EFT – Emotion Focused Therapy: cos’è, come funziona, tecniche e ambiti di applicazione

Le emozioni non sono semplicemente qualcosa da controllare: possono diventare una via per comprendere i propri bisogni, trasformare esperienze dolorose e costruire un rapporto diverso con sé stessi e con gli altri.

Ci sono emozioni che riusciamo a riconoscere facilmente.

Sappiamo di essere arrabbiati perché qualcuno ci ha ferito. Sappiamo di essere tristi perché abbiamo perso qualcosa di importante. Sappiamo di avere paura perché percepiamo una minaccia.

Altre volte, però, ciò che sentiamo è molto più difficile da comprendere.

Possiamo reagire con rabbia quando in realtà ci sentiamo profondamente vulnerabili.

Possiamo sentirci in colpa ogni volta che proviamo a dire di no.

Possiamo vergognarci quando avremmo bisogno di essere rassicurati.

Possiamo criticare duramente noi stessi proprio nei momenti in cui avremmo maggiormente bisogno di comprensione.

Oppure possiamo aver imparato a tenere le emozioni a distanza, convincendoci che sentirle significhi essere deboli, perdere il controllo o soffrire troppo.

L’Emotion-Focused Therapy, conosciuta come EFT o Terapia Focalizzata sulle Emozioni, parte da un principio fondamentale:

le emozioni non rappresentano soltanto il problema da risolvere. Possono diventare parte del processo attraverso cui avviene il cambiamento.

L’obiettivo non consiste semplicemente nel “sfogarsi” o nell’esprimere qualsiasi emozione.

Il lavoro terapeutico cerca di aiutare la persona a riconoscere ciò che sente, comprenderne il significato, distinguere le emozioni che forniscono informazioni utili da quelle costruite attraverso esperienze dolorose precedenti e trasformare alcuni schemi emotivi attraverso nuove esperienze.

Che cos’è l’Emotion-Focused Therapy?

L’Emotion-Focused Therapy è un approccio psicoterapeutico sviluppato soprattutto attraverso il lavoro di Leslie Greenberg, Robert Elliott e altri ricercatori e clinici provenienti dalla tradizione umanistico-esperienziale.

Integra contributi della terapia centrata sulla persona, della Gestalt Therapy, della teoria delle emozioni, della ricerca sui processi psicoterapeutici e, nelle sue successive evoluzioni, delle conoscenze contemporanee sul funzionamento emotivo.

Alla base dell’EFT troviamo l’idea che le emozioni costituiscano un sistema fondamentale attraverso cui l’essere umano attribuisce significato alle esperienze e organizza le proprie risposte.

Le emozioni ci informano.

Ci preparano all’azione.

Segnalano bisogni.

Influenzano le relazioni.

Contribuiscono alla costruzione del senso che attribuiamo a noi stessi e agli altri.

Per questo motivo, cambiare profondamente non significa necessariamente imparare a non sentire.

Può significare imparare a sentire in modo più consapevole, comprendere ciò che l’emozione sta comunicando e trasformare le risposte emotive che continuano a produrre sofferenza.

EFT individuale ed Emotionally Focused Therapy di coppia: una distinzione importante

L’acronimo EFT viene utilizzato per indicare approcci collegati ma non completamente sovrapponibili.

L’Emotion-Focused Therapy sviluppata principalmente da Leslie Greenberg è un modello esperienziale rivolto al lavoro con le emozioni nella psicoterapia individuale e, attraverso specifici sviluppi, anche in altri contesti.

L’Emotionally Focused Therapy, sviluppata soprattutto da Sue Johnson e Les Greenberg nelle sue origini, è invece particolarmente conosciuta per il trattamento delle coppie ed è fortemente collegata alla teoria dell’attaccamento.

Nel linguaggio comune entrambe vengono spesso indicate semplicemente come EFT.

In questo articolo mi concentro principalmente sull’Emotion-Focused Therapy individuale, richiamando successivamente anche alcuni aspetti dell’applicazione alle relazioni di coppia.

Perché le emozioni sono così importanti?

Le emozioni rappresentano sistemi estremamente rapidi di elaborazione dell’esperienza.

Prima ancora di costruire un ragionamento articolato possiamo percepire che qualcosa ci attrae, ci minaccia, ci ferisce o ci fa sentire al sicuro.

La paura può prepararci a proteggerci.

La rabbia può segnalare una violazione o un ostacolo.

La tristezza può accompagnare una perdita e favorire la ricerca di vicinanza.

La vergogna può segnalare la percezione di essere esposti negativamente allo sguardo degli altri.

La colpa può emergere quando riteniamo di aver danneggiato qualcuno o violato un nostro valore.

Ma ciò che sentiamo non dipende soltanto da ciò che sta accadendo nel presente.

Le emozioni vengono influenzate anche dalla nostra storia.

