ACT – Acceptance and Commitment Therapy: cos’è, come funziona, tecniche e ambiti di applicazione
Non sempre possiamo scegliere ciò che la mente ci fa pensare o ciò che proviamo. Possiamo però imparare a scegliere come rispondere e in quale direzione muoverci.
Molte persone arrivano in psicoterapia con un obiettivo apparentemente semplice: smettere di provare qualcosa.
Non voglio più avere ansia.
Non voglio più pensare a quella situazione.
Non voglio più sentirmi triste.
Non voglio più avere paura.
È comprensibile. Quando un’esperienza interiore provoca sofferenza, il primo impulso è cercare di eliminarla.
Eppure esiste un paradosso: più cerchiamo disperatamente di controllare alcuni pensieri ed emozioni, più rischiamo di organizzare la nostra vita intorno al tentativo di non provarli.
Chi teme l’ansia può iniziare a evitare luoghi, situazioni e attività. Chi ha paura del giudizio può rinunciare a esporsi. Chi cerca di non ricordare un’esperienza dolorosa può allontanarsi da tutto ciò che potrebbe richiamarla.
Progressivamente il problema non è più soltanto l’ansia, la paura o la tristezza.
Il problema diventa quanto spazio della propria vita viene sacrificato nel tentativo di non provarle.
L’Acceptance and Commitment Therapy, conosciuta come ACT, parte proprio da questo punto.
Il suo obiettivo principale non consiste nell’eliminare pensieri ed emozioni difficili, ma nello sviluppare flessibilità psicologica: la capacità di entrare in contatto con ciò che accade dentro e fuori di noi e, nello stesso tempo, scegliere comportamenti coerenti con ciò che per noi conta davvero.
Che cos’è l’ACT?
L’Acceptance and Commitment Therapy è un approccio psicoterapeutico sviluppato a partire dagli anni Ottanta principalmente da Steven C. Hayes, Kelly G. Wilson e Kirk Strosahl.
Fa parte delle cosiddette terapie cognitivo-comportamentali di terza generazione o terza onda.
ACT si pronuncia generalmente come la parola inglese act, “agire”, e non semplicemente come tre lettere separate.
Questa scelta sintetizza bene una caratteristica fondamentale dell’approccio: la terapia non si limita alla comprensione dell’esperienza psicologica, ma cerca di aiutare la persona a costruire comportamenti concreti orientati verso ciò che considera importante.
Il modello integra strategie di accettazione, mindfulness, modificazione del rapporto con i pensieri, chiarificazione dei valori e cambiamento comportamentale.
La domanda centrale non è soltanto:
“Come posso stare meglio?”
ma anche:
“Come posso vivere in maniera significativa anche quando non posso controllare completamente ciò che provo?”
Il concetto centrale: la flessibilità psicologica
La flessibilità psicologica rappresenta il principale obiettivo dell’ACT.
Possiamo definirla come la capacità di essere presenti alla propria esperienza, aprirsi a pensieri ed emozioni anche quando sono difficili e modificare o mantenere il proprio comportamento in funzione della situazione e dei propri valori.
Essere flessibili non significa accettare passivamente qualsiasi cosa.
Significa riuscire a scegliere.
Una persona psicologicamente rigida potrebbe pensare:
“Se provo ansia non posso andare.”
Una posizione più flessibile potrebbe diventare:
“Sto provando ansia. Posso capire se andare sia comunque importante per me e decidere cosa fare.”
L’ansia può essere ancora presente.
Ciò che cambia è il potere che esercita sul comportamento.
Quando il controllo diventa parte del problema
Gli esseri umani imparano presto che risolvere un problema significa spesso eliminarne la causa.
Se piove, apro l’ombrello.
Se una stanza è fredda, accendo il riscaldamento.
Se c’è un ostacolo sulla strada, cerco un’altra via.
Questa capacità di controllo è estremamente utile nel mondo esterno.
Ma non sempre funziona allo stesso modo con l’esperienza interna.
Provate, per esempio, a imporvi:
“Per i prossimi trenta secondi non devo assolutamente pensare a un elefante rosa.”
Per verificare di non pensarci, la mente deve continuamente controllare se l’elefante rosa è presente.
E proprio così continua a richiamarlo.
Con emozioni e pensieri complessi il processo può essere molto più significativo.
“Non devo essere ansioso.”
“Non devo ricordare.”
“Non devo sentirmi insicuro.”
“Non devo avere questo pensiero.”
Una parte crescente dell’attenzione può essere assorbita dal tentativo di controllare l’esperienza.
Evitamento esperienziale
L’ACT utilizza il concetto di evitamento esperienziale per descrivere i tentativi di evitare, sopprimere o modificare determinate esperienze interne anche quando queste strategie producono conseguenze negative nel lungo periodo.
Non tutto l’evitamento è problematico.
Se una situazione è realmente pericolosa, evitarla può essere adattivo.
Il problema emerge quando la persona evita sistematicamente esperienze importanti soltanto per non entrare in contatto con emozioni difficili.
