Il mio modo di fare psicoterapia: prima la persona, poi le tecniche
Quando penso al mio lavoro di psicologo e psicoterapeuta, la prima cosa che mi viene in mente non è una teoria, un modello o una tecnica.
Penso alle persone.
Alle loro storie, alle emozioni che portano con sé, alle difficoltà che attraversano e alle risorse che, a volte, non riescono più a riconoscere.
Penso a quanto possa essere importante trovare uno spazio nel quale sentirsi ascoltati, compresi e sufficientemente liberi di raccontarsi senza dover dimostrare qualcosa.
È da qui che nasce il mio modo di intendere la psicoterapia.
Amo la psicologia perché mi permette di avvicinarmi alla complessità dell'essere umano. Mi piace comprendere ciò che le persone vivono, interrogarmi sui significati delle loro esperienze e osservare come pensieri, emozioni, comportamenti e relazioni si influenzino reciprocamente.
Ma c'è un principio che considero fondamentale: nessuna teoria può raccontare completamente una persona.
Possiamo conoscere numerosi modelli psicologici, utilizzare strumenti differenti e approfondire il funzionamento della mente, ma tutto questo acquista significato soltanto quando riusciamo a incontrare davvero chi abbiamo davanti.
Per me la psicoterapia non comincia dalla tecnica da utilizzare, ma dalla persona che desidero comprendere.
È una convinzione che rappresenta profondamente il mio modo di lavorare e, in parte, anche il mio modo di essere.
Prima di essere un paziente, sei una persona
Nel linguaggio della psicologia utilizziamo spesso termini come sintomi, disturbi, diagnosi e trattamenti.
Sono concetti importanti, che permettono di comprendere le difficoltà e orientare gli interventi.
Ma credo che sia necessario ricordare che nessuna persona coincide completamente con una diagnosi.
Chi vive un disturbo d'ansia non è soltanto la propria ansia.
Chi attraversa un periodo depressivo non può essere definito esclusivamente dalla tristezza, dalla perdita di interesse o dalla fatica che sta sperimentando.
Chi presenta difficoltà relazionali non è semplicemente una persona incapace di costruire rapporti soddisfacenti.
Dietro ogni difficoltà esiste una storia.
Ci sono esperienze, bisogni, desideri, paure, risorse e modalità personali di affrontare la vita.
Nel mio studio di psicologia e psicoterapia a Carovigno considero importante partire proprio da questa complessità.
Mi interessa comprendere il motivo per cui una persona chiede aiuto, ma anche conoscere ciò che per lei conta, le relazioni che vive, il modo in cui percepisce sé stessa e le esperienze che hanno contribuito a costruire la sua identità.
Non penso che il compito dello psicoterapeuta sia limitarsi a individuare ciò che non funziona.
Credo che debba anche aiutare a comprendere il significato delle difficoltà e a riconoscere le possibilità di cambiamento.
Perché una persona è sempre qualcosa di più del problema che sta attraversando.
La relazione terapeutica: uno spazio nel quale potersi raccontare
Sono una persona calorosa, affettuosa, diretta e partecipe.
Mi piacciono le relazioni autentiche, nelle quali possiamo esprimerci con sincerità, confrontarci e sentirci sufficientemente liberi di essere noi stessi.
Naturalmente, la relazione terapeutica ha caratteristiche e confini professionali specifici, differenti da quelli di un'amicizia o di un rapporto personale.
Ma credo che autenticità, sensibilità e rispetto siano qualità importanti anche nel mio lavoro.
Per me costruire una relazione terapeutica significa creare uno spazio nel quale la persona possa sentirsi ascoltata senza essere giudicata, ma anche accompagnata a osservare aspetti di sé che, in alcuni momenti, possono essere difficili da riconoscere.
Non penso che ascoltare significhi semplicemente rimanere in silenzio.
A volte significa fare una domanda.
Altre volte restituire un'emozione che sembra difficile da esprimere.
Oppure proporre una riflessione che permetta di osservare una situazione da una prospettiva differente.
Mi piace il confronto diretto e considero importante che possa essere presente anche nel lavoro psicoterapeutico, sempre con attenzione ai tempi, alla sensibilità e alle possibilità della persona.
La relazione terapeutica non deve essere un luogo nel quale ricevere continuamente conferme.
Può diventare uno spazio nel quale sentirsi sufficientemente sicuri da mettersi in discussione.
Credo che sentirsi accolti e potersi confrontare sinceramente non siano due esigenze opposte. Possono essere entrambe fondamentali per conoscersi e crescere.
