho paura che…”

“Mi sento solo quando…”

Infine:

“Avrei bisogno di…”

Potremmo scoprire che dietro il bisogno di riposo esiste anche un bisogno di:

aiuto;

riconoscimento;

protezione;

confini;

vicinanza;

libertà;

possibilità di non essere sempre forti.

Psicoterapia psicodinamica: perché dobbiamo continuare a funzionare?

Arrivando al livello più profondo possiamo porci una domanda diversa:

“Perché per me è così difficile fermarmi?”

Non soltanto:

“Perché ho troppe cose da fare?”

Ma:

“Cosa significa per me non farle?”

Potrebbe emergere:

“Deluderei qualcuno.”

“Mi sentirei inutile.”

“Perderei il controllo.”

“Mi sentirei egoista.”

“Dovrei entrare in contatto con cose che preferisco non sentire.”

A volte l’iperattività non serve soltanto a fare.

Può servire anche a non sentire.

Essere necessari

Per alcune persone essere continuamente impegnate significa anche essere necessarie.

Essere quello che risolve.

Quello affidabile.

Quello che tiene insieme tutto.

Quello a cui gli altri si rivolgono.

Questa posizione può essere faticosa.

Ma può anche fornire:

identità;

valore;

riconoscimento;

sicurezza nelle relazioni.

Allora ridurre il carico può diventare emotivamente più complesso di quanto sembri.

Perché non stiamo soltanto lasciando un compito.

Potremmo sentire di stare lasciando un ruolo attraverso cui abbiamo imparato a sentirci importanti.

Esercizio psicodinamico: cosa succederebbe se smettessi di essere quello che regge tutto?

Prova a completare:

“Se smettessi di occuparmi di tutto…”

“Gli altri penserebbero…”

“Io mi sentirei…”

“La cosa che temo è…”

“La cosa che desidero, ma faccio fatica ad ammettere, è…”

Poi chiediti:

“Quando ho imparato che dovevo essere quello forte, responsabile o disponibile?”

Non dobbiamo necessariamente trovare un’unica origine.

Possiamo osservare la storia del ruolo.

Quando fare ci protegge dal sentire

Esistono momenti nei quali fermarsi fa emergere ciò che durante il giorno rimane coperto.

Tristezza.

Solitudine.

Preoccupazione.

Vuoto.

Conflitti.

Domande.

Possiamo allora riempire continuamente il tempo.

Non necessariamente in modo consapevole.

Finché siamo impegnati non dobbiamo ascoltare.

Il sovraccarico può essere reale.

Ma in alcuni casi anche l’attività continua può diventare una difesa dal mondo interno.

Il corpo può fermarsi prima di noi

Possiamo ignorare per molto tempo:

stanchezza;

irritabilità;

insonnia;

tensione;

difficoltà di concentrazione.

Pensando:

“Passerà.”

Ma il corpo può progressivamente rendere più difficile continuare allo stesso ritmo.

Questo non significa che ogni sintomo fisico sia causato dallo stress.

Sintomi persistenti, nuovi, importanti o insoliti devono essere valutati anche dal punto di vista medico.

Psicologico e fisico non sono alternative.

Possiamo prenderci cura di entrambi.

Stress, burnout, ansia e depressione non sono sinonimi

È importante distinguere.

Lo stress è una risposta alle richieste percepite.

Il burnout è un fenomeno specificamente legato al contesto lavorativo secondo la classificazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e non coincide semplicemente con qualsiasi forma di stanchezza.

Ansia e depressione sono condizioni differenti, anche se possono intrecciarsi con periodi di forte stress.

Sentirsi esausti non permette quindi, da solo, di stabilire una diagnosi.

Serve comprendere:

durata;

intensità;

contesto;

sintomi;

funzionamento;

storia della persona.

Quando chiedere aiuto

Può essere utile rivolgersi a un professionista quando stress e sovraccarico:

persistono nel tempo;

interferiscono con il sonno;

compromettono concentrazione e rendimento;

aumentano irritabilità e conflitti;

rendono difficile recuperare;

portano a isolamento;

fanno sentire costantemente sopraffatti;

si accompagnano ad ansia o depressione significative;

portano a utilizzare alcol, sostanze o altri comportamenti per riuscire a reggere.

Se compaiono pensieri di morte, suicidio o comportamenti autolesivi è importante cercare rapidamente un supporto professionale e, in presenza di un rischio immediato, rivolgersi ai servizi di emergenza.

Non tutto deve essere affrontato allo stesso livello

Possiamo procedere dal più immediato al più profondo.

La psicoeducazione permette di riconoscere il sovraccarico e distinguere richieste, risorse e recupero.

La mindfulness aiuta a interrompere il continuo spostamento mentale verso ciò che deve ancora essere fatto e a tornare al momento presente.

La DBT offre strumenti per regolare l’attivazione, tollerare i momenti di forte pressione e comunicare confini e bisogni.

L’ACT aiuta a distinguere ciò che possiamo controllare da ciò che dobbiamo imparare ad attraversare, riportando le scelte verso i propri valori.

Gli interventi comportamentali e organizzativi permettono di lavorare concretamente su sonno, pause, priorità, carico, recupero e confini.

La Schema Therapy permette di riconoscere Standard Severi, Autosacrificio, Sottomissione, Ricerca di approvazione e modalità critiche.