Per esempio:
non sostenere un esame per paura di fallire;
non iniziare una relazione per paura di essere lasciati;
non parlare durante una riunione per paura del giudizio;
non viaggiare per paura dell’ansia;
non affrontare un conflitto per evitare il disagio.
Nel breve periodo l’evitamento produce sollievo.
Questo sollievo lo rinforza.
Nel lungo periodo, però, il mondo della persona può diventare sempre più piccolo.
L’ACT non dice che bisogna accettare tutto
Il termine Acceptance può generare equivoci.
Accettare non significa rassegnarsi.
Non significa tollerare abusi.
Non significa rinunciare a modificare situazioni ingiuste.
Non significa pensare positivamente a qualcosa di doloroso.
L’accettazione ACT riguarda soprattutto la disponibilità a fare spazio alle esperienze interne che non possiamo controllare completamente, quando combatterle impedisce di vivere secondo ciò che conta.
Se una situazione esterna può essere modificata ed è importante modificarla, l’ACT sostiene l’azione.
Il punto è evitare che la lotta contro emozioni inevitabili diventi essa stessa una prigione.
La Relational Frame Theory
Alle fondamenta teoriche dell’ACT troviamo la Relational Frame Theory, o RFT, una teoria comportamentale del linguaggio e della cognizione.
La mente umana possiede una straordinaria capacità di creare relazioni tra eventi.
Possiamo collegare passato e futuro, immaginare conseguenze, confrontare noi stessi con altre persone, attribuire significati e costruire regole.
Questa capacità rende possibile gran parte della cultura e del pensiero umano.
Ma possiede anche un costo.
Possiamo soffrire per qualcosa che non sta accadendo in questo momento semplicemente immaginandolo.
Possiamo ricordare un’umiliazione avvenuta vent’anni prima e provare nuovamente vergogna.
Possiamo immaginare un fallimento futuro e provare ansia come se stesse già avvenendo.
Possiamo pronunciare mentalmente:
“Sono un fallimento”
e reagire a quella frase come se fosse una descrizione oggettiva della nostra identità.
L’ACT non cerca quindi di eliminare il linguaggio interno.
Lavora sul rapporto che abbiamo con ciò che la mente produce.
Il modello Hexaflex
L’ACT descrive sei processi fondamentali della flessibilità psicologica.
Vengono spesso rappresentati attraverso una figura esagonale chiamata Hexaflex.
I sei processi sono:
accettazione;
defusione cognitiva;
contatto con il momento presente;
Sé come contesto;
valori;
azione impegnata.
Questi processi non funzionano come sei tecniche completamente separate.
Interagiscono continuamente tra loro.
1. Accettazione
L’accettazione consiste nella disponibilità a fare spazio a pensieri, emozioni e sensazioni senza doverli necessariamente eliminare prima di poter agire.
Immaginiamo una persona che debba parlare davanti a un gruppo.
Potrebbe stabilire:
“Parlerò soltanto quando non avrò più ansia.”
Ma l’assenza completa di ansia potrebbe non arrivare mai.
L’alternativa ACT è:
“Posso portare con me una certa quantità di ansia mentre faccio qualcosa che considero importante.”
Non significa amare l’ansia.
Significa smettere di attribuirle automaticamente il potere di decidere.
La willingness: disponibilità all’esperienza
Un concetto strettamente collegato all’accettazione è la willingness, cioè la disponibilità ad avere determinate esperienze interne quando questo è necessario per muoversi verso ciò che conta.
La domanda può diventare:
“Sono disposto a provare questa emozione se è il prezzo per fare qualcosa di importante per me?”
Se desidero una relazione autentica, devo essere disposto anche alla possibilità di sentirmi vulnerabile.
Se voglio crescere professionalmente, potrei dover tollerare insicurezza e possibilità di errore.
Se desidero imparare qualcosa, dovrò probabilmente incontrare frustrazione.
Una vita significativa non è necessariamente una vita priva di emozioni difficili.
2. Defusione cognitiva
La fusione cognitiva si verifica quando reagiamo ai nostri pensieri come se fossero la realtà stessa.
Pensare:
“Non sono capace”
può diventare equivalente a:
“È un fatto che non sono capace.”
La defusione cerca di modificare questa relazione.
Il pensiero rimane presente, ma viene riconosciuto come un evento mentale.
“Sto avendo il pensiero che…”
Una delle tecniche più semplici consiste nel modificare linguisticamente la frase.
Da:
“Sono un fallimento.”
a:
“Sto avendo il pensiero di essere un fallimento.”
E, talvolta:
“Sto notando che la mia mente sta producendo il pensiero che io sia un fallimento.”
Il contenuto non viene contestato direttamente.
Si modifica la posizione della persona rispetto al pensiero.
Dare un nome alla storia
Quando alcuni pensieri si ripresentano frequentemente, è possibile riconoscerli come una “storia” prodotta dalla mente.
Per esempio:
“Ecco di nuovo la storia del non essere abbastanza.”
Oppure:
“È tornata la storia del prima o poi mi lasceranno.”