Una situazione apparentemente piccola può quindi attivare un’esperienza emotiva molto intensa perché entra in contatto con significati costruiti nel corso della vita.

Gli schemi emotivi

Uno dei concetti importanti dell’EFT riguarda gli schemi emotivi.

Nel corso delle nostre esperienze costruiamo organizzazioni relativamente stabili che collegano situazioni, percezioni, emozioni, bisogni, ricordi e tendenze all’azione.

Immaginiamo una persona che abbia sperimentato ripetutamente critica e svalutazione.

Una situazione attuale nella quale qualcuno formula una semplice osservazione può attivare rapidamente:

“Ho sbagliato.”

poi:

“Non sono abbastanza.”

e infine vergogna, chiusura o bisogno di difendersi.

La risposta attuale non riguarda necessariamente soltanto ciò che sta accadendo nel presente.

Può essere organizzata da uno schema emotivo più antico.

L’EFT cerca di rendere accessibili questi schemi affinché possano essere compresi e trasformati.

Non tutte le emozioni hanno la stessa funzione

Una caratteristica particolarmente importante dell’EFT è la distinzione tra differenti tipi di esperienza emotiva.

Non basta chiedersi:

“Che cosa sto provando?”

Può essere necessario comprendere anche:

“Che tipo di emozione è questa?”

Emozioni primarie adattive

Le emozioni primarie adattive rappresentano risposte immediate e funzionali alla situazione.

Se qualcuno invade realmente i miei confini, la rabbia può aiutarmi a proteggerli.

Se perdo una persona importante, la tristezza può aiutarmi ad attraversare la perdita.

Se mi trovo davanti a un pericolo reale, la paura prepara il mio organismo alla protezione.

Queste emozioni contengono spesso informazioni importanti sui bisogni della persona.

Il lavoro terapeutico non mira quindi necessariamente a ridurle.

Può aiutare a riconoscerle e utilizzarle.

Emozioni primarie maladattive

Le emozioni primarie maladattive sono anch’esse immediate e profonde, ma derivano spesso da apprendimenti emotivi costruiti attraverso esperienze dolorose precedenti.

Una persona può, per esempio, provare automaticamente una forte vergogna quando esprime un bisogno.

Nel presente non sta facendo nulla di sbagliato.

Eppure il suo sistema emotivo reagisce come se mostrarsi vulnerabile fosse pericoloso o umiliante.

Un’altra persona può percepire immediatamente paura di essere abbandonata davanti a piccoli segnali di distanza.

Queste emozioni non sono “false”.

Sono realmente vissute.

Ma possono essere risposte costruite sulla base di esperienze precedenti e non pienamente adeguate alla situazione attuale.

È soprattutto qui che l’EFT cerca una trasformazione emotiva.

Emozioni secondarie

Le emozioni secondarie rappresentano reazioni ad altre emozioni.

Posso provare tristezza e poi arrabbiarmi perché non voglio sentirmi triste.

Posso avere paura e successivamente vergognarmi della mia paura.

Posso sentirmi ferito e reagire con rabbia.

A volte ciò che appare inizialmente in terapia è proprio l’emozione secondaria.

Una persona può dire:

“Sono sempre arrabbiato.”

Ma esplorando l’esperienza può emergere:

“Quando quella persona si allontana, prima ancora della rabbia sento che non conto nulla.”

La rabbia non viene negata.

Viene compresa all’interno di un processo emotivo più profondo.

Emozioni strumentali

In alcuni casi l’espressione emotiva può assumere anche una funzione relazionale.

Un’emozione può essere utilizzata, spesso senza piena consapevolezza, per ottenere una determinata risposta dagli altri.

Per esempio, mostrare rabbia può diventare un modo per impedire agli altri di avvicinarsi.

Mostrare fragilità può, in alcune dinamiche, diventare un modo per ottenere rassicurazione.

Questo non significa che l’emozione sia necessariamente simulata.

L’EFT cerca di comprendere quale funzione assuma nel rapporto con gli altri.

L’emozione indica spesso un bisogno

Uno degli aspetti più importanti del lavoro EFT consiste nel collegare l’emozione al bisogno sottostante.

Dietro la tristezza può esserci bisogno di vicinanza.

Dietro una rabbia adattiva può esserci bisogno di protezione o rispetto.

Dietro la paura può esserci bisogno di sicurezza.

Dietro la vergogna può esserci bisogno di accettazione.

Questo passaggio è importante perché molte persone riconoscono ciò che provano senza sapere realmente di cosa avrebbero bisogno.

Altre hanno imparato a considerare alcuni bisogni come illegittimi.

Il lavoro terapeutico permette progressivamente di riconoscerli senza trasformarli automaticamente in pretese verso gli altri.

Consapevolezza emotiva

Il primo grande processo terapeutico riguarda la capacità di entrare in contatto con l’esperienza.

Può sembrare semplice, ma non sempre lo è.