Perché il mio orientamento è psicodinamico
La prospettiva psicodinamica rappresenta una parte centrale del mio modo di comprendere l'esperienza umana.
Mi interessa andare oltre ciò che appare immediatamente.
Quando una persona racconta una difficoltà, cerco di comprenderne non soltanto le manifestazioni, ma anche i significati emotivi e relazionali.
Perché alcune situazioni ci coinvolgono così intensamente?
Perché tendiamo a ripetere comportamenti che ci fanno soffrire?
Perché, a volte, desideriamo profondamente qualcosa e contemporaneamente ci comportiamo in modi che sembrano allontanarcene?
Perché alcune emozioni diventano così difficili da riconoscere o esprimere?
La psicoterapia psicodinamica attribuisce particolare importanza ai processi non pienamente consapevoli, ai conflitti emotivi, alle esperienze relazionali e alle modalità attraverso le quali abbiamo imparato a rapportarci a noi stessi e agli altri.
Pensiamo, per esempio, a una persona che desidera costruire relazioni affettive profonde, ma tende ad allontanarsi quando il rapporto diventa più significativo.
Potremmo limitarci a osservare il comportamento di evitamento.
Ma potremmo anche cercare di comprendere quali emozioni si attivino nella vicinanza, quali timori emergano e quale significato abbia assunto l'intimità nella sua storia personale.
Oppure pensiamo a qualcuno che vive ogni critica come una profonda svalutazione.
Non sempre è sufficiente suggerire di non dare importanza al giudizio degli altri.
Può essere utile comprendere perché quel giudizio abbia un peso così intenso e quali rappresentazioni di sé vengano attivate.
Questo è ciò che mi appassiona dell'approccio psicodinamico.
La possibilità di comprendere la persona nella sua profondità, riconoscendo che dietro un comportamento possono esserci bisogni, paure e significati non immediatamente evidenti.
Comprendere il passato per vivere diversamente il presente
Quando si parla di psicoterapia psicodinamica, spesso si immagina un percorso concentrato esclusivamente sull'infanzia o sul passato.
In realtà, considero importante comprendere la storia personale soprattutto per il modo in cui continua a influenzare il presente.
Le esperienze vissute possono contribuire a costruire aspettative, convinzioni e modalità relazionali che tendiamo a riproporre anche in situazioni differenti.
Una persona che ha sperimentato frequenti critiche può diventare particolarmente sensibile al giudizio.
Chi ha vissuto relazioni imprevedibili può sviluppare un forte bisogno di rassicurazione.
Chi ha imparato a non esprimere le proprie emozioni può faticare a riconoscerle e comunicarle anche nell'età adulta.
Naturalmente, queste non sono conseguenze automatiche e non esiste un rapporto semplice e lineare tra un'esperienza passata e un comportamento presente.
Ogni storia è differente.
Per questo, nel mio lavoro, cerco di comprendere il significato specifico che le esperienze hanno assunto per quella persona.
Non mi interessa cercare necessariamente un colpevole nel passato.
Mi interessa comprendere quali modalità possano essersi sviluppate, quale funzione abbiano avuto e se continuino a essere utili nel presente.
A volte, riconoscere questi collegamenti permette di osservare sé stessi con maggiore comprensione.
Possiamo accorgerci che un comportamento che oggi ci crea difficoltà, in passato, ha rappresentato un tentativo di proteggerci.
E possiamo iniziare a valutare se esistano modalità differenti per soddisfare gli stessi bisogni.
Perché integro differenti approcci psicoterapeutici
Pur riconoscendomi profondamente nell'orientamento psicodinamico, considero importante mantenere uno sguardo aperto verso altri modelli e strumenti.
La complessità delle persone richiede, a mio avviso, una capacità di osservazione che non si limiti rigidamente a un'unica prospettiva.
Ci sono momenti nei quali è importante approfondire il significato di un'emozione.
Altri nei quali può essere utile aiutare la persona a riconoscerla e regolarla.
In alcune situazioni è necessario comprendere una modalità relazionale che si ripete da tempo.
In altre può essere importante sperimentare concretamente un comportamento differente.
È per questo che il mio modo di lavorare si fonda su un approccio psicodinamico integrato.
Non considero le tecniche come strumenti da applicare indistintamente a chiunque.
Cerco di individuare, sulla base della valutazione clinica, quali interventi possano essere più appropriati rispetto ai bisogni, alle caratteristiche e agli obiettivi della persona.