Questo non significa banalizzare l’esperienza.
Significa riconoscere che la mente tende a riproporre narrazioni conosciute.
Ringraziare la mente
Un altro esercizio consiste nel rispondere:
“Grazie, mente.”
La mente dice:
“Andrà malissimo.”
La risposta può essere:
“Grazie, mente. Capisco che stai cercando di proteggermi.”
Non dobbiamo convincerla a smettere.
Possiamo ascoltarla senza necessariamente obbedirle.
Ripetizione delle parole
Una parola emotivamente carica può essere ripetuta rapidamente per alcuni secondi.
La ripetizione può temporaneamente ridurne il significato letterale e far emergere il suo carattere di suono.
Questa tecnica viene utilizzata per mostrare esperienzialmente la differenza tra una parola e ciò che essa rappresenta.
Foglie sul ruscello
Una nota metafora ACT invita a immaginare i pensieri come foglie che scorrono sulla superficie di un ruscello.
Quando compare un pensiero, lo si appoggia simbolicamente su una foglia e lo si osserva passare.
Se ci si accorge di essersi nuovamente immersi nel pensiero, si ritorna semplicemente all’osservazione.
Lo scopo non è far sparire i pensieri.
È allenarsi a lasciarli andare e venire senza doverli seguire tutti.
Passeggeri sull’autobus
Un’altra metafora immagina la persona come l’autista di un autobus.
I passeggeri rappresentano pensieri, paure, ricordi ed emozioni.
Alcuni gridano:
“Non andare lì!”
“Fermati!”
“Farai una figuraccia!”
L’autista potrebbe passare tutta la vita cercando di farli scendere.
Oppure può imparare a guidare verso la propria destinazione anche mentre alcuni passeggeri protestano.
La metafora sintetizza uno dei principi centrali dell’ACT:
non è necessario far tacere la mente per poter scegliere la direzione.
3. Contatto con il momento presente
Una parte importante della sofferenza psicologica riguarda eventi che non stanno avvenendo nel presente.
La mente ritorna al passato:
“Non avrei dovuto…”
oppure anticipa il futuro:
“E se succedesse…?”
Naturalmente ricordare e pianificare sono capacità fondamentali.
Il problema nasce quando perdiamo continuamente il contatto con ciò che sta accadendo adesso.
Il processo ACT di contatto con il presente sviluppa la capacità di riportare flessibilmente l’attenzione all’esperienza attuale.
Grounding e attenzione sensoriale
Un esercizio può consistere semplicemente nel notare:
ciò che vediamo;
ciò che sentiamo;
le sensazioni corporee;
il contatto dei piedi con il pavimento;
il ritmo del respiro.
Non serve necessariamente raggiungere uno stato di rilassamento.
Lo scopo è tornare al presente.
Mindfulness nell’ACT
La mindfulness nell’ACT non viene utilizzata soltanto per ridurre lo stress.
Serve soprattutto a sviluppare una relazione differente con l’esperienza.
Possiamo osservare:
“C’è ansia.”
invece di:
“Non posso sopportare questa ansia.”
Oppure:
“La mia mente sta anticipando qualcosa.”
invece di assumere automaticamente che ciò che immaginiamo accadrà davvero.
4. Sé come contesto
Il Sé come contesto è probabilmente uno dei concetti ACT più difficili da spiegare.
Tendiamo a descriverci attraverso contenuti:
“Sono timido.”
“Sono insicuro.”
“Sono forte.”
“Sono una persona ansiosa.”
Queste descrizioni possono essere utili, ma rischiano di diventare identità rigide.
L’ACT distingue tra ciò che osserviamo e la prospettiva dalla quale osserviamo.
Se posso notare un pensiero, allora non sono soltanto quel pensiero.
Se posso osservare un’emozione, la mia identità non coincide completamente con quell’emozione.
Il Sé osservante
Un esercizio può invitare a riconoscere:
“Sto notando un pensiero.”
“Sto notando paura.”
“Sto notando un ricordo.”
Le esperienze cambiano continuamente.
La prospettiva dalla quale possiamo osservarle offre invece una forma di continuità.
Questo permette di ridurre l’identificazione rigida con alcune etichette personali.
La metafora della scacchiera
In una metafora ACT, pensieri ed emozioni vengono rappresentati come pezzi bianchi e neri su una scacchiera.
Se la persona si identifica con i pezzi bianchi, trascorrerà la vita cercando di eliminare quelli neri.
Ma potrebbe immaginarsi invece come la scacchiera che contiene entrambi.
La persona non è soltanto i propri pensieri positivi o negativi.
È lo spazio nel quale queste esperienze possono comparire.
5. I valori
I valori costituiscono una componente fondamentale dell’ACT.
Non sono semplicemente obiettivi.
Un obiettivo può essere raggiunto.
Un valore rappresenta una direzione.
Per esempio:
“Voglio sposarmi” è un obiettivo.
“Voglio costruire relazioni basate sulla cura e sulla presenza” può rappresentare un valore.