L’EFT aiuta a differenziare le emozioni che possono essere nascoste dentro la generica sensazione di essere stressati.

La psicoterapia psicodinamica, infine, permette di comprendere perché assumiamo determinati ruoli, perché è così difficile fermarci, chiedere aiuto o deludere qualcuno e quale significato abbiano assunto nella nostra storia produttività, responsabilità, bisogno e riposo.

Domande frequenti su stress e sovraccarico emotivo

Lo stress è sempre negativo?

No. Una certa attivazione è normale e può essere utile. Il problema emerge soprattutto quando è intensa o prolungata e le possibilità di recupero sono insufficienti.

Perché sono stanco anche se non faccio lavori fisicamente pesanti?

Anche preoccupazione, vigilanza, decisioni, gestione emotiva e responsabilità relazionali richiedono risorse. La stanchezza può avere inoltre cause fisiche che, quando necessario, devono essere valutate dal medico.

Perché quando finalmente posso riposare non riesco a rilassarmi?

Dopo periodi prolungati di attivazione il sistema non necessariamente passa immediatamente dalla modalità “fare” alla modalità “riposo”. Possono inoltre intervenire preoccupazioni, abitudini e convinzioni legate alla produttività.

Essere irritabile significa essere troppo stressato?

Può essere uno dei segnali, ma non è specifico dello stress. Va interpretato insieme agli altri elementi e al contesto.

Dire di no può aiutare?

Quando parte del sovraccarico deriva dall’assunzione eccessiva di richieste e responsabilità, imparare a stabilire confini può essere molto importante.

Devo eliminare tutti gli impegni?

No. L’obiettivo non è evitare ogni richiesta, ma costruire un rapporto più sostenibile tra richieste, risorse, priorità e recupero.

La mindfulness basta per lo stress?

Non sempre. Può essere uno strumento utile, ma se il problema è un carico oggettivamente eccessivo possono essere necessari cambiamenti concreti. Non dobbiamo utilizzare tecniche psicologiche per adattarci indefinitamente a condizioni insostenibili.

La psicoterapia può aiutare anche se il problema è il lavoro?

Sì, soprattutto per comprendere come stiamo affrontando quella situazione, quali confini possiamo costruire e quali schemi personali contribuiscono al sovraccarico. Ma la psicoterapia non deve trasformare un problema organizzativo o lavorativo reale in un problema esclusivamente individuale.

Non sempre dobbiamo imparare a sopportare di più

Quando siamo sovraccarichi possiamo pensare:

“Devo diventare più resistente.”

Qualche volta è utile aumentare le nostre capacità di regolazione.

Ma altre volte il segnale sta dicendo qualcosa di diverso:

“Così è troppo.”

Possiamo allora partire dal livello più concreto.

Ascoltare il corpo.

Riconoscere i pensieri.

Dare un nome alle emozioni.

Ridurre l’attivazione.

Stabilire priorità.

Chiedere aiuto.

Mettere confini.

Recuperare.

Poi possiamo andare più in profondità.

“Perché mi è così difficile fermarmi?”

“Perché sento di dover essere sempre disponibile?”

“Cosa temo accadrebbe se dicessi di no?”

“Quanto del mio valore dipende da quanto faccio?”

“Perché essere necessario è diventato così importante?”

“Cosa emerge quando finalmente non ho più niente da fare?”

“Quali bisogni sto continuando a rimandare?”

Lo stress può essere un segnale.

La stanchezza può essere un segnale.

L’irritabilità può essere un segnale.

Perfino quella sensazione di non sopportare più una richiesta apparentemente piccola può essere un segnale.

Non sempre ci stanno dicendo:

“Sei diventato più debole.”

A volte stanno dicendo:

“Stai cercando di essere forte da troppo tempo senza abbastanza spazio per recuperare.”

L’obiettivo non è costruire una vita nella quale non esistano pressioni.

È poter riconoscere quando accelerare, quando rallentare, quando accettare ciò che non possiamo cambiare e quando invece abbiamo bisogno di cambiare qualcosa.

Perché prendersi cura di sé non significa necessariamente imparare a reggere tutto.

A volte significa finalmente riconoscere che non tutto deve essere retto da noi.

Se ti riconosci in queste parole

Se senti di essere continuamente sotto pressione, fai fatica a staccare anche quando potresti riposare, ti irriti facilmente oppure hai la sensazione di dover continuare a funzionare nonostante mente e corpo ti chiedano di fermarti, può essere utile comprendere cosa sta sostenendo questo sovraccarico.

In psicoterapia possiamo partire da ciò che accade oggi — attivazione corporea, pensieri, emozioni, organizzazione della giornata e confini — per costruire strumenti concreti di regolazione e arrivare gradualmente a comprendere perché alcune responsabilità diventano così difficili da lasciare, perché chiedere aiuto o fermarsi può essere complicato e quale significato hanno assunto nella tua storia il dovere, l’efficienza e il bisogno di essere sempre presente per gli altri.

L’obiettivo non è semplicemente aiutarti a sopportare di più.

È capire cosa puoi continuare a sostenere, cosa puoi affrontare diversamente e cosa, forse, non hai più bisogno di portare nello stesso modo.

Se vuoi iniziare questo percorso, puoi contattarmi per un primo colloquio.

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