Alcune persone sanno descrivere perfettamente ciò che è accaduto, ma fanno molta fatica a riconoscere ciò che hanno provato.

Possono raccontare:

“È successo questo, poi ho fatto questo, poi lui ha detto questo.”

Quando viene chiesto:

“Che cosa hai sentito in quel momento?”

la risposta può essere:

“Non lo so.”

L’EFT aiuta a rallentare.

Che cosa succede nel corpo?

Dove senti questa esperienza?

Se dovessi darle un nome, quale sarebbe?

Che cosa ti fa venire voglia di fare?

Di cosa avresti bisogno?

L’emozione viene gradualmente resa più accessibile.

Dare un nome alle emozioni

Dare un nome preciso all’esperienza può già modificarne il modo in cui viene vissuta.

Dire:

“Sto male”

è molto diverso da riconoscere:

“Mi sento ferito perché mi sono sentito escluso.”

Oppure:

“Ho paura che quella persona possa allontanarsi.”

Oppure:

“Mi vergogno perché temo che gli altri vedano qualcosa di sbagliato in me.”

La precisione emotiva permette di comprendere meglio ciò che sta accadendo e di individuare il bisogno collegato.

Il corpo come accesso all’esperienza emotiva

Le emozioni non vengono vissute soltanto attraverso i pensieri.

Possiamo sentirle nel petto, nello stomaco, nella gola, nel viso, nella postura o nella respirazione.

Il terapeuta può quindi invitare la persona a portare attenzione alle sensazioni corporee.

“Quando dici questa frase, cosa succede dentro di te?”

“Dove senti quella tristezza?”

“Se rimanessi qualche secondo con quella sensazione, cosa emergerebbe?”

Non si tratta di interpretare automaticamente ogni sensazione.

Il corpo diventa una possibile via di accesso all’esperienza.

Focusing

Tra le influenze dell’EFT troviamo anche il lavoro esperienziale collegato al Focusing di Eugene Gendlin.

La persona viene aiutata a entrare in contatto con un felt sense, una sensazione globale e inizialmente non completamente definita dell’esperienza.

Può essere qualcosa come:

“C’è un peso qui.”

oppure:

“È come un nodo.”

Rimanendo in contatto con quella sensazione possono emergere progressivamente parole, immagini, ricordi o significati.

L’obiettivo non è forzare un’interpretazione.

È permettere all’esperienza di prendere forma.

La relazione terapeutica nell’EFT

L’EFT attribuisce grande importanza alla relazione terapeutica.

Empatia, autenticità e accettazione non sono considerate semplicemente condizioni piacevoli.

Creano il contesto nel quale la persona può avvicinarsi a esperienze emotive che normalmente evita o teme.

Quando qualcuno ha imparato che mostrare vulnerabilità conduce a critica o rifiuto, riuscire a esprimere quella vulnerabilità in una relazione nella quale viene accolta in modo differente può rappresentare un’esperienza terapeuticamente significativa.

Il terapeuta non si limita quindi a osservare dall’esterno.

Accompagna attivamente la persona nel processo emotivo.

I marker terapeutici

Una caratteristica tecnica dell’EFT è l’utilizzo dei cosiddetti marker.

Un marker è un segnale che indica la presenza di un particolare processo problematico e suggerisce uno specifico tipo di intervento esperienziale.

Questo rende l’EFT molto più strutturata di quanto possa apparire dall’esterno.

Il terapeuta non utilizza semplicemente tecniche emotive in maniera casuale.

Osserva ciò che emerge e sceglie l’intervento sulla base del processo presente.

Self-Critical Split: quando una parte di noi attacca l’altra

Uno dei marker più conosciuti riguarda il conflitto autocritico.

La persona può dire:

“Sono debole.”

“Non faccio mai abbastanza.”

“Dovrei essere diverso.”

“Mi faccio schifo quando reagisco così.”

In questi momenti sembra esistere una parte che giudica e una parte che riceve il giudizio.

L’EFT può utilizzare il chair work, cioè il lavoro con le sedie, per rendere esplicito questo dialogo.

Il lavoro delle due sedie

Il terapeuta può invitare la persona a immaginare la parte critica su una sedia e la parte criticata sull’altra.

Dalla posizione critica possono emergere frasi come:

“Devi essere perfetto.”

“Non puoi sbagliare.”

“Se mostri debolezza, gli altri ti distruggeranno.”

Successivamente la persona cambia posizione.

La parte che riceve queste critiche può finalmente esprimere ciò che prova:

“Sono stanco.”

“Mi fai sentire come se non fossi mai abbastanza.”

“Ho bisogno che tu smetta di trattarmi così.”

Il conflitto che normalmente avviene rapidamente e automaticamente diventa visibile.

Cosa può emergere dietro l’autocritica?

L’autocritica non viene considerata soltanto un pensiero irrazionale da correggere.

Può avere una funzione.

