Le competenze comunicative: turni di parola, ascolto attivo e assertività

Ci sono conversazioni nelle quali, mentre l’altra persona sta ancora parlando, abbiamo già pronta la risposta.

Sentiamo qualcosa che non condividiamo e dentro di noi parte immediatamente il bisogno di spiegare, correggere, difenderci o dimostrare il nostro punto di vista. Altre volte accade il contrario: preferiamo non dire nulla per evitare discussioni, salvo poi rimanere con rabbia e risentimento.

Nel mio lavoro clinico osservo spesso che molte difficoltà relazionali non dipendono soltanto da ciò che vogliamo comunicare, ma da ciò che accade tra noi e l’altro mentre proviamo a farlo.

Comunicare, infatti, non significa semplicemente parlare. Significa riuscire a esprimersi senza perdere la capacità di ascoltare.

Comunicare non significa vincere

Quando una conversazione diventa un confronto acceso, può comparire una domanda implicita:

“Chi ha ragione?”

Da quel momento rischiamo di non ascoltare più per comprendere, ma di ascoltare soltanto ciò che ci serve per rispondere.

Una comunicazione più adulta richiede un piccolo cambiamento di prospettiva:

da “Come faccio a dimostrare che ho ragione?” a “Come posso dire ciò che penso continuando ad ascoltare l’altro?”

Questo non significa rinunciare alle proprie idee. Significa riconoscere che in una relazione possono esistere contemporaneamente due esperienze diverse della stessa situazione.

Aspettare il proprio turno

Può sembrare una capacità elementare, ma aspettare che l’altro finisca di parlare richiede molto più di quanto immaginiamo.

Soprattutto quando ci sentiamo criticati, fraintesi o provocati, può nascere immediatamente l’impulso di interrompere.

Aspettare qualche secondo significa invece riuscire a tollerare temporaneamente quella tensione senza trasformarla subito in azione.

Il turno di parola diventa così anche un piccolo esercizio di regolazione emotiva e controllo dell’impulsività.

Non significa perdere il proprio spazio.

Significa sapere che il nostro spazio arriverà senza dover sottrarre quello dell’altro.

Sentire le parole non significa ascoltare

Possiamo rimanere in silenzio mentre qualcuno parla e, contemporaneamente, non ascoltarlo affatto.

Succede quando pensiamo:

“Appena finisce gli rispondo.”

In quel momento gran parte della nostra attenzione non è più rivolta alla persona, ma alla risposta che stiamo preparando.

L’ascolto attivo richiede invece una domanda diversa:

“Che cosa sta cercando realmente di comunicarmi?”

A volte può essere utile verificare ciò che abbiamo compreso:

“Se ho capito bene, ti sei sentito messo da parte?”

È un passaggio apparentemente semplice, ma molto importante.

Comprendere non significa dare ragione.

Possiamo comprendere perfettamente l’esperienza dell’altro e continuare ad avere un’opinione diversa.

Tra aggressività e silenzio esiste un’altra possibilità

Quando qualcosa ci infastidisce possiamo reagire in modi molto differenti.

Possiamo attaccare:

“Tu non capisci mai niente.”

Oppure possiamo chiuderci:

“Non ho niente.”

Nel primo caso il nostro disagio viene espresso attraverso l’aggressività. Nel secondo rimane dentro di noi e può trasformarsi progressivamente in distanza, risentimento o in un’esplosione successiva.

L’assertività cerca una terza strada.

Significa poter dire:

“Quando hai deciso senza parlarne con me, mi sono sentito messo da parte. La prossima volta vorrei che ne parlassimo prima.”

Il contenuto rimane fermo, ma cambia il modo in cui viene comunicato.

Non sto dicendo chi sei.

Sto raccontando cosa è successo, cosa ho provato e ciò di cui avrei bisogno.

Dire “no” senza aggredire

Essere assertivi non significa essere sempre accomodanti.

Possiamo dire:

“No.”

“Non sono d’accordo.”

“Questa cosa mi ha dato fastidio.”

“Preferirei che facessimo diversamente.”

Il punto non è evitare ogni conflitto. Alcuni conflitti fanno inevitabilmente parte delle relazioni.

La differenza sta nel riuscire ad attraversarli senza trasformare il disaccordo in una svalutazione dell’altro.

“La penso diversamente” non deve necessariamente diventare “Tu hai torto.”

Prima ti ascolto, poi ti rispondo

Immaginiamo che qualcuno dica qualcosa che consideriamo ingiusto.

La reazione immediata potrebbe essere interromperlo.

Possiamo invece aspettare che finisca e rispondere:

“Ho capito quello che vuoi dire, anche se io l’ho vissuta diversamente.”

In questa frase accadono contemporaneamente due cose importanti: riconosciamo l’esperienza dell’altro e manteniamo la nostra.

Non dobbiamo scegliere tra ascoltare l’altro e rispettare noi stessi.

Una comunicazione efficace cerca di fare entrambe le cose.

Aspetta, ascolta, esprimi

Tre parole possono diventare un piccolo riferimento durante un confronto:

Aspetta.
Non reagire immediatamente a ogni parola che ti infastidisce.

Ascolta.
Prova a comprendere ciò che l’altro sta realmente cercando di comunicarti.

Esprimi.
Quando arriva il tuo momento, racconta ciò che pensi, senti e desideri con chiarezza, senza attaccare e senza annullarti.

Non sempre riusciremo a farlo perfettamente. Quando siamo emotivamente coinvolti, vecchie modalità relazionali possono riemergere rapidamente.

Ma possiamo imparare progressivamente a riconoscerle.

Ed è proprio in quello spazio tra ciò che sentiamo e il modo in cui scegliamo di comunicarlo che può nascere una relazione diversa.

Forse, allora, la domanda non è soltanto:

“Sono riuscito a farmi capire?”

ma anche:

“Sono riuscito davvero a capire chi avevo davanti?”

Se nelle tue relazioni ti accorgi di oscillare frequentemente tra conflitto, silenzio, difficoltà a mettere limiti o paura di esprimere ciò che senti, un percorso psicologico può aiutarti a comprendere cosa accade nel tuo modo di entrare in relazione e a costruire modalità comunicative più consapevoli.

Dott. Eugenio Uggenti – Psicologo e Psicoterapeuta
📍 Carovigno (BR) | Colloqui anche online
🌐 eugeniouggenti.it

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