Relazioni interpersonali: stare con gli altri senza perdere se stessi

Le relazioni occupano una parte importante della nostra vita. Possono farci sentire accolti, compresi e sostenuti, ma possono anche mettere in movimento emozioni molto intense: paura, rabbia, delusione, bisogno di conferme, timore di essere rifiutati o abbandonati.

A volte basta qualcosa di apparentemente piccolo. Un messaggio che non arriva. Una risposta più fredda del solito. Un “no”. Una persona che sembra più distante.

E dentro di noi possono comparire rapidamente domande come:

“Ho fatto qualcosa di sbagliato?”
“Si sta allontanando da me?”
“Perché non riesce a capire ciò di cui ho bisogno?”

Nel mio lavoro di psicoterapeuta mi interessa spesso osservare non soltanto ciò che accade tra due persone, ma anche ciò che quella relazione mette in movimento dentro ciascuno.

Perché stare bene con gli altri non significa soltanto imparare a comunicare meglio. Significa anche riuscire a essere vicini agli altri senza perdere il senso di sé.

Una relazione sana non è una relazione senza conflitti

Quando pensiamo a una relazione sana potremmo immaginare un rapporto nel quale ci si comprende sempre, non si litiga e non ci sono momenti di distanza.

In realtà, anche le relazioni più solide attraversano incomprensioni, divergenze e momenti difficili.

Ciò che fa la differenza non è l'assenza del conflitto, ma la possibilità di attraversarlo continuando a riconoscere sia se stessi sia l'altro.

Posso desiderare la tua presenza senza pretendere che tu sia sempre disponibile.

Posso chiederti aiuto senza pensare che tu debba necessariamente dirmi di sì.

Posso essere in disaccordo con te senza considerarti improvvisamente contro di me.

Posso volerti bene senza dover pensare, sentire o scegliere esattamente come te.

Una relazione matura permette quindi a due persone di incontrarsi continuando a essere due persone distinte.

Ed è qui che entra in gioco un tema fondamentale: quello dei confini.

Confini nelle relazioni: dove finisco io e dove inizia l'altro?

Possiamo immaginare i confini psicologici come le pareti di una casa.

Le pareti non servono a isolarci completamente dal mondo. Servono a creare uno spazio nel quale possiamo riconoscere ciò che appartiene a noi e ciò che appartiene agli altri.

I miei pensieri, le mie emozioni, i miei bisogni, le mie scelte e i miei comportamenti appartengono a me.

Le emozioni, le decisioni e i comportamenti dell'altro appartengono invece all'altro.

Sembra semplice. Nella vita quotidiana, però, questa distinzione può diventare molto più complessa.

Se una persona che amo è triste, potrei sentirmi immediatamente responsabile del suo stato d'animo.

Se qualcuno mi dice di no, potrei vivere quel limite non come una sua scelta, ma come un rifiuto della mia persona.

Se temo che una relazione possa finire, potrei iniziare ad adattarmi continuamente, rinunciare ai miei bisogni oppure cercare di controllare ciò che l'altro fa.

Quando i confini diventano poco chiari, possiamo lentamente cominciare a confondere la vicinanza con la fusione e l'amore con il farsi carico dell'altro.

Aiutare non significa salvare

Essere presenti per una persona a cui vogliamo bene è qualcosa di prezioso.

Possiamo ascoltare, sostenere, accompagnare.

Ma esserci non significa necessariamente dover risolvere.

Posso ascoltare una persona che sta attraversando un momento difficile senza assumermi la responsabilità di farla stare bene.

Posso offrire un consiglio senza pretendere che venga seguito.

Posso accompagnare qualcuno senza sostituirmi a lui.

Questa distinzione diventa particolarmente importante quando sentiamo di dover continuamente “salvare” le persone che amiamo.

A volte dietro questa necessità può esserci anche qualcosa che riguarda noi: la paura di perdere la relazione, il bisogno di sentirci indispensabili, il desiderio di essere riconosciuti oppure la difficoltà nel tollerare il dolore o il disagio dell'altro.

Non si tratta di giudicarsi.

Si tratta, piuttosto, di diventare curiosi rispetto al proprio modo di stare nelle relazioni.

Perché un “no” può sembrare un rifiuto?

Immaginiamo una situazione molto comune.

Chiediamo a qualcuno:

“Possiamo parlare?”

E l'altra persona risponde:

“Adesso non posso.”

Questo è ciò che è accaduto nella realtà.

Dentro di noi, però, potrebbero comparire immediatamente altri significati:

“Non gli importa di me.”

“Non vuole più parlarmi.”

“Sta prendendo le distanze.”

Tra ciò che accade e ciò che sentiamo esiste infatti il nostro mondo interno.

La nostra storia, le relazioni precedenti, le aspettative, le paure e le esperienze che abbiamo vissuto contribuiscono al modo in cui interpretiamo ciò che accade nel presente.

Per questo una domanda che considero molto utile è:

Che cosa è realmente successo e che cosa, invece, ho immaginato, temuto o interpretato?

Non significa mettere in dubbio ciò che proviamo.

L'emozione è reale.

Significa provare ad aggiungere uno spazio di riflessione tra l'esperienza e la nostra reazione.