A volte cerca di prevenire il fallimento:

“Se ti critico abbastanza, forse farai meglio.”

A volte cerca di evitare il giudizio altrui:

“Se trovi tu per primo ogni difetto, nessuno potrà sorprenderti.”

A volte riproduce modalità relazionali interiorizzate.

Comprendere la funzione permette di trasformare la relazione tra le parti.

Self-Interruptive Split: quando blocchiamo noi stessi

Un altro marker riguarda l’auto-interruzione.

La persona può iniziare a entrare in contatto con un’emozione e immediatamente bloccarla.

Per esempio:

“Non devo piangere.”

“Non devo arrabbiarmi.”

“Non posso dire quello che penso.”

Una parte del Sé impedisce a un’altra parte di esprimersi.

Il lavoro terapeutico cerca di rendere visibile questo processo.

Che cosa accadrebbe se l’emozione venisse espressa?

Che cosa teme la parte che la blocca?

Quale bisogno viene continuamente interrotto?

Unfinished Business: le relazioni che continuano dentro di noi

Alcune relazioni possono continuare a essere emotivamente presenti anche quando la persona non fa più parte della nostra vita.

Può trattarsi di un genitore, un ex partner, una persona morta o qualcuno con cui il rapporto si è interrotto.

Possono rimanere parole mai dette, rabbia, dolore, bisogno di riconoscimento o domande senza risposta.

L’EFT utilizza in questi casi il lavoro della sedia vuota.

La tecnica della sedia vuota

La persona immagina sulla sedia vuota qualcuno emotivamente significativo.

Può esprimere ciò che non ha potuto dire:

“Mi hai ferito.”

“Avevo bisogno che mi proteggessi.”

“Non era giusto.”

“Mi sei mancato.”

“Avrei voluto che fossi orgoglioso di me.”

L’obiettivo non è creare un dialogo fantastico fine a sé stesso.

Il lavoro permette di accedere a emozioni e bisogni rimasti incompiuti e di trasformare progressivamente il modo in cui quella relazione continua a essere rappresentata internamente.

La tecnica è sempre appropriata?

No.

Le tecniche esperienziali possono essere emotivamente intense.

Devono essere utilizzate valutando caratteristiche della persona, stabilità, capacità di regolazione e momento del percorso terapeutico.

Non è necessario utilizzare la sedia vuota con ogni paziente.

Una tecnica è utile soltanto quando risponde a un processo clinicamente significativo.

Il principio della trasformazione emotiva

Uno dei concetti più caratteristici dell’EFT può essere sintetizzato con l’idea che:

un’emozione può essere trasformata attraverso un’altra esperienza emotiva.

Non sempre basta spiegarsi razionalmente che non dovremmo sentirci in un certo modo.

Una persona può sapere perfettamente:

“Non dovrei vergognarmi.”

e continuare a provare vergogna.

Il cambiamento profondo può richiedere l’accesso a un’esperienza emotiva incompatibile o trasformativa.

Dalla vergogna alla rabbia assertiva

Immaginiamo una persona che abbia interiorizzato profondamente:

“C’è qualcosa di sbagliato in me.”

Comprendere razionalmente che questa convinzione deriva da esperienze di svalutazione può essere importante.

Ma potrebbe non essere sufficiente.

Durante il lavoro terapeutico può emergere progressivamente una rabbia adattiva:

“Non avevi il diritto di trattarmi così.”

Quella rabbia può modificare l’esperienza.

La persona non è più soltanto l’oggetto passivo della svalutazione.

Comincia a percepire il proprio diritto a essere rispettata.

Dalla solitudine alla capacità di chiedere vicinanza

Una persona può aver imparato a proteggersi dalla delusione evitando di mostrare bisogno.

Dietro la distanza può però emergere tristezza.

E dietro la tristezza:

“Avrei bisogno che qualcuno ci fosse.”

Riconoscere il bisogno non garantisce che gli altri lo soddisfino.

Permette però alla persona di smettere di negarlo e di costruire relazioni nelle quali possa esprimerlo in maniera più consapevole.

Dalla paura alla protezione

Quando emerge una paura profonda, il lavoro può aiutare la persona a entrare in contatto con il bisogno di sicurezza.

Da questo bisogno può svilupparsi una posizione interna maggiormente protettiva.

Non:

“Non devo avere paura.”

Ma:

“Capisco perché ho paura e posso prendermi cura di questa parte di me.”

Autocompassione

L’autocompassione può diventare una risposta trasformativa soprattutto quando predominano vergogna e autocritica.

Non significa evitare responsabilità o giustificare ogni comportamento.

Significa imparare a rivolgersi a sé stessi con la stessa umanità che potremmo offrire a una persona importante in difficoltà.

Per chi possiede una voce interna molto critica, questa esperienza può essere inizialmente sorprendentemente difficile.