“Voglio ottenere quella promozione” è un obiettivo.
“Voglio lavorare con responsabilità e crescita” può rappresentare un valore.
Gli obiettivi possono essere spuntati da una lista.
I valori possono essere continuamente incarnati attraverso le azioni.
Valori e aspettative sociali
Non tutto ciò che consideriamo importante rappresenta necessariamente un valore autenticamente scelto.
A volte viviamo seguendo regole come:
“Dovrei avere successo.”
“Alla mia età dovrei essere sposato.”
“Devo dimostrare di valere.”
“Non posso deludere nessuno.”
Il lavoro sui valori cerca di distinguere ciò che desideriamo veramente dalle aspettative che abbiamo interiorizzato.
La domanda della bussola
Una metafora utile è quella della bussola.
La meta può cambiare.
La strada può essere difficile.
Il tempo può essere brutto.
La bussola indica però una direzione.
I valori svolgono una funzione simile.
Quando non possiamo scegliere come sentirci, possiamo ancora chiederci:
“Quale direzione voglio rappresentare attraverso ciò che faccio adesso?”
Il proprio funerale o l’ottantesimo compleanno
Alcuni esercizi ACT invitano a immaginare momenti futuri significativi.
Per esempio:
“Che cosa vorresti che le persone importanti dicessero di come hai vissuto?”
Non si tratta di un esercizio macabro.
Serve a spostare temporaneamente l’attenzione dalle urgenze quotidiane verso ciò che consideriamo realmente significativo.
Il Bull’s Eye
Il Bull’s Eye, o bersaglio dei valori, è uno strumento utilizzato per esplorare diverse aree della vita, come relazioni, lavoro, crescita personale e tempo libero.
La persona può valutare quanto il proprio comportamento attuale sia vicino o lontano dalla direzione desiderata.
Non misura quanto una persona sia “brava”.
Aiuta a individuare dove potrebbe essere utile iniziare a muoversi.
6. Azione impegnata
I valori diventano clinicamente utili quando vengono trasformati in comportamenti.
L’azione impegnata, o committed action, consiste nel costruire e mantenere comportamenti coerenti con i propri valori, adattandoli quando necessario.
Non è necessario aspettare di sentirsi pronti.
A volte l’azione precede la sensazione di sicurezza.
Obiettivi concreti
Un valore come:
“Voglio essere più presente nelle mie relazioni”
può essere trasformato in un comportamento:
“Questa settimana chiamerò una persona importante con cui non parlo da tempo.”
Un valore come:
“Prendermi cura della mia salute”
può diventare:
“Farò una passeggiata di trenta minuti tre volte questa settimana.”
Il passaggio dal valore all’azione impedisce che la terapia rimanga soltanto riflessiva.
Piccoli passi
Quando un obiettivo è molto grande, la mente può produrre immediatamente:
“Non ce la farò.”
L’ACT può lavorare sul passo più piccolo concretamente possibile.
Non:
“Devo cambiare completamente la mia vita.”
Ma:
“Qual è una piccola azione che posso fare oggi nella direzione che considero importante?”
Il Choice Point
Il Choice Point è uno strumento utilizzato nell’ACT contemporanea per rappresentare momenti nei quali possiamo scegliere tra comportamenti che ci avvicinano o ci allontanano dalla vita che desideriamo costruire.
Una situazione difficile produce pensieri ed emozioni.
Possiamo mettere in atto una away move, una mossa che ci allontana dai valori, oppure una toward move, una mossa che ci avvicina.
La distinzione non è morale.
Uno stesso comportamento può avere funzioni differenti in situazioni diverse.
La domanda è:
“Questa azione, qui e ora, mi porta nella direzione che voglio costruire?”
La matrice ACT
L’ACT Matrix organizza l’esperienza lungo due dimensioni.
Da una parte troviamo ciò che avviene internamente e ciò che avviene esternamente.
Dall’altra, i comportamenti orientati ad allontanarsi dalle esperienze indesiderate e quelli orientati verso ciò che conta.
La matrice può aiutare a visualizzare in modo semplice il rapporto tra emozioni difficili, strategie di evitamento, valori e azioni.
Creative Hopelessness
Il termine creative hopelessness può essere tradotto con cautela come riconoscimento dell’inefficacia delle vecchie strategie.
Non significa diventare senza speranza.
Il terapeuta aiuta la persona a osservare:
“Che cosa hai provato finora per eliminare questa esperienza?”
“Ha funzionato?”
“Per quanto tempo?”
“Quale prezzo hai pagato?”
Se anni di lotta contro l’ansia hanno prodotto una vita sempre più limitata, può emergere la possibilità di provare qualcosa di diverso.
La “rinuncia” riguarda la strategia inefficace, non la possibilità di stare meglio.
Espansione emotiva
L’ACT utilizza esercizi per imparare a fare spazio alle sensazioni emotive.
La persona può individuare dove sente l’emozione nel corpo, osservarne forma, temperatura, movimento e intensità e respirare simbolicamente intorno a quella sensazione.
