La strutturazione del tempo e il senso di vuoto: imparare a vivere il tempo senza doverlo riempire
Ci sono giornate piene di impegni nelle quali desideriamo soltanto avere un po’ di tempo libero.
Poi, quando quel tempo finalmente arriva, può succedere qualcosa di curioso: non sappiamo cosa farcene.
Prendiamo il telefono, cerchiamo qualcuno con cui parlare, accendiamo la televisione, mangiamo qualcosa, troviamo una nuova attività. Oppure iniziamo a sentirci irrequieti, annoiati, soli.
Come se fermarsi fosse più difficile del previsto.
Nel mio lavoro di psicoterapeuta trovo interessante osservare non soltanto come una persona occupa il proprio tempo, ma anche cosa accade dentro di lei quando, per qualche momento, non c’è nulla da fare.
Perché qualche volta il problema non è avere troppo tempo libero.
È ciò che incontriamo quando smettiamo di riempirlo.
Perché abbiamo bisogno di strutturare il nostro tempo?
Tutti abbiamo bisogno di dare una forma alle nostre giornate.
Il lavoro, gli impegni, le relazioni, le abitudini, gli interessi e persino piccoli rituali quotidiani ci permettono di organizzare l’esperienza e costruire una certa continuità.
Quando questi riferimenti diminuiscono possono emergere noia e irrequietezza.
Ma qualche volta emerge qualcosa di più profondo.
Solitudine.
Tristezza.
Preoccupazione.
Un senso di vuoto difficile persino da definire.
La reazione spontanea può essere:
“Devo fare qualcosa.”
Eppure non sempre abbiamo realmente bisogno di fare.
A volte abbiamo bisogno di capire che cosa stiamo cercando di non sentire mentre facciamo.
Sei modi diversi di vivere il tempo
L’Analisi Transazionale descrive sei modalità attraverso le quali possiamo strutturare il nostro tempo: isolamento, rituali, passatempi, attività, giochi psicologici e intimità.
Non considero queste modalità come caselle rigide nelle quali inserire le persone. Possono essere piuttosto una lente utile per osservare il modo in cui entriamo in rapporto con noi stessi e con gli altri.
Isolamento: quando abbiamo bisogno di stare soli
A volte abbiamo semplicemente bisogno di ritirarci.
Leggere, pensare, riposare, ascoltare musica o trascorrere del tempo senza parlare con nessuno può essere importante.
La solitudine scelta può avere una funzione rigenerante.
La domanda cambia quando l’isolamento diventa il modo abituale per sottrarsi alle relazioni, ai confronti o alle emozioni difficili.
Non è quindi soltanto:
“Quanto tempo trascorro da solo?”
ma:
“Quando mi isolo, mi sto prendendo uno spazio oppure sto fuggendo da qualcosa?”
Rituali: quei piccoli gesti che ci tengono in relazione
Un saluto.
Un caffè insieme.
Chiedere “Come stai?”.
Una telefonata abituale.
Sembrano gesti piccoli, quasi insignificanti. Eppure i rituali quotidiani hanno un'importante funzione relazionale: creano continuità, familiarità e appartenenza.
Non tutte le relazioni devono essere profonde in ogni momento.
Anche un semplice “Buongiorno, come va?” può essere un modo per riconoscere reciprocamente la nostra presenza.
Passatempi: stare insieme senza esporsi troppo
Parlare di sport, cinema, musica, lavoro, cucina o di ciò che è accaduto durante la giornata ci permette di entrare in relazione mantenendo una certa distanza emotiva.
Ed è perfettamente normale.
Il passatempo diventa interessante da osservare quando rappresenta l’unica modalità relazionale possibile.
Posso parlare per ore con qualcuno e, contemporaneamente, non dire quasi nulla di me.
Posso raccontare moltissimo e non raccontarmi mai davvero.
Attività: quando il fare ci sostiene e quando diventa una fuga
Lavorare, allenarsi, studiare, occuparsi della casa, coltivare interessi e portare avanti progetti ci permette di organizzare il tempo e sperimentare competenza.
Il fare è importante.
Ma anche qualcosa di positivo può diventare una modalità per evitare il contatto con il proprio mondo interno.
Ci sono persone che riescono a stare bene finché hanno qualcosa da fare.
Quando si fermano, invece, iniziano a sentirsi inquiete.
In questi casi può essere utile chiedersi:
“Sto facendo questa cosa perché l’ho scelta oppure perché non riesco a fermarmi?”
La differenza non è necessariamente nell’attività.
È nella funzione che quell’attività sta assumendo per noi.
Giochi psicologici: quando persino il conflitto riempie il vuoto
Esiste poi una modalità meno evidente.
A volte il tempo può essere riempito anche attraverso tensioni relazionali: provocazioni, frecciatine, lamentele ripetitive, discussioni che sembrano ripresentarsi sempre nello stesso modo.
Naturalmente, non ogni conflitto è un “gioco psicologico”.
Ma può essere interessante osservare quelle dinamiche nelle quali cambiano le persone o gli argomenti, mentre il copione sembra rimanere sorprendentemente simile.
Anche una relazione conflittuale, paradossalmente, può proteggerci dal vuoto.
Perché finché siamo arrabbiati con qualcuno, impegnati a dimostrare qualcosa o immersi in una discussione, stiamo comunque sentendo qualcosa e siamo in relazione.