L'integrazione, per me, non significa utilizzare tante tecniche contemporaneamente.
Significa costruire un percorso coerente, nel quale strumenti differenti possano contribuire a un obiettivo condiviso.
DBT: imparare a comprendere e regolare le emozioni
Una delle aree sulle quali considero importante lavorare riguarda la regolazione emotiva.
A volte le emozioni diventano così intense da influenzare profondamente il nostro modo di pensare e comportarci.
Possiamo reagire impulsivamente, faticare a tollerare la frustrazione oppure sentirci sopraffatti da rabbia, paura o tristezza.
La Dialectical Behavior Therapy, o DBT, offre strumenti utili per sviluppare consapevolezza emotiva, tolleranza della sofferenza, regolazione delle emozioni ed efficacia interpersonale.
Nel mio lavoro posso integrare abilità derivate da questo approccio quando rispondono alle esigenze della persona.
Ma non considero la regolazione emotiva semplicemente un modo per controllare ciò che proviamo.
Mi interessa anche comprendere il significato delle emozioni.
Perché una determinata situazione suscita una reazione così intensa?
Quale bisogno viene attivato?
Che cosa sta cercando di comunicare quella reazione?
Credo che la comprensione profonda e lo sviluppo di nuove capacità possano sostenersi reciprocamente.
ACT: vivere secondo i propri valori, anche quando è difficile
Un altro approccio che considero interessante è l'Acceptance and Commitment Therapy, o ACT.
Uno dei suoi principi centrali riguarda lo sviluppo della flessibilità psicologica: la capacità di entrare in contatto con pensieri ed emozioni, anche difficili, senza lasciare che determinino automaticamente ogni nostra scelta.
A volte aspettiamo di sentirci completamente sicuri prima di affrontare una situazione.
Aspettiamo che la paura scompaia.
Che il dubbio si risolva.
Che l'insicurezza non si presenti più.
Ma non sempre possiamo eliminare queste esperienze prima di agire.
L'ACT invita a riconoscere ciò che stiamo vivendo e a orientarci verso comportamenti coerenti con i nostri valori, quando questo è possibile e appropriato.
È una prospettiva che sento vicina al mio modo di essere.
Credo nell'importanza di conoscere sé stessi, ma anche nella possibilità di costruire concretamente una vita che abbia significato.
Per me la psicoterapia non dovrebbe limitarsi ad aiutare la persona a comprendere perché soffre.
Dovrebbe, quando possibile, accompagnarla anche a individuare come desidera vivere.
Mindfulness: imparare a osservare senza reagire immediatamente
Viviamo spesso immersi nei pensieri, nelle preoccupazioni e nelle attività quotidiane.
A volte reagiamo alle situazioni prima ancora di aver riconosciuto ciò che stiamo provando.
La mindfulness può offrire strumenti per sviluppare una maggiore consapevolezza dell'esperienza presente.
Attraverso pratiche di attenzione consapevole possiamo imparare a osservare pensieri, emozioni e sensazioni corporee senza dover necessariamente reagire in maniera automatica.
Non considero la mindfulness un modo per svuotare la mente o eliminare ogni pensiero negativo.
La considero, quando appropriata, una possibilità per sviluppare un rapporto più consapevole con la propria esperienza.
Mi interessa soprattutto il collegamento tra questa capacità di osservazione e il lavoro di introspezione.
Riconoscere ciò che proviamo può aiutarci a comprendere meglio il significato delle nostre reazioni.
E comprenderle può permetterci di scegliere modalità differenti di affrontare le situazioni.
Schema Therapy: comprendere gli schemi che tendiamo a ripetere
Un'altra prospettiva che posso integrare nel mio lavoro è quella della Schema Therapy.
Questo approccio attribuisce particolare importanza agli schemi maladattivi precoci, ai bisogni emotivi e alle modalità attraverso le quali affrontiamo situazioni che attivano esperienze dolorose.
A volte ci accorgiamo di ripetere comportamenti simili in relazioni differenti.
Possiamo cercare continuamente approvazione.
Temere di essere abbandonati.
Essere eccessivamente severi con noi stessi.
Oppure evitare il coinvolgimento emotivo per paura di soffrire.
Queste modalità possono essersi consolidate nel tempo e diventare così familiari da sembrarci l'unico modo possibile di vivere determinate situazioni.
Nel lavoro psicoterapeutico può essere utile riconoscerle, comprenderne le origini e sviluppare risposte più flessibili.
Trovo particolarmente interessante il collegamento con la prospettiva psicodinamica.