Quando la paura di perdere l'altro ci fa perdere noi stessi

Quando una relazione è particolarmente importante, può emergere la paura di perderla.

E ognuno può cercare di proteggersi in modo diverso.

C'è chi cerca ancora più vicinanza.

Chi controlla.

Chi chiede continuamente conferme.

Chi si adatta ai bisogni dell'altro mettendo da parte i propri.

E c'è anche chi fa apparentemente l'opposto: si chiude, diventa distante o interrompe la relazione prima che possa essere l'altro ad andarsene.

Comportamenti molto differenti possono avere, in alcuni casi, una funzione simile: proteggerci dalla vulnerabilità che una relazione importante inevitabilmente porta con sé.

Può allora diventare interessante domandarsi:

Quando temo il rifiuto, che cosa faccio?

Cerco continuamente l'altro?

Cerco di controllare?

Mi adatto per paura di deluderlo?

Oppure mi allontano e faccio finta di non aver bisogno di nessuno?

Riconoscere questi schemi non significa etichettarsi.

Significa iniziare a comprendere qualcosa in più di sé.

Prima di reagire, provare a fermarsi

Quando una relazione attiva emozioni intense, spesso sentiamo il bisogno di fare qualcosa immediatamente.

Mandare un altro messaggio.

Chiedere spiegazioni.

Attaccare.

Chiuderci.

Oppure correre a risolvere il problema dell'altro.

In quei momenti può essere utile creare un piccolo spazio tra ciò che sentiamo e ciò che facciamo.

Fermarsi non significa reprimere l'emozione.

Significa provare ad ascoltarla.

Possiamo chiederci:

Che cosa è realmente successo?

Che emozione sto provando?

Di cosa avrei bisogno in questo momento?

Questa responsabilità appartiene a me, all'altro oppure a entrambi?

Sto cercando di aiutare oppure sto cercando di controllare qualcosa che non posso controllare?

Questo piccolo passaggio può aiutarci a trasformare una reazione automatica in una risposta più consapevole.

Mettere un limite non significa rompere una relazione

Per alcune persone dire “no” può essere particolarmente difficile.

Può comparire il timore di sembrare egoisti, di deludere l'altro o persino di compromettere la relazione.

Anche esprimere un bisogno o manifestare un disagio può diventare complicato.

Eppure un confine espresso con rispetto non serve necessariamente ad allontanare.

A volte serve proprio a permettere alla relazione di continuare in modo più autentico.

Possiamo dire:

“Per me questa relazione è importante, ma questa cosa non mi sta bene.”

Dentro questa frase convivono due movimenti.

Da una parte riconosco il legame.

Dall'altra continuo a riconoscere me stesso.

Una relazione sufficientemente sana non dovrebbe richiedere che uno dei due scompaia affinché l'altro possa stare bene.

Un piccolo esercizio per osservare le proprie relazioni

Puoi provare a pensare a una situazione relazionale recente che ti ha fatto stare male.

Prima di giudicare te stesso o l'altra persona, prova semplicemente a ricostruire ciò che è accaduto.

Che cosa è successo realmente?

Poi prova a osservare:

Che cosa ho provato?

Di cosa avevo bisogno?

Che significato ho attribuito al comportamento dell'altro?

Come ho reagito?

Infine aggiungi altre due domande:

Che cosa apparteneva a me e che cosa apparteneva all'altro?

Mi sono assunto una responsabilità che non era mia oppure ho attribuito all'altro una responsabilità che apparteneva a me?

A volte una singola situazione può mostrarci qualcosa di un modo di stare nelle relazioni che tende a ripetersi.

Ed è proprio quando iniziamo a riconoscerlo che possiamo cominciare, lentamente, a scegliere anche qualcosa di diverso.

Stare insieme restando se stessi

Forse una delle sfide più importanti delle relazioni è proprio questa: riuscire a essere vicini senza confondersi e autonomi senza isolarsi.

Possiamo avere bisogno degli altri senza dipendere completamente da loro.

Possiamo aiutare senza salvare.

Possiamo ricevere un limite senza trasformarlo automaticamente in un rifiuto.

Possiamo dire di no senza smettere di voler bene.

Possiamo prenderci cura di noi stessi continuando a essere presenti nelle relazioni che per noi contano.

Una relazione non richiede che due persone diventino una cosa sola.

Richiede piuttosto che due persone possano incontrarsi continuando a riconoscere se stesse e l'altro.

Ed è spesso proprio da questa distinzione che può nascere una vicinanza più autentica. 🌱

Se nelle relazioni senti di perdere spesso te stesso

Se ti accorgi di avere difficoltà a mettere dei limiti, di avere molto bisogno di conferme, di temere frequentemente l'abbandono oppure di ritrovarti nelle stesse dinamiche relazionali, comprenderne le origini può essere un primo passo per costruire un modo diverso di stare con gli altri.

In psicoterapia possiamo provare a comprendere insieme ciò che accade nelle tue relazioni, quali emozioni e bisogni vengono attivati e quali modalità tendono a ripetersi, senza perdere di vista la tua storia e la tua unicità.

🌿 Se senti che questo tema ti riguarda e vuoi iniziare ad approfondirlo, puoi contattarmi o prenotare un primo colloquio.

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