Evocazione ed esplorazione sistematica

L’EFT può utilizzare interventi che aiutano a evocare una situazione emotivamente significativa e a esplorarla lentamente.

Il terapeuta può chiedere:

“Puoi tornare per un momento a quella situazione?”

“Che cosa vedi?”

“Che cosa senti?”

“Cosa succede dentro di te quando lui dice quella frase?”

“Qual è la parte più dolorosa?”

La velocità del racconto viene ridotta per permettere l’accesso all’esperienza.

Empatia evocativa

Il terapeuta può formulare ciò che sembra emergere dall’esperienza per aiutare la persona ad approfondirla.

Per esempio:

“È come se una parte di te, in quel momento, avesse sentito di non contare abbastanza.”

La formulazione non viene imposta come interpretazione definitiva.

Viene proposta e verificata insieme alla persona.

Se non corrisponde all’esperienza, viene modificata.

Il significato personale delle emozioni

Due persone possono vivere lo stesso evento e provare emozioni molto differenti.

Una separazione può essere vissuta principalmente come perdita.

Per un’altra persona può attivare soprattutto vergogna:

“Se mi ha lasciato significa che non valgo.”

Per un’altra ancora può attivare rabbia:

“Mi ha tradito.”

Per un’altra paura:

“Rimarrò solo.”

L’EFT non lavora quindi soltanto sull’evento.

Lavora sul significato emotivo che quell’evento assume per quella specifica persona.

EFT e depressione

La depressione rappresenta uno degli ambiti nei quali l’Emotion-Focused Therapy individuale è stata maggiormente studiata.

Nel lavoro possono emergere autocritica, vergogna, senso di fallimento, tristezza non elaborata, bisogni relazionali insoddisfatti e difficoltà nell’accesso a emozioni adattive.

Il trattamento può lavorare, per esempio, sulla trasformazione dell’autocritica e sull’accesso a emozioni capaci di sostenere maggiormente la persona.

La depressione comprende tuttavia condizioni molto differenti per gravità e caratteristiche.

La scelta terapeutica deve essere basata sulla valutazione clinica individuale.

EFT e ansia

Nell’ansia può essere importante distinguere la paura adattiva da risposte emotive legate a schemi precedenti.

La terapia può aiutare a entrare in contatto con la vulnerabilità sottostante e con i bisogni collegati.

Per diversi disturbi d’ansia esistono comunque interventi specifici, soprattutto trattamenti basati sull’esposizione, che dispongono di solide evidenze.

Gli strumenti EFT possono essere integrati quando clinicamente appropriato.

EFT e trauma

Le esperienze traumatiche possono lasciare schemi emotivi profondi legati a paura, vergogna, impotenza e colpa.

Il lavoro focalizzato sulle emozioni può contribuire alla trasformazione di alcuni di questi vissuti.

Il trauma richiede però particolare attenzione alla sicurezza, alla stabilizzazione e alla capacità della persona di tollerare l’attivazione.

Non ogni tecnica esperienziale è appropriata in ogni momento.

EFT e autostima

Molte difficoltà legate all’autostima contengono una componente emotiva che va oltre il semplice pensiero:

“Non valgo abbastanza.”

Può esserci una vera esperienza di vergogna.

Il lavoro terapeutico può quindi esplorare l’origine di questa esperienza, il modo in cui viene mantenuta dall’autocritica e la possibilità di sviluppare risposte emotive alternative.

EFT e autocritica

L’autocritica è uno degli ambiti nei quali il chair work può risultare particolarmente utile.

La persona può riconoscere quanto violento sia il proprio dialogo interno soltanto quando quelle parole vengono espresse esplicitamente.

Progressivamente può svilupparsi una posizione differente:

“Posso riconoscere i miei errori senza distruggere me stesso.”

EFT e vergogna

La vergogna tende spesso a produrre il desiderio di nascondersi.

Può essere particolarmente difficile da portare nella relazione terapeutica proprio perché implica la paura di essere visti negativamente.

Un contesto empatico può permettere di avvicinarsi gradualmente all’esperienza e comprendere quali significati e bisogni contenga.

La trasformazione può coinvolgere autocompassione, rabbia assertiva, senso di dignità e maggiore accettazione di sé.

EFT e lutto

La tristezza adattiva svolge una funzione importante nell’elaborazione della perdita.

In alcuni lutti possono però essere presenti anche rabbia, colpa, questioni relazionali irrisolte o difficoltà ad accettare ciò che è accaduto.

Il lavoro esperienziale può aiutare a elaborare alcuni aspetti della relazione con la persona perduta.

Nei quadri di lutto prolungato è importante considerare gli interventi specificamente supportati dalle evidenze.

EFT e difficoltà relazionali

Le relazioni attivano frequentemente emozioni primarie e secondarie.

Una persona può apparire aggressiva quando in realtà si sente rifiutata.

Può ritirarsi quando desidererebbe vicinanza.