Entrambe, pur attraverso modelli differenti, permettono di interrogarsi su come le esperienze personali e relazionali possano influenzare il nostro funzionamento attuale.
EFT: dare spazio alle emozioni e ai bisogni profondi
Le emozioni rappresentano una parte centrale del mio modo di comprendere l'esperienza umana.
Non sono soltanto reazioni da controllare.
Possono offrirci informazioni importanti sui nostri bisogni, sulle relazioni e sui significati che attribuiamo alle situazioni.
La prospettiva dell'Emotion-Focused Therapy, o EFT, valorizza il lavoro sulle emozioni e sulla loro elaborazione all'interno della relazione terapeutica.
A volte una persona riconosce di essere arrabbiata, ma fatica a entrare in contatto con la tristezza o la paura che possono accompagnare quella rabbia.
Altre volte riesce a raccontare razionalmente un'esperienza, ma incontra difficoltà a riconoscere ciò che ha provato.
Quando appropriato, considero utile favorire un'esplorazione emotiva che permetta di avvicinarsi con maggiore consapevolezza a questi vissuti.
Non si tratta di cercare necessariamente emozioni intense.
Si tratta di aiutare la persona a riconoscere, comprendere e dare significato alla propria esperienza affettiva.
Le tecniche sono importanti, ma non devono sostituire la comprensione
Mi piace studiare, approfondire e conoscere strumenti differenti.
Credo che la formazione continua sia una parte fondamentale della responsabilità professionale.
Ma non penso che una tecnica, per quanto valida, possa essere considerata automaticamente adatta a qualsiasi persona.
Due persone possono presentare difficoltà apparentemente simili e avere bisogni profondamente differenti.
Un comportamento di evitamento, per esempio, può essere collegato a paura del giudizio, esperienze relazionali dolorose, difficoltà nella regolazione emotiva oppure ad altri fattori.
Utilizzare lo stesso intervento senza comprendere il significato di quel comportamento rischierebbe di trascurare aspetti importanti.
Per questo considero fondamentale la valutazione clinica e la costruzione condivisa degli obiettivi terapeutici.
Non voglio che la persona debba adattarsi rigidamente alla tecnica.
Ritengo più importante individuare gli interventi appropriati all'interno di un percorso clinicamente coerente.
Le tecniche possono aiutarci a cambiare, ma è la comprensione della persona che permette di scegliere come e quando utilizzarle.
Il valore della sincerità nella relazione terapeutica
C'è un'altra caratteristica personale che considero importante nel mio lavoro: la sincerità.
Mi piace essere diretto e comunicare con chiarezza.
Credo che una relazione autentica abbia bisogno di ascolto, rispetto e disponibilità al confronto.
Questo non significa esprimere qualsiasi osservazione senza considerare come possa essere vissuta.
Significa cercare di costruire un dialogo nel quale sia possibile affrontare anche questioni difficili.
A volte una persona può aver bisogno di sentirsi accolta in un momento di sofferenza.
Altre volte può essere importante accompagnarla a riconoscere una contraddizione tra ciò che desidera e ciò che fa.
Oppure aiutarla a osservare una modalità relazionale che tende a ripetersi.
Considero fondamentale che questi interventi siano proposti con sensibilità e nel rispetto della relazione terapeutica.
Per me essere sinceri non significa giudicare.
Significa cercare di comprendere e, quando utile, offrire una prospettiva differente.
Non voglio cambiare la personalità di chi ho davanti
A volte le persone arrivano in psicoterapia con l'idea di dover diventare completamente differenti.
Vorrebbero non provare più determinate emozioni.
Essere sempre sicure.
Non avere paura.
Non arrabbiarsi mai.
Non sentire più il bisogno degli altri.
Comprendo il desiderio di stare meglio, soprattutto quando alcune caratteristiche sembrano provocare sofferenza.
Ma credo che sia importante distinguere tra il desiderio di crescere e quello di eliminare parti della propria identità.
Non considero la psicoterapia un percorso attraverso il quale trasformare tutti in persone uguali.
Mi interessa aiutare ciascuno a comprendere le proprie caratteristiche e a sviluppare modalità più flessibili di viverle.
Una persona sensibile non deve necessariamente diventare distaccata.
Può imparare a riconoscere le proprie emozioni senza esserne sopraffatta.
Una persona prudente non deve necessariamente diventare impulsiva.
Può sviluppare maggiore fiducia nell'affrontare situazioni nuove.
Una persona affettuosa non deve rinunciare al bisogno di vicinanza.