Non si cerca necessariamente di ridurla.
Si allena la capacità di permetterle di essere presente senza combatterla continuamente.
Urge Surfing
Quando compare un impulso intenso, è possibile immaginarlo come un’onda.
L’onda cresce.
Raggiunge un picco.
Poi diminuisce.
L’urge surfing consiste nell’osservare l’impulso senza trasformarlo immediatamente in comportamento.
Può essere utilizzato in diversi contesti, ma in presenza di comportamenti ad alto rischio deve essere inserito all’interno di una valutazione e di un trattamento appropriati.
Esposizione e ACT
L’esposizione può integrarsi molto bene con l’ACT.
La persona non si espone semplicemente per “far sparire l’ansia”.
Può imparare a entrare in contatto con una situazione importante facendo spazio all’ansia e scegliendo di agire secondo i propri valori.
Per esempio, una persona con paura del giudizio potrebbe partecipare a una situazione sociale non perché debba dimostrare di non essere ansiosa, ma perché considera importante costruire relazioni.
L’obiettivo diventa più ampio della semplice riduzione sintomatica.
ACT e ansia
L’ansia rappresenta uno degli ambiti nei quali i principi ACT possono risultare particolarmente intuitivi.
La lotta contro l’ansia può infatti produrre evitamento.
La persona può progressivamente imparare a:
riconoscere le sensazioni;
defondersi dai pensieri catastrofici;
restare nel presente;
fare spazio all’attivazione;
orientarsi verso ciò che considera importante;
esporsi gradualmente alle situazioni evitate.
L’obiettivo non è necessariamente non provare più ansia.
È fare in modo che l’ansia determini sempre meno la direzione della vita.
ACT e attacchi di panico
Nel panico può svilupparsi una forte paura delle sensazioni corporee.
La persona non teme soltanto l’attacco.
Inizia a temere la possibilità di avere un altro attacco.
Questa paura può produrre evitamenti progressivi.
Gli interventi ACT possono aiutare a modificare il rapporto con sensazioni, pensieri e anticipazioni, spesso in integrazione con strategie espositive appropriate.
ACT e fobie
Nelle fobie l’evitamento produce sollievo immediato ma mantiene la paura.
L’ACT può accompagnare l’esposizione aiutando la persona a fare spazio alle sensazioni e a collegare il percorso a valori significativi.
Per le fobie specifiche, gli interventi basati sull’esposizione rimangono particolarmente importanti.
ACT e depressione
Nella depressione la persona può progressivamente ritirarsi da attività e relazioni.
Pensieri come:
“Non servirà a niente”
oppure:
“Non ne ho voglia”
possono diventare regole che determinano il comportamento.
L’ACT può lavorare sulla defusione da questi pensieri e sulla costruzione di piccole azioni coerenti con i valori anche quando la motivazione è ridotta.
Questo aspetto presenta punti di contatto con l’attivazione comportamentale.
ACT e pensieri ossessivi
I tentativi di eliminare completamente pensieri intrusivi possono paradossalmente aumentarne la rilevanza.
La defusione e l’accettazione possono aiutare a considerarli come eventi mentali senza attribuire loro automaticamente un significato.
Nel disturbo ossessivo-compulsivo, tuttavia, l’Exposure and Response Prevention rappresenta un trattamento centrale basato sulle evidenze.
Gli strumenti ACT possono essere integrati senza sostituire impropriamente gli interventi specifici.
ACT e dolore cronico
Il dolore cronico è uno degli ambiti nei quali l’ACT è stata ampiamente studiata.
L’obiettivo non consiste nel sostenere che il dolore sia “soltanto psicologico”.
Il dolore è reale.
Il lavoro riguarda il rapporto con l’esperienza dolorosa e la possibilità di mantenere, quando possibile, attività significative nonostante la presenza di sintomi.
Per alcune condizioni di dolore cronico, l’ACT è inclusa tra gli interventi psicologici considerati dalle linee guida cliniche.
ACT e stress
Quando lo stress deriva da condizioni modificabili, è importante intervenire anche sui problemi concreti.
Quando invece una parte dell’esperienza non può essere immediatamente controllata, l’ACT può aiutare a distinguere ciò che possiamo modificare da ciò che dobbiamo temporaneamente imparare ad attraversare.
ACT e difficoltà relazionali
Nelle relazioni possiamo diventare fortemente fusi con pensieri come:
“Se mi amasse dovrebbe capire senza che io glielo dica.”
“Se discutiamo significa che la relazione non funziona.”
“Se dico di no mi abbandonerà.”
La defusione permette di osservare queste regole.
Il lavoro sui valori può invece chiedere:
“Che tipo di partner, amico o familiare vuoi essere?”
Da qui possono emergere azioni più consapevoli.
ACT e autostima
L’ACT propone una prospettiva particolare sul tema dell’autostima.
Invece di dedicare necessariamente tutte le energie a convincersi di essere migliori, può aiutare a ridurre la necessità di definire continuamente il proprio valore.