Può compiacere gli altri perché teme che esprimere un bisogno conduca all’abbandono.

Riconoscere l’emozione primaria può modificare profondamente la comunicazione.

Dire:

“Non ti importa mai niente!”

produce un effetto differente rispetto a:

“Quando ti allontani mi sento poco importante e ho paura di perderti.”

EFT e terapia di coppia

Nell’Emotionally Focused Couple Therapy il lavoro è fortemente orientato ai pattern relazionali e ai bisogni di attaccamento.

Molte coppie rimangono intrappolate in cicli ripetitivi.

Uno cerca vicinanza attraverso protesta, critica o richieste sempre più intense.

L’altro percepisce pressione e si ritira.

Il ritiro aumenta la paura del primo.

La protesta aumenta.

L’altro si ritira ancora di più.

Progressivamente entrambi iniziano a percepire l’altro come il problema.

Il lavoro terapeutico cerca invece di rendere visibile il ciclo che intrappola entrambi.

Le emozioni primarie nella coppia

Dietro una critica come:

“Non ci sei mai!”

può esserci:

“Ho paura di non essere importante per te.”

Dietro il silenzio può esserci:

“Ho paura che qualsiasi cosa dica peggiori tutto.”

Quando queste emozioni più vulnerabili diventano accessibili e comunicabili, la relazione può iniziare a organizzarsi diversamente.

EFT e attaccamento

Nelle applicazioni relazionali dell’EFT, la teoria dell’attaccamento assume un ruolo particolarmente importante.

Gli esseri umani hanno bisogno di percepire alcune figure significative come disponibili e responsive.

Domande profonde possono essere:

“Ci sei per me?”

“Posso raggiungerti quando ho bisogno?”

“Sono importante per te?”

Molti conflitti apparentemente banali possono assumere intensità proprio perché vengono vissuti, implicitamente, come risposte negative a queste domande.

EFT e Schema Therapy

EFT e Schema Therapy condividono una forte attenzione all’esperienza emotiva e ai bisogni.

La Schema Therapy utilizza il linguaggio degli schemi e dei mode.

L’EFT lavora maggiormente sui processi emotivi presenti e sulla trasformazione delle emozioni.

Una persona potrebbe, per esempio, riconoscere attraverso la Schema Therapy uno schema di inadeguatezza.

Il lavoro EFT può aiutare ad accedere direttamente alla vergogna associata, alla voce autocritica e al bisogno di accettazione.

Le due prospettive possono quindi incontrarsi in alcuni interventi esperienziali, pur mantenendo modelli teorici distinti.

EFT e DBT

DBT ed EFT lavorano entrambe con le emozioni, ma da prospettive differenti.

La DBT insegna soprattutto competenze per riconoscere, regolare e tollerare emozioni intense.

L’EFT cerca frequentemente di entrare più profondamente nell’esperienza per comprenderne il significato e trasformare gli schemi emotivi.

Una persona molto disregolata può avere inizialmente bisogno di imparare a non essere travolta dall’emozione.

Quando esiste sufficiente capacità di regolazione, può diventare possibile esplorare più profondamente ciò che quell’emozione contiene.

EFT e ACT

L’ACT insegna a modificare il rapporto con pensieri ed emozioni, sviluppando accettazione e flessibilità psicologica.

L’EFT cerca spesso di approfondire e trasformare l’esperienza emotiva.

Le due prospettive possono quindi rispondere a domande differenti.

ACT:

“Posso fare spazio a questa emozione senza lasciare che determini automaticamente il mio comportamento?”

EFT:

“Che cosa sta cercando di comunicarmi questa emozione e di quale esperienza avrei bisogno perché possa trasformarsi?”

EFT e mindfulness

La mindfulness può facilitare il contatto con l’esperienza presente.

Può aiutare la persona a riconoscere un’emozione senza allontanarsene immediatamente.

L’EFT può utilizzare questa capacità per approfondire successivamente il significato dell’esperienza.

La consapevolezza diventa quindi una porta di accesso.

EFT e psicoterapia psicodinamica

L’incontro tra EFT e psicoterapia psicodinamica è particolarmente interessante.

Entrambe attribuiscono grande importanza alla storia personale, alle relazioni, ai significati emotivi e ai processi che non sempre sono immediatamente consapevoli.

La psicoterapia psicodinamica può esplorare come le esperienze relazionali siano state interiorizzate e come tendano a ripresentarsi nelle relazioni attuali e nella relazione terapeutica.

L’EFT offre strumenti esperienziali per lavorare direttamente su alcune di queste configurazioni.

Comprendere:

“Ho interiorizzato una voce fortemente critica.”

può essere importante.

Ma può essere altrettanto importante permettere alla parte che ha subito quella critica di trovare finalmente una voce.

Comprendere e sperimentare

Questo rappresenta uno dei punti che considero più importanti nell’integrazione terapeutica.

Esistono cambiamenti che avvengono attraverso la comprensione.