Può imparare a costruire relazioni nelle quali affetto e autonomia convivano.
Per me il cambiamento più significativo non consiste nel diventare qualcun altro.
Consiste nel poter vivere con maggiore consapevolezza e libertà ciò che siamo.
La fiducia nelle potenzialità della persona
Se c'è un aspetto che accompagna profondamente il mio modo di lavorare, è la fiducia nelle potenzialità umane.
Non penso che ogni difficoltà possa essere superata completamente o che ogni persona debba raggiungere necessariamente gli obiettivi che immaginava all'inizio.
La psicoterapia non può garantire risultati e il cambiamento dipende da molteplici fattori.
Ma credo che sia importante mantenere aperta la possibilità di comprendere, sviluppare risorse e costruire modalità differenti di affrontare la vita.
A volte una persona arriva in terapia con un'immagine molto negativa di sé.
Si percepisce incapace, fragile o destinata a ripetere sempre gli stessi errori.
In queste situazioni considero importante non offrire rassicurazioni superficiali.
Preferisco accompagnarla a comprendere come si sia costruita quell'immagine, quali esperienze la mantengano e quali risorse possano essere progressivamente riconosciute.
La fiducia, per me, non significa promettere che tutto andrà bene.
Significa non ridurre una persona alle sue difficoltà attuali.
È un atteggiamento che considero importante non soltanto nella psicoterapia, ma anche nelle relazioni personali.
La psicoterapia come percorso condiviso
Non immagino la psicoterapia come un processo nel quale il professionista possiede tutte le risposte e la persona deve semplicemente seguirle.
Considero importante costruire un percorso condiviso, nel rispetto delle differenti responsabilità e competenze.
Lo psicoterapeuta mette a disposizione conoscenze cliniche, strumenti e capacità di comprensione.
La persona porta la propria storia, i propri vissuti, i bisogni e gli obiettivi che desidera esplorare.
Il lavoro nasce dall'incontro tra queste dimensioni.
A volte il percorso richiede di approfondire esperienze dolorose.
Altre volte di sviluppare nuove capacità.
In alcune fasi può essere importante comprendere ciò che accade dentro di sé.
In altre, sperimentare concretamente comportamenti differenti nella vita quotidiana.
Non esiste un percorso identico per tutti.
Ed è proprio questa unicità che considero uno degli aspetti più interessanti del mio lavoro.
Mi piace pensare alla psicoterapia come a uno spazio nel quale la persona possa conoscersi meglio e sviluppare una maggiore possibilità di scelta.
Non per raggiungere un ideale di perfezione.
Ma per costruire un rapporto più consapevole con sé stessa e con gli altri.
Prima la persona, sempre
Se dovessi riassumere il mio modo di fare psicoterapia, tornerei al punto dal quale sono partito.
Prima la persona.
Prima della diagnosi, pur riconoscendone l'importanza clinica.
Prima delle tecniche, pur considerandole strumenti preziosi.
Prima delle teorie, pur continuando a studiarle e approfondirle con passione.
Perché ogni persona porta con sé una storia che merita di essere ascoltata e compresa.
Mi piace il mio lavoro perché mi permette di incontrare questa complessità.
Di esplorare emozioni, bisogni e significati.
Di accompagnare le persone nella comprensione delle proprie difficoltà.
E di valorizzare, quando possibile, le risorse che possono favorire un cambiamento.
Sono uno psicoterapeuta che ama la profondità, ma anche la concretezza.
Che considera importante la comprensione del passato, senza perdere di vista il presente e il futuro.
Che attribuisce valore alle emozioni, ma anche alla capacità di sviluppare nuovi comportamenti.
E che cerca di mantenere nella relazione professionale quelle qualità umane nelle quali crede: autenticità, sensibilità, sincerità e rispetto.
Per me fare psicoterapia significa incontrare una persona, comprenderne la storia e accompagnarla a scoprire possibilità che, in alcuni momenti della vita, possono essere diventate difficili da vedere.
Le tecniche sono importanti.
Ma vengono dopo.
Perché al centro del mio lavoro continuerà a esserci sempre la persona.
Dott. Eugenio Uggenti
Psicologo e Psicoterapeuta a Carovigno (Brindisi)
Nel mio studio a Carovigno e attraverso percorsi online, quando appropriati, propongo percorsi di psicoterapia fondati su un orientamento psicodinamico integrato, con attenzione alla storia personale, alla relazione terapeutica, alla consapevolezza emotiva e allo sviluppo delle risorse individuali.