La mente può dire:
“Non sono abbastanza.”
La persona può imparare a riconoscere quel pensiero e contemporaneamente scegliere di comportarsi secondo i propri valori.
Il valore personale non deve essere continuamente sottoposto a un processo interno.
ACT e perfezionismo
Nel perfezionismo la mente può costruire regole rigide:
“Se non posso farlo perfettamente, non devo farlo.”
“Un errore dimostra che non sono abbastanza.”
“Posso riposare soltanto quando avrò finito tutto.”
La defusione aiuta a osservare queste regole.
Il lavoro sui valori permette di distinguere l’eccellenza scelta dalla perfezione utilizzata per evitare vergogna, giudizio o senso di inadeguatezza.
ACT e regolazione emotiva
L’ACT non considera la regolazione emotiva come controllo diretto dell’emozione.
Insegna piuttosto una forma di regolazione basata sulla flessibilità.
Posso riconoscere un’emozione.
Posso farle spazio.
Posso osservare i pensieri associati.
Posso tornare al presente.
E posso scegliere il comportamento.
L’emozione può cambiare come conseguenza.
Ma non deve necessariamente cambiare prima che io possa vivere.
ACT e dipendenze
L’ACT è stata studiata anche nell’ambito delle dipendenze.
Defusione, accettazione degli impulsi, urge surfing, valori e azione impegnata possono contribuire a costruire una risposta differente al craving.
Le dipendenze richiedono comunque trattamenti specifici e, quando necessario, interventi medici, farmacologici e multidisciplinari.
ACT e disturbi alimentari
I processi di evitamento esperienziale, fusione cognitiva e rigidità possono essere rilevanti anche in alcune difficoltà legate all’alimentazione e all’immagine corporea.
Gli strumenti ACT possono essere integrati in trattamenti specifici.
I disturbi della nutrizione e dell’alimentazione richiedono però una valutazione specialistica e, frequentemente, un approccio multidisciplinare.
ACT e trauma
L’ACT può aiutare a lavorare sul rapporto con ricordi, emozioni e strategie di evitamento associate a esperienze traumatiche.
Non sostituisce automaticamente i trattamenti trauma-focused raccomandati per il PTSD.
Può tuttavia contribuire allo sviluppo della flessibilità psicologica e, in determinati programmi, integrarsi con interventi specifici sul trauma.
ACT e psicoterapia psicodinamica
ACT e psicoterapia psicodinamica utilizzano linguaggi teorici differenti.
La psicoterapia psicodinamica cerca spesso di comprendere il significato dell’esperienza, i conflitti, le difese, la storia relazionale e ciò che tende a ripetersi.
L’ACT può porre una domanda differente:
“Anche se questo pensiero o questa emozione continua a presentarsi, come vuoi comportarti quando arriva?”
Le due prospettive possono quindi lavorare su livelli complementari.
La comprensione psicodinamica può aiutare a riconoscere perché una determinata esperienza possieda una particolare intensità.
Gli strumenti ACT possono aiutare la persona a non aspettare necessariamente che quell’esperienza scompaia prima di tornare a vivere.
ACT e Schema Therapy
La Schema Therapy può identificare una struttura profonda come:
“Sono inadeguato.”
L’ACT può aiutare a modificare il rapporto con il pensiero:
“La mia mente sta producendo nuovamente la storia dell’inadeguatezza.”
La Schema Therapy può lavorare sull’origine, sui bisogni emotivi e sui mode collegati allo schema.
L’ACT può favorire defusione, accettazione e comportamenti orientati ai valori quando lo schema viene attivato.
ACT e DBT
ACT e DBT condividono l’importanza dell’accettazione e della mindfulness, ma utilizzano modelli differenti.
La DBT dispone di un sistema particolarmente strutturato di abilità per regolazione emotiva, tolleranza della sofferenza e relazioni interpersonali.
L’ACT concentra maggiormente l’attenzione sulla flessibilità psicologica, sulla funzione dei comportamenti e sull’orientamento ai valori.
In alcuni percorsi, strumenti provenienti da entrambi possono risultare complementari.
ACT e mindfulness
La mindfulness è una componente fondamentale dell’ACT, ma ACT e mindfulness non sono sinonimi.
La mindfulness contribuisce soprattutto al contatto con il presente e alla capacità di osservare l’esperienza.
L’ACT inserisce questi processi in un modello più ampio che comprende defusione, accettazione, Sé come contesto, valori e azione impegnata.
Essere consapevoli rappresenta quindi un mezzo.
La finalità è vivere con maggiore flessibilità.
Come può svolgersi concretamente una seduta ACT?
Immaginiamo una persona che dica:
“Vorrei cambiare lavoro, ma ogni volta penso che non sarò all’altezza. Quindi non mando mai il curriculum.”
Il terapeuta potrebbe inizialmente esplorare ciò che accade.
Compare il pensiero:
“Non sarò all’altezza.”
Compare ansia.
La persona evita di candidarsi.
Immediatamente l’ansia diminuisce.