La domanda può allora diventare:
“Che cosa succederebbe dentro di me se questa tensione improvvisamente non ci fosse?”
Intimità: poter essere autentici senza perdere i propri confini
L’intimità non significa raccontare tutto a tutti.
Significa poter entrare, quando esistono sufficiente fiducia e sicurezza, in una relazione più autentica.
Dire:
“Oggi non sto molto bene.”
“Questa cosa mi ha ferito.”
“Ho paura.”
“Avrei bisogno di parlarti.”
Significa anche ascoltare l’altro senza utilizzare immediatamente ciò che ci racconta per giudicarlo, correggerlo o controllarlo.
L’intimità richiede vicinanza, ma anche confini.
E soprattutto richiede tempo.
Il senso di vuoto: cosa stiamo cercando di riempire?
Quando compare il vuoto, la tentazione può essere quella di considerarlo immediatamente un problema da eliminare.
Ma proviamo a cambiare domanda.
Invece di:
“Come faccio a non sentirmi così?”
possiamo chiederci:
“Che cosa sto sentendo realmente?”
Dietro “mi annoio” possono esserci esperienze molto diverse.
Potrei essere semplicemente poco stimolato.
Oppure potrei sentirmi solo.
Potrei essere triste.
Preoccupato.
Potrei avere bisogno di vicinanza.
O forse sono talmente abituato a essere occupato che il silenzio mi mette in contatto con pensieri ed emozioni ai quali normalmente non lascio spazio.
Non tutto il vuoto deve essere riempito
Questa è forse la parte più difficile.
Non sempre dobbiamo reagire immediatamente a ciò che sentiamo.
Possiamo provare, gradualmente, a restare qualche minuto in quello spazio.
Senza trasformarlo subito in attività.
Senza prendere immediatamente il telefono.
Senza cercare necessariamente qualcuno.
Senza pretendere di sentirci subito meglio.
E domandarci:
“Di cosa avrei realmente bisogno in questo momento?”
La risposta potrebbe essere fare una passeggiata.
Telefonare a qualcuno.
Leggere.
Lavorare.
Riposare.
Condividere qualcosa che ci preoccupa.
Oppure, qualche volta, semplicemente restare un po’ con noi stessi.
Il punto non è scegliere sempre il silenzio o la solitudine.
È recuperare la possibilità di scegliere.
Dal “devo riempire” al “posso scegliere”
Immaginiamo un pomeriggio libero.
Compare irrequietezza.
Il primo impulso potrebbe essere cercare immediatamente uno stimolo.
Possiamo invece provare a fermarci:
“Mi sto annoiando.”
Poi osservare meglio:
“In realtà mi sento anche un po’ solo.”
A questo punto posso decidere di chiamare qualcuno.
Ma quella telefonata avrà un significato diverso.
Non sto più semplicemente fuggendo da una sensazione indistinta.
Ho riconosciuto un bisogno e ho scelto come prendermene cura.
Questo passaggio, apparentemente piccolo, riguarda qualcosa di importante: la capacità di trasformare una reazione automatica in una scelta più consapevole.
Una domanda che utilizzo spesso
Quando una persona mi racconta di dover essere continuamente impegnata, una domanda che trovo utile è:
“Cosa succede quando ti fermi?”
Non “cosa fai quando ti fermi”.
Ma cosa succede dentro di te.
È lì che qualche volta iniziamo a comprendere perché il tempo vuoto sia diventato così difficile da tollerare.
Da ricordare
Abbiamo bisogno di attività e di riposo, di momenti da soli e di relazioni, di conversazioni leggere e di incontri più profondi.
L'equilibrio non consiste nel trovare un'unica modalità “giusta” di utilizzare il tempo.
Consiste nel diventare progressivamente più liberi di muoverci tra modalità diverse senza essere costretti a utilizzarne sempre una per evitare ciò che sentiamo.
🌿 Non dobbiamo riempire ogni momento. Possiamo fermarci, comprendere ciò di cui abbiamo bisogno e scegliere come vivere il nostro tempo.
Forse il vuoto non è sempre qualcosa che dobbiamo eliminare.
Qualche volta può diventare uno spazio nel quale iniziamo ad ascoltarci.
Quando può essere utile la psicoterapia?
Se i momenti vuoti diventano particolarmente difficili da tollerare, se senti il bisogno di essere continuamente occupato o stimolato, oppure se solitudine, noia e vuoto alimentano comportamenti impulsivi o relazioni vissute come indispensabili, può essere utile comprenderne il significato.
In psicoterapia possiamo osservare cosa accade quando ti fermi, quali bisogni emergono e quali modalità hai sviluppato nel tempo per gestirli.
L'obiettivo non è imparare a stare soli a tutti i costi né rinunciare agli altri.
È poter vivere attività, relazioni, solitudine e tempo libero con una maggiore possibilità di scelta.
Ricevo come Psicologo e Psicoterapeuta a Carovigno (BR), anche per persone provenienti da Ostuni, San Vito dei Normanni, San Michele Salentino, Ceglie Messapica e dai comuni vicini. Quando necessario sono disponibili anche colloqui online.
🌿 Se senti che fermarti è più difficile di quanto sembri, possiamo provare a comprendere insieme che cosa emerge proprio in quello spazio.