Riuscire a vedere la propria storia in maniera differente può modificare profondamente il modo in cui interpretiamo noi stessi.

Ma esistono momenti nei quali la comprensione sembra non essere sufficiente.

Una persona può dire:

“So perfettamente che non dovrei sentirmi in colpa quando dico di no. Ma continuo a sentirmi terribilmente in colpa.”

In questi casi può essere necessario lavorare non soltanto sul pensiero, ma sull’esperienza emotiva che continua a produrre quella risposta.

Come può svolgersi concretamente una seduta EFT?

Immaginiamo una persona che dica:

“Quando sbaglio qualcosa mi sento completamente incapace.”

Il terapeuta potrebbe chiedere:

“Quando dici ‘incapace’, cosa senti in questo momento?”

La persona nota una stretta allo stomaco.

Compare vergogna.

Poi emerge una frase:

“Non faccio mai abbastanza.”

Il terapeuta esplora:

“Chi sta dicendo questa frase dentro di te?”

Può emergere una parte estremamente critica.

Attraverso il lavoro delle due sedie, quella parte prende voce:

“Se non ti spingo, diventerai un fallito.”

Cambiando sedia, la persona entra in contatto con ciò che accade alla parte criticata:

“Sono esausto. Qualunque cosa faccia non basta mai.”

Continuando il processo può emergere rabbia:

“Non voglio più essere trattato così.”

E successivamente un bisogno:

“Ho bisogno di poter sbagliare senza sentirmi senza valore.”

Il cambiamento non consiste semplicemente nell’affermare:

“Sono bravo.”

Consiste nella trasformazione della relazione interna.

Cosa dice la ricerca scientifica sull’EFT?

L’Emotion-Focused Therapy è stata studiata attraverso ricerca sui processi terapeutici, studi clinici e meta-analisi.

Le evidenze riguardano in particolare la depressione, alcune difficoltà emotive e relazionali e specifiche applicazioni della terapia focalizzata sulle emozioni.

Anche l’Emotionally Focused Couple Therapy dispone di un proprio corpo di ricerca nell’ambito della terapia di coppia.

Come per qualsiasi modello psicoterapeutico, tuttavia, la quantità e la qualità delle evidenze non sono identiche per tutte le condizioni.

Non è quindi corretto presentare l’EFT come trattamento universale per qualsiasi problema psicologico.

La scelta terapeutica deve dipendere dalla valutazione clinica, dalle caratteristiche della persona, dalle evidenze disponibili e dalle competenze del terapeuta.

Quanto dura una terapia focalizzata sulle emozioni?

Non esiste una durata valida per tutti.

Esistono protocolli strutturati utilizzati nella ricerca e applicazioni cliniche più flessibili.

La durata dipende dal problema, dagli obiettivi, dalla complessità della storia personale e dal modo in cui il lavoro EFT viene utilizzato.

Quando gli interventi focalizzati sulle emozioni vengono integrati all’interno di una psicoterapia più ampia, possono essere utilizzati in specifici momenti del percorso senza costituire necessariamente l’intero trattamento.

EFT significa semplicemente “far uscire le emozioni”?

No.

Questa è una semplificazione importante da evitare.

Esprimere un’emozione non produce automaticamente un cambiamento terapeutico.

Ripetere continuamente la stessa rabbia, per esempio, può persino consolidarla.

L’EFT lavora sulla qualità e sulla funzione dell’esperienza emotiva.

L’obiettivo è comprendere quale emozione è presente, quale bisogno contiene, se è adattiva o maladattiva e quale nuova esperienza possa favorirne la trasformazione.

Bisogna sempre andare in profondità?

No.

Un buon lavoro terapeutico richiede anche capacità di regolazione.

Se l’attivazione è troppo intensa, può essere necessario rallentare, stabilizzare e costruire risorse prima di approfondire.

Entrare in contatto con un’emozione è utile quando la persona riesce a rimanere sufficientemente presente nell’esperienza.

Essere semplicemente travolti non rappresenta l’obiettivo.

Il terapeuta interpreta le emozioni?

Il terapeuta può formulare ipotesi e riflettere ciò che sembra emergere, ma l’esperienza della persona rimane centrale.

Una formulazione come:

“Mi sembra che sotto questa rabbia ci sia anche molta paura”

deve poter essere verificata.

La persona potrebbe rispondere:

“No, non è paura. È tristezza.”

Il lavoro procede da lì.

L’EFT cerca di facilitare l’accesso all’esperienza, non di imporre dall’esterno ciò che una persona dovrebbe sentire.

Il mio modo di integrare l’EFT

Nel mio lavoro la psicoterapia psicodinamica rappresenta la cornice principale attraverso cui cerco di comprendere la persona, la sua storia, le relazioni e i significati profondi della sua esperienza.