Nel lungo periodo rimane però in un lavoro che vive come insoddisfacente.
L’ACT potrebbe esplorare:
Fusione: quanto la frase “non sarò all’altezza” viene vissuta come un fatto?
Evitamento: non candidarsi serve soprattutto a evitare ansia e possibile rifiuto?
Valori: che cosa conta realmente nell’ambito professionale?
Accettazione: la persona è disponibile a provare una certa quantità di insicurezza?
Defusione: può riconoscere “sto avendo il pensiero che non sarò all’altezza”?
Azione impegnata: qual è il passo concreto più piccolo?
Forse non sarà:
“Domani cambio lavoro.”
Potrebbe essere:
“Entro venerdì aggiorno il curriculum.”
Poi:
“Invio una candidatura.”
L’ansia non deve necessariamente scomparire.
La persona impara progressivamente che può muoversi anche in sua presenza.
L’ACT utilizza metafore ed esercizi esperienziali
Una caratteristica dell’approccio è il frequente utilizzo di metafore.
Non servono semplicemente a rendere la terapia più piacevole.
Permettono di sperimentare alcuni concetti invece di comprenderli soltanto razionalmente.
La metafora delle sabbie mobili
Quando una persona cade nelle sabbie mobili, l’istinto è agitarsi violentemente per uscire.
Ma proprio quella lotta può farla sprofondare maggiormente.
La strategia controintuitiva consiste nell’aumentare la superficie di contatto e smettere di combattere nello stesso modo.
La metafora viene utilizzata per rappresentare alcune lotte psicologiche.
Più cerchiamo disperatamente di eliminare un’esperienza interna, più possiamo rimanere intrappolati nella lotta.
Il tiro alla fune con il mostro
Immaginiamo di essere impegnati in un tiro alla fune con un mostro.
Tra noi c’è un precipizio.
Crediamo che l’unico modo per salvarci sia vincere.
Tiriamo sempre più forte.
Ma esiste un’altra possibilità:
lasciare la corda.
Il mostro potrebbe non scomparire.
Ma noi smettiamo di organizzare tutta la nostra energia intorno alla lotta.
Il cielo e il tempo atmosferico
Pensieri ed emozioni possono essere immaginati come il tempo atmosferico.
A volte c’è il sole.
A volte piove.
A volte arriva una tempesta.
Il cielo può contenere tutte queste condizioni senza coincidere completamente con nessuna di esse.
Questa metafora viene utilizzata soprattutto nel lavoro sul Sé come contesto.
ACT significa pensare positivo?
No.
L’ACT non cerca necessariamente di sostituire pensieri negativi con pensieri positivi.
Un pensiero positivo può essere utile, ma può diventare un’altra forma di lotta se viene utilizzato per obbligarsi a non avere pensieri difficili.
La domanda ACT è soprattutto:
“Quanto è utile seguire questo pensiero in questo momento?”
e:
“Che cosa succede se posso riconoscerlo come un pensiero senza dover stabilire immediatamente se sia vero o falso?”
ACT significa non cambiare mai i pensieri?
No.
Se una convinzione può essere verificata e modificata attraverso informazioni concrete, non esiste alcun divieto di farlo.
L’ACT sottolinea però che non tutti i pensieri devono essere risolti prima di poter agire.
Alcuni possono semplicemente essere lasciati sullo sfondo mentre la persona continua nella propria direzione.
L’obiettivo dell’ACT è ridurre i sintomi?
La riduzione dei sintomi può avvenire e rappresentare naturalmente un risultato desiderabile.
Tuttavia, l’ACT cerca di evitare che la vita venga sospesa fino alla completa scomparsa dei sintomi.
Se l’unica condizione per vivere diventa:
“Comincerò quando non avrò più ansia”
la persona potrebbe aspettare molto tempo.
L’obiettivo diventa quindi costruire una vita significativa mentre si lavora anche sulla sofferenza.
Paradossalmente, quando diminuisce la lotta contro l’esperienza, alcuni sintomi possono ridursi.
Ma questa riduzione non viene trasformata nell’unico criterio di successo.
Cosa dice la ricerca scientifica sull’ACT?
L’ACT è stata oggetto di numerosi studi clinici randomizzati, revisioni sistematiche e meta-analisi.
La ricerca ne ha valutato l’applicazione in diversi ambiti, tra cui ansia, depressione, dolore cronico e alcune condizioni mediche e comportamentali.
Le evidenze variano a seconda della condizione studiata, del confronto utilizzato e della qualità metodologica degli studi.
In diversi ambiti l’ACT è considerata un trattamento evidence-based o un’opzione psicologica supportata dalla ricerca.
Questo non significa che sia superiore a tutte le altre psicoterapie o che rappresenti automaticamente la scelta migliore per ogni persona.
La selezione del trattamento deve considerare il problema clinico, le evidenze disponibili, le preferenze individuali e le competenze del professionista.
Quanto dura una terapia ACT?
Non esiste una durata unica.
Sono stati sviluppati protocolli ACT brevi e focalizzati e percorsi più lunghi.
Inoltre, i principi ACT possono essere integrati all’interno di psicoterapie con una cornice teorica differente.
La durata dipende dagli obiettivi, dalla complessità delle difficoltà, dalla risposta al trattamento e dal contesto clinico.
Il mio modo di integrare l’ACT
Nel mio lavoro la prospettiva psicodinamica rappresenta la cornice principale attraverso cui cerco di comprendere la persona, la sua storia, le relazioni e i significati delle sue esperienze.
Gli strumenti ACT possono aggiungere una domanda importante.
Dopo aver compreso perché una determinata emozione ritorna, possiamo chiederci:
“Che rapporto voglio avere oggi con questa emozione?”
Dopo aver riconosciuto l’origine di una voce autocritica, possiamo lavorare affinché quella voce non determini automaticamente ogni decisione.
Dopo aver compreso perché una relazione attivi paura, possiamo chiederci quale comportamento sia maggiormente coerente con il tipo di persona e di relazione che desideriamo costruire.
In questo senso, comprensione e flessibilità possono procedere insieme.
La storia aiuta a comprendere perché alcune esperienze abbiano acquisito un determinato significato.
L’ACT può offrire strumenti per evitare che quel significato diventi necessariamente un destino.
Utilizzo quindi i contributi dell’ACT quando possono aiutare la persona a osservare pensieri ed emozioni con maggiore distanza, tollerare esperienze interne difficili, riconoscere ciò che per lei conta e tradurlo in azioni concrete.
Domande frequenti sull’ACT
L’ACT insegna ad accettare la sofferenza?
Insegna a distinguere tra il dolore inevitabile e la sofferenza aggiuntiva prodotta da alcune forme di lotta contro l’esperienza. Accettazione non significa rassegnazione.
Devo smettere di cercare di stare meglio?
No. Il punto è evitare che tutta la vita venga organizzata intorno alla necessità di eliminare ogni esperienza spiacevole.
Che cos’è la defusione?
È il processo attraverso cui impariamo a vedere i pensieri come eventi mentali invece di reagire automaticamente come se fossero fatti.
Defondersi significa non credere a nessun pensiero?
No. Significa creare sufficiente distanza per poter valutare se e come rispondere a ciò che la mente produce.
Che cosa sono i valori?
Sono direzioni di vita personalmente significative, come essere presenti nelle relazioni, crescere, prendersi cura, contribuire o vivere con autenticità.
Qual è la differenza tra valore e obiettivo?
Un obiettivo può essere raggiunto. Un valore indica una direzione che può essere continuamente espressa attraverso i comportamenti.
ACT e mindfulness sono la stessa cosa?
No. La mindfulness rappresenta una componente dell’ACT, che comprende anche accettazione, defusione, Sé come contesto, valori e azione impegnata.
L’ACT può aiutare con l’ansia?
Può essere utilizzata nei disturbi d’ansia e nei problemi caratterizzati da evitamento. Per alcune condizioni può essere integrata con interventi specifici come l’esposizione.
L’ACT può essere integrata con altri approcci?
Sì, quando esiste una formulazione clinica coerente e il professionista possiede competenze adeguate.
Bisogna aspettare di sentirsi meglio prima di agire?
Uno dei principi dell’ACT è proprio il contrario: in molti casi è possibile iniziare a muoversi verso ciò che conta anche mentre sono presenti emozioni difficili.
Non possiamo aspettare che la mente ci dia sempre il permesso di vivere
La mente umana è straordinariamente brava a proteggerci.
Ricorda ciò che ci ha fatto male.
Immagina ciò che potrebbe andare storto.
Cerca di anticipare il rifiuto.
Ci avverte dei rischi.
Ci ricorda gli errori.
Il problema nasce quando ogni avvertimento viene trasformato in un ordine.
“Potresti fallire.”
Allora non provo.
“Potresti essere rifiutato.”
Allora non mi avvicino.
“Potresti avere un attacco di panico.”
Allora non esco.
“Potresti soffrire.”
Allora non mi lego.
In questo modo possiamo riuscire a evitare alcune esperienze dolorose.
Ma rischiamo contemporaneamente di evitare anche una parte della nostra vita.
L’ACT propone una possibilità diversa.
Possiamo ascoltare ciò che la mente ci dice senza essere obbligati a seguirla sempre.
Possiamo lasciare spazio alla paura e continuare a camminare.
Possiamo sentire insicurezza e provare comunque.
Possiamo avere un ricordo doloroso senza permettere che quel ricordo definisca interamente il presente.
Possiamo riconoscere che alcune cose non dipendono da noi e investire maggiormente in quelle che possiamo scegliere.
La domanda, allora, non è più soltanto:
“Come faccio a non sentirmi così?”
Può diventare:
“Anche con ciò che sto sentendo in questo momento, quale piccolo passo posso fare verso la vita che desidero costruire?”
Ed è proprio in quello spazio, tra ciò che la mente produce e ciò che scegliamo di fare, che può iniziare a svilupparsi una maggiore libertà psicologica.