Gli strumenti dell’Emotion-Focused Therapy possono diventare particolarmente utili quando ciò che abbiamo compreso ha bisogno di essere anche sentito e trasformato nell’esperienza.

La prospettiva psicodinamica può aiutare a riconoscere da dove provenga una determinata modalità.

L’EFT può permettere di incontrarla nel presente.

Possiamo comprendere l’origine di una voce autocritica e successivamente lavorare sul dialogo tra quella voce e la parte che continua a subirla.

Possiamo riconoscere una storia di bisogni relazionali non sufficientemente accolti e aiutare la persona a entrare in contatto con ciò che oggi continua a desiderare e temere.

Possiamo comprendere perché la rabbia compaia così frequentemente e scoprire che, in alcune situazioni, protegge una vulnerabilità molto più difficile da mostrare.

Integrare, per me, non significa utilizzare una tecnica perché appartiene a un determinato modello.

Significa chiedersi che cosa sta accadendo alla persona e quale strumento possa aiutarla in quel momento.

A volte è necessario comprendere.

A volte regolare.

A volte accettare.

A volte dare finalmente voce a qualcosa che per molto tempo non ha potuto averne.

Domande frequenti sull’Emotion-Focused Therapy

L’EFT è una terapia basata soltanto sulle emozioni?

Le emozioni sono centrali, ma vengono integrate con significati, bisogni, cognizioni, comportamento e relazione terapeutica.

Bisogna piangere perché la terapia funzioni?

No. Il pianto può comparire, ma non rappresenta un indicatore necessario di efficacia.

L’obiettivo è esprimere tutte le emozioni?

No. L’obiettivo è riconoscerle, comprenderne la funzione e lavorare terapeuticamente su quelle rilevanti.

Rabbia e paura devono essere eliminate?

No. Possono essere emozioni adattive e fornire informazioni importanti. Il problema dipende dalla loro funzione, intensità e relazione con la situazione.

Che differenza c’è tra emozione primaria e secondaria?

L’emozione primaria rappresenta una risposta più immediata alla situazione o al significato profondo dell’esperienza. Quella secondaria è una reazione a un’altra emozione.

Che cos’è il chair work?

È un insieme di tecniche esperienziali nelle quali diverse sedie possono rappresentare parti di sé o persone significative, permettendo di rendere espliciti conflitti e vissuti.

La sedia vuota serve a parlare con persone morte o assenti?

Può essere utilizzata anche per lavorare su relazioni con persone non presenti, ma lo scopo è elaborare l’esperienza interna della persona, non stabilire una comunicazione reale con l’assente.

EFT ed Emotionally Focused Couple Therapy sono la stessa cosa?

Sono approcci storicamente collegati ma non completamente sovrapponibili. È importante distinguere l’Emotion-Focused Therapy individuale dalle specifiche applicazioni dell’Emotionally Focused Therapy alla coppia.

EFT e psicoterapia psicodinamica possono essere integrate?

Alcuni strumenti esperienziali possono essere integrati all’interno di una formulazione psicodinamica quando ciò è clinicamente coerente e il terapeuta possiede una formazione adeguata.

L’EFT è adatta a tutti?

Nessun approccio lo è. La scelta dipende dalle caratteristiche della persona, dal problema, dagli obiettivi e dalla valutazione clinica.

Non tutte le emozioni devono essere combattute

Quando soffriamo, è naturale desiderare che ciò che proviamo scompaia.

Vorremmo non avere più paura.

Non sentirci più vulnerabili.

Non provare rabbia.

Non vergognarci.

Non sentire la mancanza di qualcuno.

Ma alcune emozioni non chiedono semplicemente di essere eliminate.

Chiedono di essere comprese.

La tristezza può raccontarci ciò che abbiamo perduto.

La rabbia può mostrarci un confine che è stato superato.

La paura può rivelare ciò che percepiamo come minacciato.

La vergogna può condurci verso una parte di noi che teme profondamente di non essere accettata.

E dietro molte emozioni può esserci un bisogno che abbiamo imparato a non ascoltare.

Questo non significa che ogni emozione abbia sempre ragione.

La nostra storia può insegnarci a reagire al presente come se il passato stesse accadendo nuovamente.

Proprio per questo il lavoro terapeutico non consiste né nell’obbedire ciecamente alle emozioni né nel cercare continuamente di controllarle.

Consiste nell’imparare ad ascoltarle abbastanza da comprenderle.

A distinguerle.

A riconoscere ciò che appartiene al presente e ciò che continua ad arrivare dalla nostra storia.

E, quando necessario, a costruire un’esperienza nuova.

Perché alcune ferite non cambiano soltanto quando riusciamo a spiegarle meglio.

A volte iniziano a cambiare quando, finalmente, possiamo sentire qualcosa di diverso proprio nel luogo in cui avevamo imparato a sentire sempre la stessa cosa.

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Mindfulness in psicoterapia: cos’è, come funziona, tecniche e ambiti di applicazione

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